La poesia prima della fine del (o di un) mondo, a cura di Rita Pacilio. Giovanni Nuscis

Chi cura e preserva sé stesso salva un pezzo di mondo

C’è un momento nelle nostre vite in cui la coscienza di chi siamo s’illumina anche un solo istante, e la nostra piccola storia si misura in modo fulmineo con le nostre aspirazioni e ci fa dire: ecco, questo sono io, questo vorrei fare di me, nel tempo che mi è dato. 

Non dando peso a questa folgorazione, il primo mondo a morire sarà proprio il mondo che noi siamo, porzione del più ampio mondo. Preservare la nostra identità, riconoscerla, affermarla, accrescerla e difenderla è un esercizio di salvezza dall’indubbia valenza sociale. 

Un uomo, solo, può fare molte cose. Con altri, ben di più, e di rilievo, come l’esperienza ci insegna.

Proprio l’arte, la letteratura, la poesia dovrebbero suscitare in noi consapevolezza e nostalgie. Nostalgia di ciò che siamo stati, dei buoni momenti vissuti liberamente negli affetti e nella bellezza; in modo pieno, senza calcoli e rinunce. Modus vivendi che risale in genere all’infanzia, all’adolescenza, e che in genere viene meno con l’età adulta. 

 L’arte, la letteratura, la poesia ci permettono di scoprirci e riscoprirci, di rafforzare in noi la fede e il coraggio nelle scelte piccole e grandi della vita; nostalgia di un’identità perduta, nel segno peculiare che la natura ci ha impresso. 

L’educazione ai sentimenti, al loro rispetto (materia scolastica?) dovrebbe forse partire da questo.

Chi cura e preserva sé stesso, salva un pezzo di mondo.

Le scelte politiche decisive per i nostri destini di persone e di comunità sono sempre più nelle mani di istituzioni nazionali, elette con provvedimenti formali, o di altri consessi sovranazionali, e di entità economiche che comunque le condizionano. 

Non senza ricordare che importanti cambiamenti positivi sono avvenuti grazie ad azioni coordinate di singoli uomini con altri uomini (non solo nella contingenza elettorale), elaborando progetti, obiettivi politici, strategie di resistenza alle ingiustizie interne ed esterne a tutela di diritti e libertà riconosciute e sacrosante. 

Anche nella situazione attuale l’azione coordinata di molti uomini potrebbe scongiurare la subalternità politica ed economica, il coinvolgimento in guerre ingiuste che causano morte e distruzioni, impoverimento delle popolazioni coinvolte, e non solo.

Sappiamo che non saranno i poeti a salvare un Paese o il mondo, ma la forza di molte, moltissime braccia e di una grande intelligenza organizzata. Così è sempre stato. 

Detto questo, i poeti come tutti colgano del mondo la bellezza quanto le miserie, le violenze, le scandalose diseguaglianze, gli abusi dei governi; osservazioni che in una qualche misura finiscono nei versi, ma anche no. Penso però che anche al di fuori dall’espressione poetica si senta a volte forte l’impulso esprimere il proprio dissenso, la propria indignazione per i crimini e le ingiustizie intollerabili. Chi scrive e pubblica ha una responsabilità sociale che il lettore non di rado si aspetta, dandola anzi per scontata. 

Scriveva Percy Bysshe Shelley in un suo saggio (Defense of Poetry) che I poeti sono i legislatori non riconosciuti del mondo. Ne parlava a proposito del “funzionamento del genere poetico a livello cognitivo” (1). Mi piace però pensare che questa affermazione possa valere anche al di fuori del magistero poetico: i poeti quali scandagliatori di bellezza, verità, misteri, che come tali non possono non vedere e sottacere ciò che calpesta, corrompe, banalizza i valori in cui credono, rendendo vacua o addirittura insostenibile la loro vita e quella di molti altri. 

Nulla sottraendo alla vista, alla propria sensibile attenzione, non ci si ripara dal dolore, dalla disillusione, ma forse si diviene migliori, offrendo anche ad altri le proprie visioni, idee, percezioni. Per farci, tutti, porzioni di mondo che meglio resistono alla sua fine sciagurata, che ne scoprono e utilizzano al meglio le risorse, che si faranno ponti per un nuovo, migliore mondo.  

La tua voce

Ascolta questo vento
che fiati di creature
raccoglie e trascina.
Suoni lievi, sfumati
hanno preso il posto delle grida
delle aspre parole.
Ora questo vento avanza piano
e tu calmo l’ascolti:
non temere di perderti nel caos
di tutte le infinite direzioni.
Una voce tra le molte
sarà la tua voce;
tra le infinite note,
solo quelle che faranno
danzare le tue ore.

(da Il tepore che resta – Arcipelago Itaca 2024)

  1. Il pensiero della poesia, Da Leopardi ai contemporanei. Letture dal mondo di poeti italiani a cura di Cristina Caracchini ed Enrico Minardi

 

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