Recensione di Giovanni Agnoloni
Marino Magliani, Materiali onirici di un somarello marino, Hopefulmonster Editore, 2024
Il nuovo romanzo di Marino Magliani – che chiamo consapevolmente così, e non romanzo breve o racconto lungo, come potrebbe sembrare – è stata una grande sorpresa. Materiali onirici di un somarello marino, appena uscito per Hopefulmonster nella collana “Pennisole”, diretta da Dario Voltolini, è un’opera che ribalta lo schema a cui ero abituato pensando alle opere di Magliani, ovvero l’osservazione del mare da parte di un uomo che vive a terra e si sposta lungo le coste, o al limite lo attraversa navigando. Tutta la produzione dello scrittore ligure residente in Olanda è infatti sospesa tra questi poli, oscillando tra il Ponente della sua regione, le dune delle spiagge nei pressi di IJmuiden, nei Paesi Bassi, e a volte l’Argentina o la Spagna, con l’orizzonte convesso del mare o dell’oceano a fare da costante interlocutore – tanto che a volte chiama confidenzialmente l’Atlantico “la pozzanghera”.
Qui no. Qui ci immergiamo direttamente nelle profondità del mare, fin nel cuore dei suoi fondali, per andare ad appuntarci nel punto di vista di una delle sue creature, una sorta di cavalluccio marino (in curiosa assonanza col nome dell’autore) che, stufo della solita vita e soprattutto desideroso di vedere “la pelle del mare”, ossia la superficie, con le prospettive di mondo che se ne spalancano, dopo essersi consultato con un altro membro della sua specie che racconta di aver fatto quel viaggio, parte anche lui per un’avventura che lo porterà dove non pensava.
È in questo rovesciamento di prospettiva, unito al carattere coinvolgente della storia – quasi una favola nello spirito di Esopo o di Fedro – che sta la chiave vincente di questo romanzo. Romanzo, sì, ribadisco, perché contiene in sé un articolato svolgimento che, passando attraverso la peripezia “eroica” – direi la quest – del protagonista (che per inciso si chiama Pippo o Pippocampo), attraversa tutto il campionario delle emozioni umane, dalla noia alla curiosità, dall’esaltazione del viaggio all’angoscia delle insidie che il mondo ignoto potrebbe presentare, dalle prigioni (leggi: “acquari”) all’amore, corrisposto o meno che sia.
Solo che non siamo davanti a una mera antropomorfizzazione del mondo animale, per quanto dei cenni in tal senso siano inevitabili per rendere la storia godibile ai “lettori umani”, ma a un efficace tentativo di raccontare il mondo “liquido” (compresa una parte che si svolge in un fiume, nei pressi della foce) con lo sguardo e la sensibilità dei suoi abitanti. Non a caso, il racconto è concepito come una successione di diversi “fondali” (l’unica dimensione comprensibile per Pippo), che scandiscono i diversi capitoli.
In altre parole, Magliani fa con le creature del mare qualcosa che, mutatis mutandis, somiglia a quanto ha fatto con le piante l’autrice svedese da me tradotta Sanja Särman in Lettere delle piante agli esseri umani (Ortica Editrice, 2023), cioè dar voce all’indicibile, immaginando umanamente – con l’enorme sforzo di un’operazione che, peraltro, non riesco a concepire se non come una traduzione da una lingua priva di parole – i “pensieri” e le “emozioni” di creature che non sono dotate di razionalità.
Il punto che tanto Sanja quanto Marino hanno colto e interpretato perfettamente è un altro dato essenziale, ovvero che l’assenza di mente razionale non esclude quella di “coscienza” – penso a un altro grande libro sul tema, Irriducibile di Federico Faggin (Mondadori, 2022). Una coscienza primordiale, se vogliamo, ma in altri sensi molto più sottile e raffinata di quella umana.
Ecco allora emergere anche frasi vertiginose come quelle che ruotano intorno al lampescuro, espressione mutuata da Francesco Biamonti (che Magliani considera come un maestro) per indicare il primo sprazzo al sorgere del sole, per esempio a pagina 103:
“Usciva il sole, bruciava, insanguinava le acque e le scogliere, il lampescuro tirava da un lato la tendina alla luna, poi di giorno il sole risaliva di nuovo come un tappo di sughero. Pippocampo pensava a questa cosa della coscienza che si perdeva sul fondo. Non pensava ad altro e allora si accorgeva di non pensare a nulla.”
Qui la prosa poetica (e direi pittorica) di Magliani si fa schiettamente filosofica, scendendo forse al limite massimo possibile del “pensiero” della natura – cosciente, sì, ma non propriamente cogitante. Da questo limite di “dicibilità” (tradotto in parole umane) l’autore riesce ad affacciarsi – e far affacciare anche noi, sia pur per brevi attimi – sull’indicibile. Là dove la Natura è padrona e dominano soltanto suoni e vibrazioni energetiche provenienti dal profondo dello spazio, e da lì riversatesi nel mare dal quale proviene ogni forma di vita. Compresa la nostra.
