di Patrizia Baglione

TRE FISSE ad Alberto Bertoni
- Quanto influisce bellezza, dolore e amore nella tua poesia?
Dolore e amore incidono nella mia come nella poesia di tutti, se è poesia che possa venir definita latamente lirica, com’è la gran parte della poesia prodotta oggi nel mondo occidentale, benché non di rado camuffata o negata per ragioni di “moda” culturale: la cancellazione dell’Io ecc. L’epos appartiene infatti alla prosa di romanzo e altre forme di poesia poco o niente versificata sono distribuite tra fiction visive, performance teatrali, jingles pubblicitari, slogan politici, modalità musicali che prevedono la presenza di un testo, autofiction e perfino talune derive pseudo-saggistiche o affioramenti di “prose in prosa” estranee a intenti diegetici. Dolore inteso come elaborazione di un lutto o di una perdita; e amore inteso come pulsione desiderante di un Io sensibile che percepisce e constata l’assenza di un Tu necessario alla vita della propria interiorità e della propria corporalità senziente e pulsante sono i due motori essenziali e perpetuati nei millenni e nelle culture che – attraverso una forma poetica che prevede l’iniezione nel linguaggio di un sostrato o di un effetto o di un apporto di senso “musicali” – hanno al centro i soggetti (non importa se maschili, femminili o trans) che appartengono, sono appartenuti o apparterranno alla specie dell’homo sapiens. Quanto alla bellezza, invece, sono molto più prudente nel definirla come parte essenziale della mia ricerca poetica. Di certo non m’interessa un’idea neoclassica di bellezza: l’armonia “ideale” espressa dal nostro Rinascimento (Raffaello, per fare l’esempio più evidente) mi lascia freddo; quella robustamente realistica espressa dall’Ottocento europeo, ancora di più. Da questo punto di vista, mi sento figlio delle due avanguardie integralmente novecentesche, Futurismo e Surrealismo. Quindi per me la bellezza è anche la manifestazione dell’informe, del negativo, dell’onirico, del metamorfico e di un impulso metonimico/metaforico portato oltre il confine della verosimiglianza e della proporzione.
- C’è un testo a cui sei più legato. Se sì, quale e perché?
Se mi permetti, di poesie preferite te ne propongo due, una mia e una di uno dei miei poeti preferiti, Vittorio Sereni. La mia si intitola Metamorfosi, l’ho scritta nel novembre del 2016 e – a parte che è stata apprezzata da molti lettori – mi piace perché parla di un amore a lieto fine, quello per mia moglie Adriana, tanto che l’ho inserita proprio all’inizio del mio libro einaudiano L’isola dei topi (2021). Eccola:
Una delle prime cose che farò
quando tutt’e due saremo alberi
sarà dimenticarti
ma senza whisky e senza psicoanalisi
No, saprò dimenticarti
donando le foglie più casuali,
ribelli, irregolari
alle schiere di passeri sui rami
e – vedrai – saprò dimenticarti
come ho già dimenticato
gli immani soffi atlantici
le diastoli e le sistoli del mare
che si tende o si apre
di sei ore in sei ore
così che ogni giorno quattro volte
avanza e si ritira
Io e te con le facce come
cortecce di rughe,
buchi da sembrare tane
e radici del buio più profonde
io e te saremo entrambi bravi
a dirci come siamo stati
portatori nel complesso sani
d’abbandoni e resistenze
E così, rimanendo tali e quali,
fruste di salici, ali
potremo all’infinito ricordarci.
La seconda invece s’intitola La spiaggia
e Sereni l’ha inclusa come poesia conclusiva della sua terza raccolta, Gli strumenti umani, pubblicata sempre da Einaudi nel 1965. A parte che la trovo semplicemente magnifica, mi è particolarmente cara perché è ambientata nello spicchio di spiaggia che si estende fra il porto di Marina di Carrara e l’estuario del fiume Magra, proprio dove – un giorno nuvoloso del 1967 – scrissi dodicenne la mia prima, orribile poesia, che cominciava Volano i gabbiani in un giorno senza senso… Ma ecco il testo-capolavoro di Sereni:
Sono andati via tutti –
blaterava la voce dentro il ricevitore.
E poi, saputa: – Non torneranno più – .
Ma oggi
su questo tratto di spiaggia mai prima visitato quelle toppe solari… Segnali
di loro che partiti non erano affatto?
E zitti quelli al tuo voltarti, come niente fosse.
I morti non è quel che di giorno
in giorno va sprecato, ma quelle
toppe d’inesistenza, calce o cenere
pronte a farsi movimento e luce.
Non
dubitare, – m’investe della sua forza il mare –
parleranno.
- Come vedi il futuro della poesia?
Non sono apocalittico, riguardo al futuro della poesia. La poesia è talmente radicata nel DNA umano che ha resistito a ben altre rivoluzioni (genetiche, linguistiche, storiche) rispetto a quelle anche oggi in corso. E quindi senz’altro sopravvivrà: secondo quali modalità, in quali contesti, con quali effetti socioambientali e quali regole compositive a noi di questa epoca e di questo mondo è destinato a rimanere oscuro.
