
Duemila. La tribù delle storie
Il Silenzio 1. Smarrire cosa?
Il titolo è l’unica dichiarazione scritta, espressa in parole: Ho dimenticato l’ombrello. Il resto accade per immagini.
Immagini che si susseguono secondo una logica, forse. Ma che possono anche essere isolate ed osservate una alla volta, di là dalla sequenza con cui sono state impaginate. Si tratta di immagini evidenti e sfuggenti in egual misura. Riconosciamo luoghi e situazioni, oggetti e atteggiamenti familiari; eppure questa familiarità, questa evidenza, contiene e prevede l’assurdo, lo incorpora con naturalezza, come fosse una cosa scontata che non priva di senso la realtà ma, dislocando lo sguardo, la approfondisce con matura malizia, rendendola ancor più nostra.
È questa una caratteristica che connota da sempre l’arte di Franco Matticchio, illustratore e fumettista capace di restituire universi compiuti in ogni particolare (s’intende: i particolari che contano) e al tempo stesso sospesi in un’atmosfera densa e difficile da penetrare, un’aura che non ha nulla di magico, che sceglie viceversa di restare aldiquà, ben annidata tra le contraddizioni tanto inevitabili quanto enigmatiche della concretezza.
Tutto, in apparenza, sembra ruotare attorno ad un ombrello. Di quelli comuni, tradizionali, nero e ben chiuso, col manico a uncino. Nel primo risvolto della sopracopertina, pende dalla proboscide di un perplesso elefante; nell’altro risvolto, è tra le fauci benigne di un cane in corsa (lo sta riportando al padrone?). Nelle immagini interne, poi – che potrebbero dipanarsi come una storia ma non è detto –, l’ombrello è ovunque: protagonista, coprotagonista o comprimario. Da protagonista, occhieggia in cima alle scale, accanto ad una porta chiusa, e s’intravede poco più del manico; oppure giace sul biliardo, come una stecca che punta la pallina, e stavolta è inquadrato in un fascio di luce; o ancora, in uno stanzone vuoto, è appoggiato alla vetrata che occupa un’intera parete e sembra intento ad ammirare i grattaceli che si stagliano sullo sfondo. Da coprotagonista, sorveglia gli esercizi di una ballerina, appeso alla stessa sbarra su cui si protende la gamba tesa della ragazza; oppure riposa tra le zampe e il muso di un orso enorme, che lo avvinghia nel sonno; oppure divide la scena con un ebreo praticante, entrambi appoggiati contro un malmesso muro del pianto. Da comprimario, giace in un deposito, tra scatoloni, una stecca per abiti, un carrello, due manichini senza testa; oppure, in una fermata della metropolitana, attende il treno con indifferenza assieme ad altri passeggeri; o ancora, lo si scorge appena tra i partecipanti ad una festa, che brindano allegri senza far caso alla peraltro più che discreta presenza.
Qualcuno ha davvero dimenticato un ombrello? L’oggetto, immesso in qualsiasi contesto, pur non intervenendo, pur non risultando mai invadente, manifesta comunque una personalità propria. È un oggetto che c’è; ma è un oggetto silente, sia pure in un panorama altrettanto silenzioso. Se qualcuno lo ha smarrito, a quanto pare non verrà a riprenderlo; e nessuno lo nota, nessuno lo interroga tranne noi che, sfogliando le pagine, non possiamo non chiederci cosa rappresenti, da dove provenga.
È questa, infatti, la domanda che ci riguarda. L’ombrello è un intruso ovunque. E noi? Siamo sicuri, nonostante tutto, di appartenere a qualcosa, di significare per gli altri qualcosa? Il silenzio governa sovrano nel mondo senza suoni, senza parole di Matticchio: possiamo solo ricordare il rumore dell’acqua che scorre nella vasca (dove l’ombrello galleggia accanto ad una papera di gomma), possiamo solo immaginare il dialogo fitto dei partecipanti che animano la festa. Ma questi frammenti, queste congetture messe in moto dal Silenzio, non ci offrono certezze, tuttalpiù un sospetto: che malgrado il rumore da cui siamo circondati e di cui non riusciamo a fare a meno, malgrado le interlocuzioni continue e non sempre necessarie cui ci sottoponiamo, qualcosa si perde, qualcosa si dimentica; ma cosa? Magari qualcosa che potrebbe anche somigliare ad un ombrello.
Franco Matticchio, Ho dimenticato l’ombrello, Vanvere Edizioni 2019
