« Sarò ciò che sarò»
«In quei giorni, mentre Mosè stava pascolando il gregge di Ietro, suo suocero, sacerdote di Madian, condusse il bestiame oltre il deserto e arrivò al monte di Dio, l’Oreb.
L’angelo del Signore gli apparve in una fiamma di fuoco dal mezzo di un roveto. Egli guardò ed ecco: il roveto ardeva per il fuoco, ma quel roveto non si consumava.
Mosè pensò: «Voglio avvicinarmi a osservare questo grande spettacolo: perché il roveto non brucia?». Il Signore vide che si era avvicinato per guardare; Dio gridò a lui dal roveto: «Mosè, Mosè!». Rispose: «Eccomi!». Riprese: «Non avvicinarti oltre! Togliti i sandali dai piedi, perché il luogo sul quale tu stai è suolo santo!». E disse: «Io sono il Dio di tuo padre, il Dio di Abramo, il Dio di Isacco, il Dio di Giacobbe». Mosè allora si coprì il volto, perché aveva paura di guardare verso Dio.
Il Signore disse: «Ho osservato la miseria del mio popolo in Egitto e ho udito il suo grido a causa dei suoi sovrintendenti: conosco le sue sofferenze. Sono sceso per liberarlo dal potere dell’Egitto e per farlo salire da questa terra verso una terra bella e spaziosa, verso una terra dove scorrono latte e miele».
Mosè disse a Dio: «Ecco, io vado dagli Israeliti e dico loro: “Il Dio dei vostri padri mi ha mandato a voi”. Mi diranno: “Qual è il suo nome?”. E io che cosa risponderò loro?».
Dio disse a Mosè: «Io sono colui che sono!» [“Sarò quel che sarò”, nella traduzione di Erri De Luca in “Esodo/Nomi” Feltrinelli 1994]. E aggiunse: «Così dirai agli Israeliti: “Io-Sono [ “Io sarò” ibidem] mi ha mandato a voi”». Dio disse ancora a Mosè: «Dirai agli Israeliti: “Il Signore, Dio dei vostri padri, Dio di Abramo, Dio di Isacco, Dio di Giacobbe, mi ha mandato a voi”. Questo è il mio nome per sempre; questo è il titolo con cui sarò ricordato di generazione in generazione». [Es 3,1-8a;13-15]
Un Dio strano, quello della Scrittura.
Un Dio che per parlare di sé non usa categorie metafisiche, ma usa la concretezza della carne umana. Non si pone in un mondo altro, irraggiungibile, ma lega il suo nome alla storia degli uomini.
“Sarò quel che sarò” parla di un Dio che non ha paura di perdere la sua divinità entrando nella concretezza del divenire umano.
Purtroppo, il traduttore si è rivelato, come spesso accade, traditore.
Nel terzo secolo avanti Cristo, coloro che erano stati chiamati a tradurre in Greco il testo della Scrittura hanno pensato di dare un senso definito a ciò che, nella cultura greca, non era chiaro. E così, “Sarò quel che sarò” è diventato “Sono colui che sono”, introducendo un principio metafisico nella crudezza e nella ruvidità di una lingua che non aveva in sé la capacità di esprimere il concetto di Dio se non nella storia umana.
“Eiè ashèr eiè”, “Sarò quel che sarò”.
Poco prima, Mosè aveva chiesto: “Chi sono io..?” e gli era stato risposto: “Sarò con te..”.
Dio lega il suo nome alla missione di Mosè, dopo che questi, chiamato per nome, aveva risposto: “Eccomi”.
La disponibilità di Mosè (Eccomi) lo pone come parte integrante di ciò che costituisce il Nome stesso di Dio. E questo nome è il camminare di Dio con il popolo, attraverso la carne e il sangue che legano indissolubilmente fra loro quelli che ora sono schiavi in terra d’ Egitto. Dio non si presenta con una definizione razionalmente accettabile, chiama se stesso con il nome di Abramo, di Isacco, di Giacobbe. Non si può parlare di Dio senza parlare degli uomini.
Può questo Dio non essere attento alle sorti di coloro che ne incarnano la presenza? Può questo Dio non essere la sorgente di Libertà per tutti coloro che portano il suo nome? E il suo nome è Misericodia.
È, cioè, prendersi a cuore il misero.
Legare il nome di Dio alla concretezza degli uomini e delle donne che camminano nella storia non vuol dire confondere l’uno con gli altri. L’origine non si confonde con l’originato, ma non si separa da esso. Mai, si potrà parlare dell’uno senza parlare dell’altro. Neanche quando questi tradisce, neanche quando questi viene meno alla sua vocazione. Non si stanca Dio di riprendere ciò che sembrava perduto.
«Diceva anche questa parabola: «Un tale aveva piantato un albero di fichi nella sua vigna e venne a cercarvi frutti, ma non ne trovò. Allora disse al vignaiolo: “Ecco, sono tre anni che vengo a cercare frutti su quest’albero, ma non ne trovo. Tàglialo dunque! Perché deve sfruttare il terreno?”. Ma quello gli rispose: “Padrone, lascialo ancora quest’anno, finché gli avrò zappato attorno e avrò messo il concime. Vedremo se porterà frutti per l’avvenire; se no, lo taglierai”».[Lc 13, 6-9]
Possiamo dimenticare ciò per cui siamo chiamati per nome. Possiamo dimenticare la Libertà a cui siamo destinati. Possiamo smettere di dare frutti. Ma non ci verrà negata la possibilità di essere fecondi. Noi, come di fronte ad un “roveto ardente”, ci troviamo a dire, senza capire, il nostro “Eccomi”, che sarà il modo di situarci nella storia, che sarà il nostro modo di dire la meraviglia che stiamo osservando, che sarà il nostro modo di partecipare all’incendio che non consuma. Certi solo di quel “sarò quel che sarò”, che ha incendiato i secoli e la storia e ancora accende il desiderio di liberazione nel cuore di uomini e donne che sanno dire “Eccomi”.
