Due constatazioni coinvolgono la poesia neo-dialettale, ora che ha felicemente oltrepassato il mezzo secolo di vita, se continuiamo a individuare il suo anno d’inizio nel 1972 dei libri di due poeti-sceneggiatori cinematografici: Tonino Guerra e Cesare Zavattini. La prima riguarda il passaggio di testimone generazionale che – a considerare eccellenze “di transito” un Rentocchini e una Grisoni – coinvolge almeno due romagnoli costantemente bravi come Gabellini e Teodorani, assieme a un trevigiano votato a un’energica pronuncia civile come Fabio Franzin. La seconda constatazione concerne proprio l’amplissima gamma di tecniche poetiche che distingue le molteplici scritture neo-dialettali, oscillanti tra gli estremi del lirismo puro e dell’epos (comprendendo vocazioni teatrali ed emergenze di romanzo in versi), come peraltro fu proprio dell’archetipo della scrittura dialettale novecentesca, vale a dire l’incommensurabile Pascoli.
Per continuare sulla falsariga di questa microcronologia, è opportuno ricordare che nello stesso 1963 di Franzin è nato anche il faro odierno della poesia bilingue che mette allo specchio idiomi locali spesso limitati a una dimensione geografica molto ristretta e la loro “traduzione” in italiano: di norma d’autore/autrice, ma non sempre in versi. Mi riferisco al lombardo Edoardo Zuccato, che scrive in “altomilanese o bosino”, una “combinazione dei dialetti di Cassano Magnago e Fassano Olona, in provincia di Varese”. Molto opportunamente, l’editore Elliot ha stampato nel marzo di questo stesso 2024 Trent’anni in dieci minuti, un’ampia silloge di Poesie scelte 1987-2023, vale a dire un’autoantologia organizzata sull’asse cronologico (un asse però tutt’altro che hegelianamente lineare, come c’informa Zuccato stesso), che dà conto di una varietà d’intenzioni espressive sospesa tra i poli di “un lirismo più all’anglosassone che all’italiana” e della satira espressa solo in lingua nazionale nel libro Gli incubi di Menippo. Ed è questo il libro che nel 2016 ha collocato Zuccato nel solco tutto lombardo e milanese di una scrittura originalmente satirica votata a collegare Parini a Lucini, isole italofone dentro le satire dialettali di Porta, Tessa e Loi, fra i molti altri. A ciò si aggiunge la coralità drammaturgica, da inscenare nel teatro della mente lettrice piuttosto che su un palcoscenico pubblico, del poema Ulona. Lo spazio ristretto di un Trentarighe mi obbliga a un giudizio fin troppo apodittico nella sua sintesi: ma in questa chiave mi sento tranquillamente di affermare che Trent’anni in dieci minuti di Edoardo Zuccato è uno dei tre libri di poesia più riusciti e più importanti di questo ormai lungo scorcio di 2024: un libro che dev’essere degustato dai lettori che amano davvero la poesia, non episodicamente, al modo del “fior da fiore”, ma integralmente – anche nei suoi calibratissimi soprassalti di temi, metri e intonazioni.
- Negli anni Novanta del secolo passato, ho avuto la fortuna di frequentare da vicino il grande poeta Giovanni Giudici. Molto di quel che so di poesia contemporanea l’ho imparato da lui. In quel periodo, Giudici concentrava le sue osservazioni sui libri di poesia che riteneva più interessanti in una rubrica che intitolò “Trentarighe” e che affidò prima all’”Unità”, poi al quotidiano toscano “Il Tirreno”. Ora che mi avvicino ai settant’anni (l’età che aveva allora Giudici) e che il ruolo dei quotidiani l’hanno assunto i blog colgo al volo l’occasione offertami dall’amico don Fabrizio Centofanti di riprendere quella consuetudine praticata dal mio mentore e amico. I suoi “Trentarighe” venivano vergati sulla vecchia Olivetti sulla quale Giudici componeva anche molte delle sue poesie: il rigore della misura imposta dalla forma-giornale coincideva con circa 1500 battute, alle quali intendo adeguarmi anch’io. Comincio tuttavia con l’eccezione di una misura esattamente doppia, solo perché considero il libro di Stefano Massari cui ho dedicato la mia attenzione in questa circostanza inaugurale per l’appunto un’eccezione qualitativa, entro l’attuale panorama poetico. Aggiungo in chiusura che il mio “Trentarighe” non avrà una scadenza prefissata, ma verrà composto solo quando m’imbatterò in un libro degno di vero interesse critico.
