Quasi in contemporanea a quella per l’Inter, a cavallo fra i ’50 e i ’60, è nata l’altra passione centrale della mia vita, quella che non è soltanto un hobby o un gusto del proibito, ma una vera e propria visione del mondo (e della poesia), senza la quale, tuttora, nel mondo (e nella poesia) non saprei proprio come orientarmi: quella per le corse al trotto (nel tempo ho imparato ad apprezzare anche il galoppo, ma quella è un’altra questione). La mia “piccola città bastardo posto” è da sempre una città trottofila, col suo vecchio ippodromo di piazza d’Armi, collocato lì, a due passi dalla Ghirlandina. In mezzo al tumulto di questo processo formativo, a fare da collante e da denominatore comune domina per me l’esperienza dell’ippica, che è la mia prima, profonda pulsione assieme estetica, esistenziale e conoscitiva, nonché uno dei miei principali strumenti di comprensione e di interpretazione del mondo. E, c’è poco da fare, il mio romanzetto di formazione si è consolidato a partire dal 1970, nella sala corse modenese di via Belle Arti, invece che nell’oratorio della mia parrocchia. Lì ho imparato umanità e nichilismo, generosità ed empietà, oltre ad un’applicazione sistematica della cosiddetta Legge di Murphy: se qualcosa può andare male, nella sfera degli atti e degli eventi umani, certamente ci va. Tuttavia, quando arriva nell’ordine una scommessa trio che tu hai studiato e che, dopo il tuo studio, la corsa ha soddisfatto, beh, quella è una gioia ermeneutica (per introdurre un parolone che ha molto che fare col mio lavoro di critico e docente di letteratura) molto spiccata. Comprendo che non è semplice dichiarare un’osmosi formativa fra ippica e poesia: ad un primo, frettoloso sguardo sono due mondi antropologicamente, culturalmente e direi politicamente incommensurabili. Eppure, questa osmosi finisce da sempre per compiersi, nella mia psiche e nella mia quotidiana esperienza di vita, sotto il segno di una tanto inesausta quanto necessaria interazione.
Ippica, comunque, per me modenese d’origine e poi bolognese per lavoro, significa immediatamente trotto. Mi si può dire, a questo punto, che l’ippica vera, vale a dire quella dei veri purosangue, è il galoppo, né io sono tanto ingenuo da ignorare che la parola ippica comprende in sé due visioni del mondo addirittura contrapposte: quella del trotto e quella del galoppo, per non parlare della terza incomoda, l’equitazione. Ma sull’equitazione non si scommette e per questo non mi ha mai minimamente coinvolto. La questione è che in Emilia-Romagna e in Veneto al galoppo non si corre proprio.
Il trotto è infatti retaggio contadino, sfida ottocentesca fra proprietari terrieri che coi calessi percorrono più in fretta che si può i lunghi viali alberati delle loro tenute, sfidandosi a tutta manetta. Invece il galoppo, fin dal Settecento, è lo sport dei re e degli aristocratici: selezione severissima che coniuga resistenza e velocità pura di quello splendido animale che è il cavallo sapientemente allevato e poi lanciato (soprattutto quand’è compreso fra i tre e i quattro anni d’età) a più di 60 km orari lungo le spianate campestri – appena appena tracciate a creare il sembiante di una pista – dei latifondi inglesi, irlandesi e francesi. I due mondi comunicano con molta difficoltà: troppe sono le differenze che li separano, a partire dal fatto che nel trotto la riproduzione avviene per inseminazione artificiale, mentre nel galoppo dev’essere portato a compimento l’atto sessuale in carne, ossa e respiri, noblesse oblige: tanto obbligante, la nobiltà inglese, che nel Regno unito le corse al trotto sono addirittura proibite, così com’è proibito – o comunque ritenuto molto sconveniente – il cibarsi di carne di cavallo: fatto giudicato abbastanza riprovevole anche da un carnivoro non particolarmente amante degli inglesi (salvo tè, Beatles, whisky, football e Clarks) quale il sottoscritto. Nella mia vita avrò mangiato cavallo sì e no tre volte in tutto e sempre con un filo di disgusto.
Per parte mia, mi ritengo un provinciale di classe subalterna e dunque, al di là dell’estrazione geografica, sono trottofilo anche per destino sociale e per appartenenza antropologica, oltre che geografica. Tuttavia, i viaggi (all’insegna di un motto modenese in cui da sempre mi riconosco, piotòst che gnìnt l’è méi piotòst, piuttosto di niente è meglio piuttosto) e una curiositas naturalmente inclusiva mi hanno poi portato ad apprezzare anche le corse al galoppo, tanto da suscitare la bonaria ironia di uno dei trottofili più esperti e tecnicamente consapevoli che mai abbia conosciuto: Rino Ferri alias il Basso, che per metà della sua vita ha fatto il musicista nell’orchestra Toscanini del Teatro Comunale di Bologna; e per l’altra metà ha elaborato impeccabili pronostici e commenti, sempre in prima fila nel parterre degli ippodromi d’Emilia e di Romagna.
In ogni caso, nel mio immaginario, il trotto coincide con la prima, profonda pulsione assieme estetica, esistenziale e conoscitiva, nonché – anche se non soprattutto oggi che di anni ne ho 67 – uno dei miei principali strumenti di comprensione e di interpretazione del mondo. Per l’appunto, come accennavo, il mio romanzetto di formazione si è consolidato a partire dal 1970, quando di anni ne avevo solo 15 e in teoria nemmeno avrei potuto scommettere, nella sala corse modenese di via Belle Arti, gestita da un toscano furbo e rapace come pochi, Lauro Monti. Lì, nel fumosissimo antro costellato di video dove le telescriventi battevano la cronaca scritta delle corse, ho imparato a riconoscere, ma soprattutto a immaginare, un senso possibile delle cose e delle relazioni umane, in armonia col primo esercizio interpretativo dell’aver presto imparato a riconoscere – dallo stile di chi nei vari ippodromi componeva le cronache da telescrivente – il nome del cavallo vincitore fin dalla prima o dalla seconda riga del testo cui tutti ci abbeveravamo.
Certo, neanche oggi – a distanza di così tanti anni – è facile raccontare una manìa. Prima delle altre dominanti, il burro e la poesia, il borgogna e l’Inter, per esempio, quella delle corse dei cavalli per me è sbocciata fin dagli anni d’infanzia, senza che nessuno dei miei familiari (in particolare mio nonno e mio padre, i responsabili della mia educazione sportiva) abbia fatto qualcosa per trasmettermela. Anzi, la mia passione è nata proprio per colpa di due ribellioni edipiche: una verso mio padre Gilberto, dipendente della Ferrari Automobili e fissato con le corse automobilistiche; l’altra verso mio nonno Mario, spettatore indefesso di partite a bocce che si giocavano in uno spiazzo prospiciente il vecchio ippodromo della “piccola città bastardo posto” dove sono nato e abito, Modena.
Il mio innamoramento per le corse mi fa prepotentemente riaffacciare proprio sul vecchio ippodromo del Foro Boario (oggi una spianata in parte asfaltata e in parte punteggiata di alberelli, che ricopre un parcheggio sotterraneo pochissimo amato e ancor meno frequentato dai miei concittadini e da me), scenario nella sua forma primigenia di molti dei primi, preziosi fotogrammi di quella che Marcel Proust ha definito la memoria involontaria. Ecco, io negli immediati dintorni di questo ex ippodromo praticamente incastonato nel centro cittadino ho trascorso diversi pomeriggi, nei primi anni Sessanta, appena giunto in età scolare. Proprio lì, infatti, accompagnavo abbastanza spesso quel nonno molto amato a seguire le interminabili partite di bocce disputate sul pezzo accidentato di terreno compreso fra il muro del vecchio palasport e la bassa siepe da cui era delimitata la prima curva della pista da trotto: pista “piccola” lunga mezzo miglio, sulla quale si correva solo per tre giorni attorno a Pasqua, ma che funzionava tutto l’anno come pista da allenamento.
E qualcuno dovrà pur credermi se affermo – oggi, a sessant’anni di distanza – che l’intreccio di memoria volontaria e involontaria è talmente attivo nel mio cervello da farmi rivivere alla perfezione il pathos di quelle ore invase già dall’ombra o affumicate di nebbia, quando si stava lì, in piedi, nelle atmosfere gelate fra tardo autunno e inverno; o in quelle accese di smalto, a primavera, mentre mio nonno si appassionava alle sue sfide di puntatori e bocciatori e io – appena defilato, tanto di lì non passavano automobili – guardavo affascinato per ore le “sgambe” dei cavalli. Tanto che ricordo nitidamente i battiti accelerati del mio cuore quando la delicata e simmetrica meccanica del trotto (andatura incrociata che porta assieme in avanti anteriore destro e posteriore sinistro – naturalmente alternandosi, il più rapidamente ed esattamente possibile, con lo slancio coordinato di anteriore sinistro e posteriore destro: chiasmo perfetto e, insieme, decussazione) obbligava cavallo e guidatore – o, più esattamente, driver – ad accogliere e insieme gestire l’aritmìa necessaria per passare indenni dal crescendo della dirittura al rallentamento calibrato ed elastico imposto dalla curva, senza che ne riuscisse interrotta la simmetria del trotto.
Molte fotografie di trottatori (penso a quelle scattate dal grande Enzo De Nardin, ma anche alle altre più nostrane dell’appassionato solo nominalmente dilettante Raffaele Martini) sono perfette proprio perché fissano nell’obiettivo i momenti esatti del passaggio d’andatura tipico del trotto, l’andatura a x, fase delicatissima in quanto può dare slancio e velocità se eseguita in armonia; o può indurre invece alla catastrofica rottura (e, in corsa, alla conseguente squalifica) se il cavallo per un motivo qualsiasi interrompe per l’appunto l’esatta meccanica. Ma dal momento che i soggetti ritratti sono equamente suddivisi fra campioni e ottimi cavalli (De Nardin e Martini, evidentemente, hanno avuto i brocchi in gran dispetto), di rotture ne intercetto davvero molto poche, quando mi abbandono alla sequenza vorticosa di fotogrammi ippici che – veloci ahimè come gli anni – si avvicendano nella mia mente agitata.
Tornando alla mia storia di apprendistato, devo ribadire che ad aprile al Foro Boario scoccavano i due unici pomeriggi domenicali di Gran Premio assegnati all’ippodromo geminiano, dove per antica tradizione accorreva il “tutto Modena”, miei genitori compresi, per spettegolare e “spianare” i guardaroba nuovi. Il lunedì del G.P. Ghirlandina, invece, ero io a mettermi in ghingheri, accompagnato da quel nonno che per un solo pomeriggio accettava di rinunciare alle bocce. Le tre uniche date di corse, però, subivano delle variabili impazzite, fin quando non potei andare all’ippodromo da solo: mio padre, se c’era coincidenza con la partita del Modena F.C., decideva di portarmi senza discussioni allo stadio; poi, siccome spessissimo a Modena in aprile piove (ahi, il più crudele dei mesi!) e lui era un gran meteoropatico (contro la pioggia: io sono pure meteoropatico, ma al contrario, perché sto bene di nervi solo quando viene giù a catinelle), allora tutta la famiglia raggiungeva il limitrofo circolo Avia Pervia, tempio della pallavolo, dove magari capitava di giocare a boccette con un giovanissimo e magro Luciano Pavarotti. Però – in quel caso – io bambino supponente e stralunato, capriccioso e nevrotico, per ripicca mi piazzavo davanti alla rete di recinzione a sbirciare lo stesso le corse, da un pertugio nella ramaglia: visione ellittica e molto cinematografica che mi si è incisa per sempre nel cuore. Però, non poter mettere nemmeno le 100 lire che a casa mi aveva intanto elargito mia nonna su un favorito piazzato (per vincerne al massimo 120) era già allora una precoce e indicibile sofferenza…
Insomma, fra infanzia e adolescenza, la passione per il trotto nacque e dilagò con tanta forza che, quando nel giugno del ’69 conseguii il giudizio di Ottimo all’esame di Terza media, chiesi ai miei genitori due regali: l’edizione integrale degli Ossi di seppia di Montale; e di essere accompagnato per la prima volta all’ippodromo dell’Arcoveggio di Bologna, un luogo già mitico, nel mio immaginario. Mio padre, non senza qualche imprecazione, mantenne la promessa e soddisfece la mia bizzarra richiesta. Allora si correva di pomeriggio anche d’estate e una domenica di fine giugno mi accompagnò – sulla Millecento R allora in dotazione alla famiglia – ad ammirare la vittoria in corsa di testa di un brillante Ettorone, pilotato dalle mani sagaci di Luciano Bechicchi, un driver che – seppi poi – era nato lo stesso mese e anno di mia madre: novembre 1928. Era la terza o la quarta volta che mettevo piede a Bologna e mi ricordo ancora oggi l’emozione del percorrere i viali e di trovare a un certo punto l’indicazione Ippodromo. E, nonostante che adesso io percorra tutti giorni un tratto abbastanza lungo dei viali di Bologna, evito accuratamente di controllare se quel cartello esiste ancora.
Il virus delle corse al trotto, insomma, attecchì in me molto presto e pochi mesi dopo quel debutto all’Arcoveggio, meno che quindicenne, sono per l’appunto venute le prime, non meno maniacali e ben presto quotidiane esperienze nell’appena riaperta sala corse di via Belle Arti, a Modena: la febbre delle scommesse, la scelta – sedicenne, nel ’71 – di giocarmi ai cavalli le tremila lire di paghetta settimanale e di non cominciare così a fumare come quasi tutti i miei compagni e le mie compagne di classe… Salvi sì i polmoni (anche se ci avrebbero pensato prima l’atmosfera fumosissima di quella stessa sala corse e poi Chernobyl e le polveri del traffico impazzito di queste parti a conciarmeli come quelli di un fumatore incallito), ma vuoto il portafoglio. Subito dopo – ad aggravare lo status di povertà – quasi subito Lettere a Bologna, con il ’77, il Movimento, la poesia e un dialogo d’amore fra treni e bar di passaggio: la passione della parola scritta e letta, un subitaneo, ulteriore innamoramento per le lezioni meravigliose di Ezio Raimondi, i ragionamenti critici e nessuno dei miei amici o a maggior ragione delle mie cotte femminili di allora (in verità lei sola) che condividesse l’amore per il gioco e per le corse. Per di più, la passione ippica (e anche quella poetica: dominavano piuttosto politica, sociologia e critica, quegli anni lì) veniva considerata da tutti i miei sodali una deriva dannunziana molto di destra, mentre i nostri cuori battevano a sinistra. In ogni caso, però, i miei sabati mattina li passavo in compagnia di pochi altri “malati” proprio all’ippodromo invece che a lezione di Storia medievale e di Latino, per studiare gli allenamenti e le “forme” di guidatori, scuderie e quadrupedi…
Tanto, Raimondi faceva lezione il lunedì, martedì, mercoledì e dunque non si creò alcun conflitto d’interessi fra cavalli e apprendimento letterario. Sono state davvero preziose, però, quelle mattane apparentemente futili, perché grazie a loro ho imparato una volta per tutte che nella vita l’intuizione è quasi tutto e che lo scommettitore un po’ meno perdente degli altri l’idea della corsa se la fa con un’osservazione e un’esperienza diretta dello stato delle cose, non certo prestando fede alle “voci di dentro” delle scuderie, quasi tutte fragili e fasulle. D’altra parte, se guidatori, artieri e proprietari conoscessero in anticipo i risultati ippici sarebbero miliardari di stanza a Santo Domingo o a Tahiti e non li vedresti più barcamenarsi, spesso con avversa fortuna, nella solitudine di certi desolati giorni feriali, in qualche ippodromo minore d’Emilia o di Romagna…
Nel frattempo, proprio nel mio anno di maturità classica e di università, il 1974, a Modena veniva inaugurato il nuovo ippodromo, una pista “grande” (cioè dallo sviluppo di un chilometro) tecnicamente d’avanguardia, dopo qualche anno impreziosita da una bella e spaziosa tribuna. Se ho mancato qualche riunione di corse, in questi quasi cinquant’anni, è stato solo per improrogabili impegni di lavoro, conferenze o seminari da tenere a non meno di 200 chilometri dalla mia città: sennò volate in macchina e arrivi trafelati per non perdere le tenzoni dei brocchi confinati alle quarte o alle quinte corse… Niente più Foro Boario, allora, ma gli ampi spazi campestri dell’Ippodromo della Ghirlandina, dove ho continuato (e continuo anche oggi, ma con difficoltà maggiore) a frequentare le corse come attività conoscitiva e – insieme – narrativa.
Una manìa, appunto: al punto che non so se in un’apposita statistica potrei essere catalogato fra i giocatori d’azzardo, perché – oltre l’ippica – non m’interessano le carte né la roulette: le une per la narrazione irreggimentata e monotematica che pretendono, l’altra per la sua fisionomia rigida e istantanea, fondata su quell’incognita o variabile sconosciuta e impazzita che è per me il numero. Invece, nell’arco delle sette o otto corse al trotto che si svolgono durante un pomeriggio o una serata, si alternano e incidono sull’esito finale (il Senso/Risultato) valore atletico del cavallo e astuzia o stupidità umana, durata e tattica, mutevolezza di situazioni e colpi di scena, tecnica e intuito, minuzia tattica e logos, ragione e anarchia, trotto perfetto e trotto un po’ arrangiato, sul filo preciso del disastro…
Ogni corsa, un racconto. Si comincia a casa, con la lettura del programma. Tutti i protagonisti equini delle diverse corse sono collocati nel loro contesto: i “colori” di scuderia, i nomi del guidatore e dell’allenatore, la distanza sulla quale si disputa la contesa (un miglio o due chilometri), il modo in cui viene data la partenza (autostart o giravolta da semifermi, per le corse a handicap), la cronistoria delle prestazioni precedenti, i rapporti riflessivi ed ermeneutici che tale cronistoria ingenera, il commento del giornalista e l’elezione dei favoriti. Si hanno insomma a disposizione tutti gli elementi preliminari necessarî a “farsi un’idea”, perché a tale esercizio di filologia della corsa/testo segue poi un’elaborazione tutta individuale, fondata su spirito critico, ragionamento, ricordo, sensazione impalpabile fino a un’ovvia deriva verso il pensiero magico vero e proprio. Si arriva infine all’ippodromo: e qui bisogna vedere se, col proprio budget (che – particolare decisivo – uno deve sapere a priori di poter perdere, assolutamente da bandire assegni in bianco e scommesse sulla parola), si seguirà la riunione in solitudine o in compagnia di qualche amico fidato, in società con il quale verrà azzardata la scommessa più difficile e remunerativa, la trio. Se non si è soli, è chiaro che nel rapporto con questi amici occorre un affiatamento pressoché totale e del tutto indipendente da variabili quali differenze ideologiche, gusti sessuali, inclinazioni gastronomiche: si discute, si confronta, si ragiona, si decide solo in termini rigorosamente ippici.
Intanto, i trottatori stanno effettuando le sgambature di riscaldamento e qui diventa decisivo l’occhio clinico: l’ultima impressione, infatti, semina sempre dubbî atroci laddove erano stati eretti bastioni di certezze, fa germogliare ripensamenti drammatici, apre la strada alla “copertura” finale, vale a dire all’impeto bizzarro e irrazionale che – imponendo l’investimento non programmato di nuovi denari – devasta la linearità del ragionamento precedente, ma anche la futile armonia dell’accordo intercorso con i propri compari. Si maledice dal profondo del cuore la vocazione allo “sghetto” del tale e la predisposizione razionale del talaltro, ma si maledicono anche i propri tentennamenti e si accusano fidanzate, mogli e colleghi/e per l’instabilità che hanno in noi disseminato con i loro atteggiamenti passati, presenti e soprattutto futuri, mentre si disprezzano i poeti compagni di strada, per quel modo speciale di fare – dall’esterno – tutto facile, tutto in eterno rappresentabile, metaforizzabile… Un tipico inferno esistenzialista, insomma: scepsi, pratica sardonica del dubbio, incredulità allargata a ogni possibile fede, utopia negativa…
Poi, finalmente, viene la fase di pura epifania in cui si svolge la corsa vera e propria, che dura un paio di minuti o poco più: ma quel paio di minuti, se c’è (come quasi sempre accade) da soffrire, spalanca subito un pozzo senza fondo di tempo mitico. In proposito devo subito affermare che la sequenza armonicissima di fisionomie in bianco e nero di grandi trottatori del passato – sugli sfondi precipui degli ippodromi cari di Modena e di Bologna – mi fa pensare, ogni volta che mi scorre nella mente o sullo schermo del computer, ai cataloghi immaginifici dell’Iliade di Omero, alle navi, agli scudi, alle schiere di eroi dal cui competere deriva tutta la nostra tradizione occidentale. Ed è tremendamente vero che se – pochi metri dopo la partenza – tutto sembra mettersi nel modo migliore, allora si può star sicuri che la disillusione più cocente è in agguato lì dietro l’angolo, perché sta già per ingigantire le proprie devastanti conseguenze un dettaglio che in principio sembrava ininfluente e che invece è predestinato a trasformarsi in un fattore decisivo d’entropia, la causa scatenante di quel delirio di casualità pura che, a pochi metri dal traguardo, trasformerà in cenere tutto ciò che sembrava – fino a quel momento cruciale – oro colato. Viceversa, se si è già “fuori corsa” sulla prima curva, per rotture, renitenze, incertezze del driver, la delusione può diluirsi meglio: si pensa già al dopo, si azzarda perfino una telefonata… Il dopocorsa, infatti, è il tempo/spazio della coralità più sfrenata: durante la proiezione del replay, tutti a naso in su e a bocca in giù, a vomitare insulti contro questo e contro quello, intanto che l’espressione più inumana possibile, “te l’avevo detto”, si spreca. L’inferno dantesco è un bar per educande, davanti al manifestarsi di questo “dopostoria”, che dura cinque minuti, non di più, ma che concentra un tasso altissimo di violenza, di solitudine e di pensiero a priori oppositivo, antagonista.
È forse per un simile eccesso d’esperienza e di vita esposta che la pratica della presenza fisica all’ippodromo è ormai del tutto anacronistica: i rari appassionati rimasti, infatti, si concentrano oggi nelle tabaccherie-sale scommesse, oppure – ancora peggio, ma in tempi di pandemia è l’unica opzione rimasta – nella solitudine luccicante degli schermi di pc o di smartphone. Dentro quella superficie colorata in cui si muovono le figure di una virtualità inquietante, ogni pochi minuti partono corse vere e simulate (sì, oggi l’inumano è tra noi in tutto e per tutto: si può scommettere anche sulle elaborazioni virtuali di un computer!) e se ne possono seguire due o tre in simultanea, in ogni angolo del mondo (grazie al gioco dei fusi) e ad ogni ora. Anch’io, una soleggiata mattina d’estate, confesso di aver toccato un vertice (o un abisso) di straniamento assoluto, quando ho scommesso 5 euro su una corsa a vendere di ambiatori australiani immersi in una notte metafisica d’inverno e ho pure azzeccato l’accoppiata…
Solo all’ippodromo, però, continuo a dare il mio meglio e a concentrarmi davvero, accanto all’impeccabile competenza tecnica ma anche alla stoffa affettiva di Giulio Luppi, a quella decisamente internazionale e istintivamente narrativa di Renato Callivà o alle più ruspanti empatie di Erio e di Giorgio, i sopravvissuti della mia compagnia storica di scommettitori, tutti “andati, rassegnati o soddisfatti”, per dirla sempre con Guccini. Ma questa è già la storia di quel gruppo di amici modenesi che – verso la fine del secolo/millennio – non disapprovava affatto la mia scelta di scommettere solo dentro gli occhi pervinca di Ottavia, la più magnetica e affascinante delle ragazze del totalizzatore, così profondi quando era triste e così accesi, nei lampi più rari d’ilarità. Ho parlato all’imperfetto, perché anche Ottavia, nel frattempo, ha abbandonato la precarietà del totalizzatore e fa l’avvocato penalista, mentre le sue sostitute di terzo millennio, quanto a fascino, be’… meglio lasciar perdere.
Certo, donne, poesie e corse non sono ancora riuscito a farle andare insieme, ma un giorno o l’altro sento che sfiorerò anche questa trio impossibile. Ho visto vincere Varenne, un giorno d’aprile di alcuni anni fa, sulla pista che amo e quindi – prima o poi – dialogherò alla pari con un’interlocutrice capace di vivere le corse al trotto come quella vera e propria liturgia che sono.
Prima del Varenne a Modena stravincente, c’è stato qualcun altro, però, la cui silhouette mi sovviene proprio adesso che non riesco a prendere sonno, subito dopo che mi ha folgorato la memoria del tutto involontaria della bionda criniera di Tornese, altro campionissimo sfrecciante solitario sul traguardo del G.P. Ghirlandina 1959, la mia prima volta in un ippodromo e una delle prime emozioni “integrali” di tutta la mia vita… Poi, di seguito, riappare nel film ininterrotto della mente un altro sabato d’inverno, quando nel buio opaco della medesima, prolungata insonnia si accendono di colpo le luci di San Siro, l’ippodromo del trotto di Milano, cioè la Scala del trotto, come la chiamano conoscitori molto meglio ferrati di me: è il 18 novembre del 1989, fa buio ed è piuttosto freddo, per la stagione. Alla sesta corsa è in programma il Gran Premio delle Nazioni, la più importante classica autunnale del nostro trotto. Sono in lizza alcuni fortissimi cavalli europei, fra i quali un autentico fuoriclasse come l’americano (di nascita) ma oggi scandinavo (di scuderia) Mack Lobell. L’allevamento italiano è difeso da un cavallo in ascesa, benché non ancora consacrato campione, Indro Park, di proprietà triestina, ma in allenamento tra Ferrara e Bologna, per le cure di un padre e di un figlio assai bravi, Giancarlo e Lorenzo Baldi, che lo guida.
Non è un pomeriggio particolarmente fortunato, sto perdendo qualche decina di migliaia di lire. A un certo punto, presso uno dei bookmakers dell’ampio parterre del più bel trotter italiano, compare un numerino magico – 8 – accanto al nome di Indro. Perso per perso, estraggo fulmineo dal portafoglio le ultime diecimila lire che posso permettermi di perdere e – all’unisono con uno sparuto gruppo di tifosi – chiamo il nome del cavallo amato e intasco il biglietto con lo scarabocchio del nome e dell’eventuale vincita: ottanta contro dieci. Non sono (né mai sarò) nazionalista, nell’ippica i numeri scaramantici, i nomi amati, i localismi d’ogni credo e natura trascinano quasi sempre nell’abisso: no, ho seguito la carriera di Indro, ne intuisco il potenziale e 8 contro 1 mi sembra una quota appropriata, niente di più. Certo, sono abbastanza esperto per sapere anche che i cavalli a quella quota vincono piuttosto di rado, soprattutto nei Gran Premi, dove i valori sono consolidati. Ma un po’ d’occhio clinico ce l’ho e la sgambatura del prode bolognese è stata uno spettacolo: fluida, potente, perfetta d’andatura. Ed eccomi qua, strizzato sulla grande tribuna dell’ippodromo: siamo almeno in diecimila, i cavalli si allineano dietro le ali dell’autostart (la corsa è sui duemila metri, due giri completi di pista) e di colpo scende un silenzio surreale. Mack Lobell, col numero all’esterno di tutti (l’otto, appunto), impiega circa mezzo giro per conquistare il comando e a quel punto rallenta. L’italiano è quarto in corda, in posizione di risparmio, ma completamente chiuso dagli altri cavalli. A quattrocento metri dalla fine Mack scatta imperiosamente, però così facendo permette a Indro di vedere la luce: Lorenzo (per una volta nella vita) è prontissimo a muovere le redini e il nostro cavallo parte come una schioppettata, rivelandosi anche lui un fuoriclasse. In retta d’arrivo appariglia l’americano e a cento metri dal traguardo passa imperioso, per vincere nettamente.
Non so davvero cosa sta succedendomi, mi sento lievitare, perché la folla che mi circonda e mi assorbe sta facendomi partire in volo: senza sapere come, mi ritrovo in pista a festeggiare, abbraccio questo e quello e di colpo mi colpisce l’afrore del sudore di Indro, prima il tendersi poi il rilassarsi travolgente dei suoi muscoli, la profondità ai limiti della sopravvivenza del suo rifiatare, la sua testa grata e intelligente che ringrazia senza il minimo cenno di spavento quei forsennati che lo circondano. E vorrei essere d’Annunzio, cioè lo scrittore italiano che ha capito e descritto meglio di ogni altro la bellezza atletica e leggiadra del cavallo in corsa. Ma non lo sono, ahimè, e al di là della povertà di questo resoconto ripescato dalla memoria più di trent’anni dopo l’evento, ricordo anche che nella calca mi si spezzano in due gli occhiali e a Modena ci torno sulla mia Panda 30, al buio e semicieco, con difficoltà e rischi notevoli per la mia incolumità, e però come transumanato in una gioia incontenibile e durevole, che sembra dotare d’un paio d’ali quella macchina modesta, un vero ronzino… E tuttavia che palpito, che trionfo condiviso, che pienezza indelebile del sentimento…
Va precisato subito che Indro Park è stato molto meno forte di Varenne, il campione assoluto del trotto mondiale, il più forte atleta italiano nel passaggio di secolo-millennio. Ma Varenne, appunto, prima di vederlo vincere l’ho anche visto perdere (con un’impressione talmente forte che all’evento ho intitolato nel 2006 un libro di poesie, Ho visto perdere Varenne), una notte del luglio ’98. sempre a San Siro, nel Premio Nazionale, quando era giovane e sconosciuto e si poteva giocare vincente 15 contro 1. Non ci credette fino in fondo il suo driver, Giampaolo Minnucci, quella volta: ma era nato un campione e perciò un vero poeta, con il ritmo implacabile e incalzante fino all’ossessione del suo trotto (cioè della forma profonda del suo andare e del suo “dire”): un autentico fuoriclasse di livello planetario, che poi di corse ne avrebbe perdute molto poche.
Allora, non è del tutto assurdo riconoscere un’identità profonda tra l’esperienza della poesia e quella ippica: un’esperienza diretta di percezione amplificata del mondo e delle parole, dei ritmi, dei suoni necessarî per articolare un pensiero potenziato fino alla visione, da dividere davvero con qualcuno, perso in fondo a uno spazio e a un tempo che non potranno né dovranno mai più coincidere con quelli dell’autobiografia sommaria di chi parla. Ed è di sicuro dopo aver avuto cognizione della perfetta meccanica e dell’incontenibile potenza del trotto di Varenne che ho riconosciuto un senso compiuto alle mie attività di critico, di poeta, d’insegnante di letteratura. Ed è stata di sicuro la mia innata passione per il trotto a farmi specializzare nello studio della metrica: cosa c’è infatti di più metrico del trotto, il passo incrociato a x o a chiasmo, naturale nel cavallo per passeggiare ma non per correre? E poi, ancora, cosa c’è di più appassionante della scommessa sulle corse ippiche, vero e proprio esercizio interpretativo, insieme racconto e rito, bellezza e compendio di ragione e passione?
Prima del Covid, per noi malati di trotto era memorabile l’angoscia infinita dei pomeriggi del giorno di Natale, l’unico giorno dell’anno in cui tutti gli ippodromi rimanevano chiusi, tanto da meritare un Post scriptum formulato così:
Anche gli ippodromi chiusi
il pomeriggio di Natale?
Gli ippodromi e tutte
le piste del cuore
Le linee telefoniche occupate…
Ma adesso? Adesso saranno davvero riaperti, gli ippodromi, e quando e come?
*
Alberto Bertoni è nato a Modena nel 1955. Insegna Letteratura italiana contemporanea all’Università di Bologna. Tra le sue pubblicazioni saggistiche: La poesia contemporanea (il Mulino 2012), Poesia italiana dal Novecento a oggi (Marietti 2019), Una questione finale. Poesia e pensiero da Auschwitz (Book Editore 2020). Per Einaudi ha pubblicato L’isola dei topi (2021). Come poeta in proprio ha pubblicato diverse raccolte confluite poi nel volume Poesie 1980-2014 (Aragno 2018).



Sarà di certo un ammiratore di Febbre da cavallo, Proietti e Montesano… Non mi è chiaro però se trova riprovevole il mangiare carne di cavallo oppure il fatto che gli inglesi trovano riprovevole il mangiare carne di cavallo…