di Pasquale Vitagliano

In questa sua ultima silloge, D’argilla e neve (Giuliano Ladolfi, 2023), Maria Pina Ciancio condivide con il lettore un senso continuo di perdita e uno struggente sentimento di nostalgia. La sua poesia crea questo senza alcun artificio, con un’autenticità che è elemento dello stesso stile. I luoghi sono oggetto di questa inchiesta poetica. Non è un caso che la raccolta si conclude con cinque poesie in dialetto lucano. Stanotte ma scipperu/ e a jtteri i cani/ a rarica du coru. Non c’è, tuttavia, nulla di paesaggistico in questa meraviglia. La natura, la terra, i paesi sono lo scenario nel quale la Ciancio si muove. Il suo sguardo ha una messa a fuoco profondissima. Sono i luoghi, pertanto, che identificano, denotano e danno un nome a chi osserva. Sono, appunto, luoghi dell’anima, “luoghi interiori e dell’appartenenza”. Ritorno alla luce dello sguardo/ per un’ostinazione d’innocenza// per abitudine/ per ritrovare il tutto/ nel riparo atteso della neve.

Dentro questa ricerca la poesia è il coefficiente. Non c’è atto di fede nella forza salvifica della poesia. Il verso è soltanto il medium di questo cammino. Talvolta, addirittura, sembra poterne fare a meno, quando scompare per lasciare il posto ad una prosa giustificata. La scrittura, dunque, (ri)costruisce un ambiente. (Ri)crea la natura, anche quella prodotta dagli esseri umani. E la forma poetica è parte integrante di questa pasta matrice. Come per Garzìa Lorca, a noi è toccato sapere che ogni strada è impossibile. Per questo camminiamo con calma nella notte. La strada è il frutto stesso del nostro movimento. Qui sta, infine, un altro talento di questa scrittura. La poesia delimita un perimetro di compassione e condivisione umana. La poesia della Ciancio è priva di genere. Non mi capitava da tempo di leggere una poesia al femminile ma dotata di un’identità universale e per questo autenticamente civile. Per trovare dentro un tempo forse sacro/ un dio possibile/ che ci salvi insieme.
