Edoardo Sant’Elia. Filosofia delle narrazioni contemporanee. La Solitudine. 2

La Solitudine 2.   Un vestito troppo corto   

 Una striscia, un semicerchio rosso che pian piano si arrotonda, si illumina, si infiamma; un paesaggio ruvido, rocce e sabbia e montagne e crateri; poi macchine semoventi, simili ad insetti meccanici; poi uomini e donne interamente coperti da scafandri, ciascuno alle prese con un compito specifico; poi grandi capannoni, poi una gigantesca struttura tubolare, forse un’astronave, che si lascia intuire dalle sue propaggini meccaniche, dalle sue zampe ben piantate nel suolo; poi gli interni, bianchi, asettici, una donna al computer, un uomo che prende appunti; poi l’annuncio di una improvvisa tempesta di sabbia, l’ordine di rientro; poi il caos. 

   Si consuma così, in pochi minuti, la premessa di una storia che vedrà un uomo costretto a mettere alla prova il proprio ingegno, le proprie cognizioni, il proprio intuito nel tentativo di mantenersi in vita; tentativo condotto nella più assoluta cosmica solitudine. The Martian – Sopravvissuto, di Ridley Scott, è un film di fantascienza senza alieni da affrontare, senza infidi nemici giunti dallo spazio ad invadere la nostra dimensione: qui siamo noi gli invasori – in nome della scienza – ed il nemico, meraviglioso e indifferente, è lo spazio stesso. Creduto morto ed abbandonato dal resto dell’equipaggio sul pianeta Marte, l’astronauta americano Mark Watney, un misuratissimo Matt Damon, deve arrangiarsi con ciò che ha, ovvero i macchinari e le provviste rimaste sul pianeta, che bastano appena, se razionate, per un certo numero di giorni. Ma lui non si arrende. Anche perché, essendo un botanico, concepisce un’idea non banale: adoperando i suoi rifiuti come concime e riuscendo a produrre chimicamente dell’acqua, avvia una coltivazione di patate che potrebbe garantirgli la sopravvivenza fino all’arrivo su Marte di un’altra astronave, arrivo previsto non prima di quattro anni. E non potendo in alcun modo comunicare con la base, inizia un video diario che in ogni caso rimarrebbe come testimonianza del suo estremo, impervio tentativo. 
“Dovunque vada, sono il primo. È una sensazione strana. Se metto un piede fuori dal Rover, sono il primo ad aver messo il piede lì. Se salgo su un dosso, sono il primo ad averlo fatto. In quattro miliardi e mezzo di anni qui non c’è stato nessuno. E ora ci sono io. Sono il primo uomo ad essere solo su un intero pianeta”. Le sensazioni dell’astronauta, i suoi momenti di gioia quando compie un piccolo progresso, la sua delusione per gli inevitabili passi falsi, restano a futura memoria e lui intanto alimenta il dialogo con sé stesso, si sdoppia, si lascia andare, alza le braccia al cielo in segno di vittoria, si chiude in un mutismo inespressivo quando è alle prese con un problema che sembra insuperabile, si incita e si deprime, indossa la solitudine come un vestito troppo corto, che lo protegge ma non lo pone al riparo da sé stesso, che lo inchioda a quell’ambiente, a quegli spazi ristretti, a quell’immensità esterna che non può misurare, non può attraversare, può solo contemplare.
Riesce a farsi compagnia, l’astronauta, perché sa che deve chiedere tutto ad un’unica persona, che crede di conoscere bene; confida nelle sue capacità, signoreggia liberamente ma non senza dubbi, non senza esitare. Ed è in queste oscillazioni, tradotte in immagini, che il film esprime una carica epica intensa, mai sfacciata. L’astronauta, il sopravvissuto, non colonizza il pianeta che calpesta suo malgrado; nemmeno colonizza la propria solitudine; non la subisce, è vero, ma è ben lungi dal dominarla, si limita a conviverci, a limitare i danni. Con fierezza. Con pudore. E quando, in maniera del tutto casuale, sul pianeta Terra, nella sala di controllo della NASA, si rendono conto che qualcosa non torma, che l’eroe dello spazio dato per morto e celebrato ufficialmente potrebbe ancora essere in vita, e cominciano a porsi dei problemi e cercano di stabilire un contatto, lui è pronto; incredulo, ma pronto. Pronto per un ritorno a casa che si prospetta ancor più complesso dei suoi problemi di sopravvivenza; e che, comunque vada, non potrà mai cancellare l’avventura vissuta nel grembo rosso della Solitudine.

 

Ridley Scott, The Martian – Sopravvissuto, USA 2015

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