Per sviluppare appieno il suo indubbio talento di poeta, il romagnolo di riviera Stefano Simoncelli (classe 1950) ha dovuto passare oltre due file di scogli molto perigliosi: il primo scoglio è coinciso col suo precoce incontro – nella nobile avventura della rivista “Sul Porto”, fondata nel 1973 – con una delle voci più significative del secondo ‘900 italiano, appartenente al sodale e conterraneo Ferruccio Benzoni, morto a meno di cinquant’anni nel 1997. Quella che un grande critico come Harold Bloom ha chiamato “l’angoscia dell’influenza” dev’essere stata davvero forte e lunga più di un decennio, per Simoncelli. Ma lui (anche tennista di vaglia come già Giorgio Bassani e Antonio Porta) ha progressivamente trasformato nel tempo la tensione agonistica derivata dal confronto con un alter ego tanto potente in una capacità inesausta di lavoro ed impegno, fra giusto omaggio e convinzione sempre più ispirata di poter giocarsela alla pari, con Ferruccio.
Il secondo periplo quasi impossibile che ha dovuto affrontare Simoncelli è stato quello con il fondamento-modello che si è trovato fin dal principio a condividere con l’amico-rivale, vale a dire l’eco irrinunciabile, forse il vero e proprio “canto delle sirene” (nell’accezione di Kafka), costituito dal corpus poetico dell’opera di Vittorio Sereni, defunto nello stesso 1983 dell’ultima apparizione di “Sul Porto”. Senza tema di smentite, insieme soprattutto con Zanzotto e Sanguineti, Sereni è per antonomasia poeta “non imitabile”, nonostante che a volte possa ingannevolmente sembrarlo. Il suo intreccio di melodia mai corriva e di costante ricerca del dialogo coi Morti, l’ansia fenomenologica del rapporto con un presente da decifrare giorno dopo giorno attraverso una dedizione incrollabile alla scrittura poetica, la tensione conoscitiva mai appagata, l’auscultazione costante anche delle zone segrete e proibite di un Io molto più e meglio narrativo che autobiografico, figurale in senso dantesco e solo di rado confessionale, costituiscono un vero e proprio unicum entro il panorama della poesia contemporanea. Ebbene, oggi si può affermare con sicurezza che Stefano Simoncelli è riuscito nell’impresa di tracciare coi suoi versi una strada molto simile a quella sereniana, arricchita da una ricchezza intellettuale, psicologica, musicale ed emotiva non certo inferiore a quella tracciata dal Maestro primo dei ragazzi di “Sul Porto” né ai risultati conseguiti da Benzoni ancora di là dal crinale novecentesco. La conferma di quanto sto affermando è insita nell’ultima, bellissima raccolta di Simoncelli, Visite notturne (peQuod, giugno 2024), ove dominante stilistica è il principio di radice surrealista dell’enumerazione caotica, trasferito però dagli oggetti-feticcio di una trouvaille avventurosa ai soprassalti di un cuore còlto nell’attesa spasmodica della visitazione del proprio defunto oggetto d’amore. E il bello del libro è che tali spasmi si trasformano ad ogni testo in dialogo, un dialogo che sa toccare tutti i tasti e le vibrazioni dell’umano, lungo la tessitura di una drammaturgia sempre sospesa fra constatazione e sogno, speranza e invocazione: “Ritorna a sdraiarti// sul letto gualcito dal gelo degli anni/ fino a diventare un’altra volta passione,/ respiro, parola che si fa attesa, promessa/ e mai più addio.” Come declinare meglio che in queste parole l’essenza stessa della poesia?
- Negli anni Novanta del secolo passato, ho avuto la fortuna di frequentare da vicino il grande poeta Giovanni Giudici. Molto di quel che so di poesia contemporanea l’ho imparato da lui. In quel periodo, Giudici concentrava le sue osservazioni sui libri di poesia che riteneva più interessanti in una rubrica che intitolò “Trentarighe” e che affidò prima all’”Unità”, poi al quotidiano toscano “Il Tirreno”. Ora che mi avvicino ai settant’anni (l’età che aveva allora Giudici) e che il ruolo dei quotidiani l’hanno assunto i blog colgo al volo l’occasione offertami dall’amico don Fabrizio Centofanti di riprendere quella consuetudine praticata dal mio mentore e amico. I suoi “Trentarighe” venivano vergati sulla vecchia Olivetti sulla quale Giudici componeva anche molte delle sue poesie: il rigore della misura imposta dalla forma-giornale coincideva con circa 1500 battute, alle quali intendo adeguarmi anch’io. Comincio tuttavia con l’eccezione di una misura esattamente doppia, solo perché considero il libro di Stefano Massari cui ho dedicato la mia attenzione in questa circostanza inaugurale per l’appunto un’eccezione qualitativa, entro l’attuale panorama poetico. Aggiungo in chiusura che il mio “Trentarighe” non avrà una scadenza prefissata, ma verrà composto solo quando m’imbatterò in un libro degno di vero interesse critico.
