Il volto altro dell’altro
Pietro e i suoi compagni erano oppressi dal sonno; ma, quando si svegliarono, videro la sua gloria e i due uomini che stavano con lui.
Mentre questi si separavano da lui, Pietro disse a Gesù: «Maestro, è bello per noi essere qui. Facciamo tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elìa». Egli non sapeva quello che diceva.
Mentre parlava così, venne una nube e li coprì con la sua ombra. All’entrare nella nube, ebbero paura. E dalla nube uscì una voce, che diceva: «Questi è il Figlio mio, l’eletto; ascoltatelo!”.
Appena la voce cessò, restò Gesù solo. Essi tacquero e in quei giorni non riferirono a nessuno ciò che avevano visto. » [Lc 9, 28b-36]
Immagine di “gloria”, la Trasfigurazione. Traccia di bellezza.
Gloria di Mosè, gloria di Elia, gloria di Gesù.
In ebraico, il termine “gloria” è “KaBoD” (KBD), che può voler dire anche “peso”.
Dunque, ci si mostra, qui, il “peso” che è la “gloria” dei tre personaggi.
Male si armonizza il nostro concetto di “gloria” con il contenuto della conversazione fra Gesù e Mosè (la Legge) ed Elia (i Profeti): la morte di Gesù a Gerusalemme.
Questo, però, costituisce il “peso” con cui Gesù vuole essere considerato. Ma i tre apostoli, appesantiti dal sonno, non colgono questa sfumatura e si fermano all’apparente sfolgorio, senza considerarne il peso.
Semplicemente, dormivano, mentre Gesù pregava. Come dormiranno nell’Orto degli Ulivi, mentre Gesù prega.
Luca, a differenza di Matteo e di Marco, non parla di trasfigurazione. Semplicemente, dice che il volto era diventato altro.
È questo che sconvolge: l’essere altro dell’altro.
Fino a che i linguaggi erano omologati, anche se i contenuti erano innovativi, tutto si poteva comprendere e fare proprio. È quando l’alterità mostra il suo volto radicale che le difficoltà cominciano ad essere pesantemente presenti.
È vero che Pietro, come anche gli altri due discepoli che erano con lui, si era appena svegliato ed era ancora intorpidito da un sonno che gli impediva la percezione della realtà, ma il vero problema è dato dal fatto che non capisce quello che sta accadendo. Soprattutto, non comprende (né potrebbe, visto che stava dormendo) il nesso con l’immagine di gloria che sta vedendo e il contenuto dei discorsi che intercorrono fra i tre personaggi principali.
Perché, in questo momento di gloria, si parla di “dipartita” che si compirà a Gerusalemme?
Che gloria è quella che non proclama la vittoria e il trionfo, ma la sconfitta?
L’essere altro del volto di Gesù doveva apparire affascinante agli occhi assonnati di Pietro: “è bello, per noi, stare qui”. Ma erano, appunto, occhi assonnati, davanti ai quali, sogno e realtà si confondono in una confusa percezione.
L’essere altro del volto di Gesù è annuncio di bellezza nuova, totalmente nuova, come totalmente altro è l’aspetto del suo volto. Questa è la “gloria” per Gesù, questo è il suo “peso”.
Otto giorni prima, Gesù aveva detto:« Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce ogni giorno e mi segua. Chi vuole salvare la propria vita, la perderà, ma chi perderà la propria vita per causa mia, la salverà.» (Lc 9,23-24). Ora, la sequela di Gesù, mostra il suo vero volto: la bellezza non risiede nell’affermazione di sé, ma nel “perdere” la propria vita. Non si tratta di fare delle tende per contemplare, si tratta, piuttosto, di assumere su di sé l’alterità che si mostra.
Non fidatevi della visione che può illudervi, perché ognuno vede ciò che vuole vedere: “ascoltate”. È nell’ascolto che risiede la possibilità di comprensione. Nell’ascolto che richiede tempo e maturazione, che richiede spazi non abbaglianti, in cui l’alterità si fa strada. Come il germoglio di grano, attraverso le zolle ben dissodate, si fa strada, dal chicco che ha accettato di morire. Forse, solo allora gli occhi saranno capaci di percepire una Bellezza per cui valga la pena di fare tre tende e restare a contemplare. Ma fino ad allora, il tempo della storia, ci chiede di «prendere ogni giorno la croce» e di metterci alla sequela.
È dalla nube che scaturisce l’invito ad ascoltare. È, cioè, dalla non conoscenza, che ci viene chiesto di ascoltare per una conoscenza che non sia acquisizione e possesso di realtà, ma accettazione dell’alterità. Solo così, facendo spazio e non occupando spazi, si cresce e si impara a dire “bellezza”, si impara a declinare la “bellezza” e a cercarne le tracce.
