La poesia, in fondo, in tutte le forme in cui è stata, e può essere, concepita, è un modo di orientare il linguaggio e, parallelamente, un modo di pensare, di vedere le cose. E, ancora, è un’occasione per esprimere, o per ricreare, un’esperienza del mondo. La mia prima presa di contatto con questa forma di scrittura avvenne molto presto, a scuola, durante le lezioni di seconda elementare. Si trattò di un’esperienza assai significativa e già capace di agire in profondità, di formare e di trasformare la mia idea relativa alle possibilità di espressione. La mia maestra, Eda Vanni, che si merita, pur a distanza di parecchi anni, un grande grazie, dopo averci insegnato le basi della grammatica, della scrittura e della lettura, l’anno successivo, in seconda elementare, ci fece leggere diverse poesie di Giuseppe Ungaretti, di Salvatore Quasimodo, di Giovanni Pascoli e di altri poeti del ‘900.
In particolare, mi colpirono le poesie di Ungaretti, quelle scritte sul Carso a partire dal Natale del 1915, e confluite l’anno successivo nella sua prima raccolta, intitolata Il porto sepolto. Ricordo che leggere e ascoltare quelle poesie, di sicuro anche per la capacità della maestra di affrontarle e spiegarle nel modo giusto, senza pesantezze e intellettualismi inutili, ma anche evitando la superficialità e la banalizzazione, aprì una prospettiva nuova nel mio percorso di giovane lettore. Quell’esperienza modificò e arricchì la mia idea, la mia percezione, del linguaggio. La trasformazione, la metamorfosi del mio senso della parola, e parallelamente del mio senso del pensiero, se così si può dire, fu così forte, che la avvertii concretamente già allora, anche se non avevo ancora gli strumenti per elaborarla razionalmente.
La lettura, e l’ascolto del commento, tra le altre, di Fratelli, fu per me un’illuminazione. Un’illuminazione letteraria, e tout court, allora forse ancora embrionale, ancorchè sostanziale, ma destinata ad acquisire consistenza e ad amplificarsi con il passare del tempo.
Fratelli
Mariano il 15 luglio 1916
Di che reggimento siete
fratelli?
Parola tremante
nella notte
Foglia appena nata
Nell’aria spasimante
involontaria rivolta
dell’uomo presente alla sua
fragilità
Fratelli
Bastò questa lettura, insieme a poche altre, per aprire nella mia mente una nuova prospettiva del linguaggio. Da quel momento sapevo, per quanto ancora in modo germinale e intuitivo – e non avrei più potuto dimenticarlo –, che la poesia è, o può essere, un modo per dire cose importanti grazie a parole calibrate e scelte con la massima cura. E che quello che si dice in una poesia può avere, o raggiungere, una sintesi e un’intensità speciali, e uniche, almeno in potenza. Poco importava che le forme e i modi della poesia fossero – e siano – anche molti altri. Quell’esperienza di lettura aveva sortito il suo effetto, un segno era stato tracciato, e da lì l’ipotesi di un percorso, di una direzione possibile. E, sebbene, proprio leggendo e studiando Ungaretti, avessi acquisito già una cognizione, sia pure incompleta, del significato della parola ermetismo, quei versi non mi sembravano affatto ermetici, oscuri o difficili, ma al contrario assai chiari e, in relazione alla scena mostrata, perfettamente a fuoco.
Un’altra esperienza significativa, sempre a scuola, durante le lezioni, è stata la lettura dell’ode Il cinque maggio, scritta da Alessandro Manzoni nel 1821, poco dopo aver appreso la notizia della morte di Napoleone Bonaparte. L’effetto, sulle prime, fu meno intenso e metamorfico di quello procuratomi in seconda elementare dalla lettura di Ungaretti. E immagino, al di là della differenza, non trascurabile, tra le scritture considerate, che in questo caso la mia reazione sia stata, apparentemente, più moderata perché ormai leggere poesia per me non era più, come lo era stato in precedenza, a sette anni, una novità assoluta, un evento straordinario e spiazzante. Tuttavia, nel tempo, mi accorsi che molti versi di quella poesia bella e potente (per esempio, tra gli altri, “Ei fu. Siccome immobile”, “Dalle Alpi alle Piramidi,/ dal Manzanarre al Reno”, “Fu vera gloria? Ai posteri/ L’ardua sentenza”) restavano come agganciati, agguantati, alla mia memoria. Da quel momento, una parte della mia sensibilità, una specie di recettore collocabile idealmente, o empiricamente, tra l’inconscio e una visione più consapevole, acquisiva familiarità con il fatto che la poesia poteva essere un modo per dare ai concetti, alle immagini delle cose, una memorabilità peculiare, e con il fatto che attraverso le parole si potevano in qualche modo scolpire e indicare con forza i significati. In seguito, avrei compreso anche un’altra virtù della poesia di Manzoni, vale a dire quella di saper parlare dei grandi personaggi e dei grandi eventi dell’attualità, della politica nella sua accezione più ampia e della storia nel suo farsi. Questa, peraltro, è una lezione preziosa per i poeti contemporanei, la cui voce difficilmente viene ascoltata da pubblici vasti e spesso tende a essere marginalizzata dal flusso mediatico dominante.
Nell’arco di tempo che correva tra la fine del liceo e i primi anni dell’università scoprii Fernando Pessoa, il grande scrittore portoghese dagli oltre 130 eteronimi, capace di inventare una sua letteratura dell’io plurimo, di precorrere altre scritture e di intercettare l’avvento della psicanalisi. La lettura delle poesie di Pessoa, soprattutto di quelle ortonime, ma anche di quelle degli eteronimi maggiori, ovvero di Alberto Caeiro, di Alvaro De Campos e di Ricardo Reis, in un periodo in cui il mio orizzonte di lettore era attraversato da numerose nuove concezioni, suggestioni e passioni letterarie, fu una folgorazione. Non potevo che ammirare e amare quella poesia, così chiara, precisa nel definire le cose, priva di enfasi, di orpelli e di oscurità e insieme alta e attraversata da una evidente tensione filosofica. Anche in questo caso avrei avuto bisogno di tempo, di molto tempo, per razionalizzare, comprendere più in profondità e riuscire a spiegarmi in modo più logico e sistematico il valore di quelle poesie, ma la curiosità, la magia, il desiderio di leggere e di capire accesi e alimentati da quei versi avevano già, ancora una volta, mutato, ampliato e, in questo caso, stravolto, la mia idea, e la mia percezione, della parola, del linguaggio e della scrittura.
La lettura dei poeti italiani contemporanei sarebbe arrivata in seguito. E sarebbe stata un’esperienza importante, e assai preziosa. Per praticare un linguaggio creativo, una qualunque forma di espressione, è indispensabile frequentare il lavoro dei propri compagni di strada, di chi ha iniziato a frequentare un certo universo artistico poco prima, nello stesso periodo, o poco dopo. Vale per ogni forma autoriale o creativa. E per la poesia verosimilmente questo aspetto ha un rilievo ancora più decisivo. Per molte ragioni, legate, tra le altre cose, alla stratificazione millenaria di forme, modi, contenuti e segni da cui origina e si alimenta questo campo della scrittura.
Tuttavia, l’anima, l’istinto e la mente di un lettore, e di uno scrittore, la sua idea del discorso e della scrittura, con ogni probabilità si formano prima. Molto prima. E procedono a una iniziale, e fondamentale, evoluzione mentre si è ancora senza difese, più o meno inconsapevoli, ignari di quello che ci sta accadendo. O almeno, sento, oppure presumo, che per me sia stato così.

