Archivi tag: Alberto Bertoni

Semplici abbandoni, di Alberto Bertoni

di Loretto Rafanelli

Alberto Bertoni, professore di Letteratura italiana contemporanea all’Università di Bologna, nella cattedra del suo illustre maestro Ezio Raimondi, si sa è critico militante, nel senso più ampio del termine, generoso con la comunità poetica, impegnato nella saggistica letteraria con una applicazione totale, dati i numerosissimi studi effettuati; è però poeta. Nella seconda parte del Novecento, la distinzione tra i due ambiti, quello del critico e del poeta, è stata giustamente messa da parte, tanto che poi alcuni poeti sono risultati ottimi critici (tre nomi per tutti: Bigongiari, Fortini e Zanzotto), così come alcuni critici si sono espressi ottimamente in poesia, e uno di questi è appunto il nostro poeta. Bertoni ha pubblicato vari libri, tra i quali spicca la raccolta Ricordi di Alzheimer (poi Il libro dell’ansia), in cui scrive della terribile malattia contratta dal padre, poesia che ha avuto molti riconoscimenti. Ora, facciamo un passo indietro rispetto al libro di cui vogliamo parlare, cioè Semplici abbandoni, appena uscito presso Einaudi (pag. 140, euro 12), e torniamo al volume precedente del poeta, sempre pubblicato da Einaudi, nel 2021, dal titolo insidioso L’isola dei topi. Ebbene in quelle pagine, il malefico roditore, diveniva minaccia e figura del declino di una società, la nostra, che, tra guerre, covid, perdita dei valori ideali e spirituali e eventi climatici, si pone sulla soglia della fine, o comunque in uno stato di evidente putrefazione. Il roditore ci accompagnava così in un baratro, in un tragico vortice melmoso. Vettore e protagonista della storia. Continua a leggere

Frontiera e viaggi verso l’altrove nel Libro dell’ansia

di Rosanna Frattaruolo

Frontiera e viaggi verso l’altrove nel Libro dell’ansia

Nel Libro dell’ansia (Book Editore, 2024) Alberto Bertoni coniuga la sua scrittura poetica – Ricordi di Alzheimer (quarta e ultima edizione) – a un’opera di traduzione del poema di Auden – L’epoca dell’ansia in una Libera versione e adattamento dell’«ecloga barocca» The Age of Anxiety. A Baroque Eclogue di Wystan H. Auden.
Nel volume, l’ansia è la forza propulsiva e impulsiva che spinge l’uomo a sperimentare il viaggio verso l’altrove. In Ricordi di Alzheimer, l’autore attua tale transizione attraverso la poesia, recuperando una dimensione spirituale, metafisica e di contatto col padre deceduto: «La poesia ha per me una funzione di percezione molto alta e molto altra […] mi porta nella dimensione metafisica. Io credo che ogni vera poesia sia anche un piccolo trasferimento, una piccola trasformazione da ciò che è molto fisico, concreto, quasi cronistico, ad una dimensione metafisica che sta al di là di ciò che si vede, come diceva Montale». (1) Continua a leggere

La poesia vista dalla luna. Trentarighe di Alberto Bertoni 3. Stefano Simoncelli

Per sviluppare appieno il suo indubbio talento di poeta, il romagnolo di riviera Stefano Simoncelli (classe 1950) ha dovuto passare oltre due file di scogli molto perigliosi: il primo scoglio è coinciso col suo precoce incontro – nella nobile avventura della rivista “Sul Porto”, fondata nel 1973 – con una delle voci più significative del secondo ‘900 italiano, appartenente al sodale e conterraneo Ferruccio Benzoni, morto a meno di cinquant’anni nel 1997. Quella che un grande critico come Harold Bloom ha chiamato “l’angoscia dell’influenza” dev’essere stata davvero forte e lunga più di un decennio, per Simoncelli. Ma lui (anche tennista di vaglia come già Giorgio Bassani e Antonio Porta) ha progressivamente trasformato nel tempo la tensione agonistica derivata dal confronto con un alter ego tanto potente in una capacità inesausta di lavoro ed impegno, fra giusto omaggio e convinzione sempre più ispirata di poter giocarsela alla pari, con Ferruccio. Continua a leggere

La poesia vista dalla luna. Trenta righe di Alberto Bertoni 2. Edoardo Zuccato

Due constatazioni coinvolgono la poesia neo-dialettale, ora che ha felicemente oltrepassato il mezzo secolo di vita, se continuiamo a individuare il suo anno d’inizio nel 1972 dei libri di due poeti-sceneggiatori cinematografici: Tonino Guerra e Cesare Zavattini. La prima riguarda il passaggio di testimone generazionale che – a considerare eccellenze “di transito” un Rentocchini e una Grisoni – coinvolge almeno due romagnoli costantemente bravi come Gabellini e Teodorani, assieme a un trevigiano votato a un’energica pronuncia civile come Fabio Franzin. La seconda constatazione concerne proprio l’amplissima gamma di tecniche poetiche che distingue le molteplici scritture neo-dialettali, oscillanti tra gli estremi del lirismo puro e dell’epos (comprendendo vocazioni teatrali ed emergenze di romanzo in versi), come peraltro fu proprio dell’archetipo della scrittura dialettale novecentesca, vale a dire l’incommensurabile Pascoli. Continua a leggere

La poesia vista dalla luna. Trenta righe di Alberto Bertoni 1. Stefano Massari

Trentarighe n. 1*

Stefano Massari, Parlo ultimo, Postfazione di G.M. Villalta, Industria & Letteratura, Massa 2024

Stefano Massari (classe 1969), un romano trapiantato a Bologna da circa un quarto di secolo, vive sulla sua pelle un paradosso non da poco. Per indole naturale è uno sperimentatore inesausto di forme e di modi anche inusuali di trasmissione dei suoi selezionatissimi testi poetici: infatti, oltre che scrittore, è anche videomaker, autore di podcast, progettatore di siti letterari e riviste, inventore con la moglie Carlotta Cicci (pure lei poetessa di vaglia) del progetto di videopoesia consegnato al web zona|disforme, ma anche ideatore di un’originalissima metrica verbale e lineare che porta il suo verso ad agire tanto nella verticalità (com’è consueto), quanto in un’orizzontalità che sfida continuamente la prosa, senza mai abbracciarla per davvero. Dati presupposti simili, sarebbe facile includerlo nella linea di sperimentazione formale della nostra poesia, una linea di rottura della linearità sintattica e tematica. Invece, Massari è anche il poeta vivente meglio predisposto ad essere davvero “per tutti”, in quanto estraneo a qualsivoglia modo di narcisismo autobiografico oltre che ad ogni principio astrattivo legato a una fede già incarnata: e già tali caratteristiche basterebbero a proiettarlo ben oltre il Novecento. Ma ciò significa anche che meccanismi e temi profondi delle sue partiture poetiche non aderiscono affatto al polo anarcoide di rottura programmatica del senso che è tuttora vivo nella poesia occidentale né tantomeno si propongono di limitare sguardo e impegno al perimetro piuttosto estraneo alla realtà comunicativa di oggi e in fondo limitato agli altri, pletorici componenti della Società dei Poeti Viventi. No, i quattro libri pubblicati fin qua da Massari, nel ventennio compreso fra il 2003 del Diario del pane e il 2022 del più recente Macchine del diluvio, preferiscono venir riconosciuti come testimonianze di un’appartenenza assieme appassionata e critica al genere umano: un’appartenenza portata a superare ristrettezze psicologiche e solipsismi, mode e svolte solo in apparenza epocali, vezzi transeunti e prese di posizione pseudoinnovative. Questi quattro libri parlano invece di Eros e di Thanatos, di figli e di padri, di destini individuali e di autobiologie della specie, di buio e di luce, di contemporaneità e di primordi, di inesausto afflato religioso e di passione della Parola quale principio genetico, oltre che di archetipi quali il pane, il sangue, la terra e di un inesausto “cercare da mangiare”. Parlo ultimo (il cui titolo è da intendere in tutte le accezioni consentite al sintagma dalla lingua italiana) è l’antologia giustamente molto inclusiva dei primi tre capitoli della tetralogia che compone fino ad oggi l’opera poetica di Massari: ovviamente, quando se ne sarà conclusa la lettura, è da integrare con le Macchine del diluvio composte dopo. Anche così com’è, però, è semplicemente uno dei libri di poesia più compatti e necessari di questo primo quarto di XXI secolo. 

  • Negli anni Novanta del secolo passato, ho avuto la fortuna di frequentare da vicino il grande poeta Giovanni Giudici. Molto di quel che so di poesia contemporanea l’ho imparato da lui. In quel periodo, Giudici concentrava le sue osservazioni sui libri di poesia che riteneva più interessanti in una rubrica che intitolò “Trentarighe” e che affidò prima all’”Unità”, poi al quotidiano toscano “Il Tirreno”. Ora che mi avvicino ai settant’anni (l’età che aveva allora Giudici) e che il ruolo dei quotidiani l’hanno assunto i blog colgo al volo l’occasione offertami dall’amico don Fabrizio Centofanti di riprendere quella consuetudine praticata dal mio mentore e amico. I suoi “Trentarighe” venivano vergati sulla vecchia Olivetti sulla quale Giudici componeva anche molte delle sue poesie: il rigore della misura imposta dalla forma-giornale coincideva con circa 1500 battute, alle quali intendo adeguarmi anch’io. Comincio tuttavia con l’eccezione di una misura esattamente doppia, solo perché considero il libro di Stefano Massari cui ho dedicato la mia attenzione in questa circostanza inaugurale per l’appunto un’eccezione qualitativa, entro l’attuale panorama poetico. Aggiungo in chiusura che il mio “Trentarighe” non avrà una scadenza prefissata, ma verrà composto solo quando m’imbatterò in un libro degno di vero interesse critico.

 

                                                                                       A.B. 



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La parola ai poeti. Alberto Bertoni

Darmi all’ippica

    Quasi in contemporanea a quella per l’Inter, a cavallo fra i ’50 e i ’60, è nata l’altra passione centrale della mia vita, quella che non è soltanto un hobby o un gusto del proibito, ma una vera e propria visione del mondo (e della poesia), senza la quale, tuttora, nel mondo (e nella poesia) non saprei proprio come orientarmi: quella per le corse al trotto (nel tempo ho imparato ad apprezzare anche il galoppo, ma quella è un’altra questione). La mia “piccola città bastardo posto” è da sempre una città trottofila, col suo vecchio ippodromo di piazza d’Armi, collocato lì, a due passi dalla Ghirlandina. In mezzo al tumulto di questo processo formativo, a fare da collante e da denominatore comune domina per me l’esperienza dell’ippica, che è la mia prima, profonda pulsione assieme estetica, esistenziale e conoscitiva, nonché uno dei miei principali strumenti di comprensione e di interpretazione del mondo. E, c’è poco da fare, il mio romanzetto di formazione si è consolidato a partire dal 1970, nella sala corse modenese di via Belle Arti, invece che nell’oratorio della mia parrocchia. Lì ho imparato umanità e nichilismo, generosità ed empietà, oltre ad un’applicazione sistematica della cosiddetta Legge di Murphy: se qualcosa può andare male, nella sfera degli atti e degli eventi umani, certamente ci va. Tuttavia, quando arriva nell’ordine una scommessa trio che tu hai studiato e che, dopo il tuo studio, la corsa ha soddisfatto, beh, quella è una gioia ermeneutica (per introdurre un parolone che ha molto che fare col mio lavoro di critico e docente di letteratura) molto spiccata. Comprendo che non è semplice dichiarare un’osmosi formativa fra ippica e poesia: ad un primo, frettoloso sguardo sono due mondi antropologicamente, culturalmente e direi politicamente incommensurabili. Eppure, questa osmosi finisce da sempre per compiersi, nella mia psiche e nella mia quotidiana esperienza di vita, sotto il segno di una tanto inesausta quanto necessaria interazione. Continua a leggere

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“L’isola dei topi”, Alberto Bertoni


La lingua

Come quel nonno mai incontrato
vedrai che morrò soffocato
da un nòcciolo di pesca

E tu soffocherai sulle mie labbra
lingua che parli la ferita
tragica e perversa,
romantica e vitale,
molto più grande
del mio corpo incapace di migrare
dove l’aria è della migliore
sfumatura verderame, Continua a leggere

Ballate di Lagosta, di Christian Sinicco

copertina (1)
Poesia ad un tempo periferica ed europea, se ne è possibile una, questa delle sue ultime ballate si estende da Trieste alle terre slave, per consolidarsi attorno al topos prediletto del mare. La riempie, la motiva e soprattutto la muove un istinto forte delle sovrapposizioni e delle metamorfosi, grazie a un principio irresistibilmente dinamico, musicale, in non pochi passaggi narrativo, che affonda radici nella propensione per così dire naturale della Mitteleuropa al concerto babelico delle voci e dei suoni, delle lingue e delle storie, tra i microcosmi del suo inesausto destino migratorio.
(Dalla nota di Alberto Bertoni)

Christian Sinicco è nato a Trieste nel 1975. Nel 1999 organizza una serie di letture nella sua città assieme a molti poeti della sua generazione Continua a leggere

Alfabeto di strade (e altre vite) di Alberto MASALA

[…] Masala è un poeta dell’esortazione, un anarchico con coscienza di livello culturalmente internazionale, ed una produzione di tale ispirazione e tanto catalisticamente “avanti” da essere progenitrice come lo sono stati Antonin Artaud in Francia e Julian Beck con il Living Theater negli U.S.A.
In breve, è coinvolto in una poesia di provocazione – come, dice, Pasolini – ma con questa differenza: dove Pasolini portò le sue idee di provocazione sullo schermo e fu in altro modo intenzionalmente e intensamente un intellettuale attivista, o un attivista dell’intelletto, Masala ha insistito nella carica orale della performance pubblica del suo lavoro, che in gran parte è in forma omaggiante e litanica, e, sì, esortativa è la parola giusta […]
(Jack Hirschman – Introduzione a Taliban – i trentadue precetti per le donne (2001))

 

A Gilberto Centi

 
Una cosa sola era certa, perché inequivocabile:
eravamo giovani . [ 1]

 

tu ci hai lasciato un segno
e non andrà perduto [ 2]

la sera sta indossando veloce
una notte già insonne
trascinando nel naufragio di una luce
fissa e televisiva
i nostri occhi offesi

amico mio
non ti porto notizie confortanti
avevi visto giusto
purtroppo l’ipnosi ha funzionato
e non gli basta catturarci vivi
vogliono farci scrivere
e perfino cantare come loro

le finestre sprangate
tutte le chiese aperte e funzionanti
le strade chiuse tutti i ponti crollati
i matti ritornati nelle gabbie
ed attorno i turisti
della democrazia Continua a leggere