Lo Specchio dell’Essere: una lettura di “Osicran o dell’Antinarciso” di Saverio Bafaro

Articolo di Laura Di Gigli

Introduzione: Osicran e l’incontro tra mito, poesia e psiche

L’opera Osicran o dell’Antinarciso di Saverio Bafaro si configura come un audace ed intenso itinerario poetico che intreccia mito, psicologia e filosofia contemporanea. Bafaro, poeta e psicoterapeuta, compie un’operazione ermeneutica straordinaria: trasforma il verso in un laboratorio di riflessione sull’identità, il desiderio e la frattura ontologica che attraversa l’essere umano. Il testo si nutre di una cultura raffinata e poliedrica, spaziando dal simbolismo mitologico alla psicologia gestaltica e lacaniana, passando attraverso suggestioni che richiamano il pensiero freudiano, junghiano, fenomenologico ed esistenzialista. In questa analisi si cercherà non solo di delineare i tratti distintivi della raccolta poetica, ma anche di esplorare i molteplici strati culturali che ne sostanziano la densità intellettuale e artistica.

Narciso e il doppio: viaggio attraverso lo specchio, tra l’Io e l’inconscio

Al cuore di quest’opera si dipana una rilettura psicologica e filosofica del mito di Narciso, che si emancipa dalla mera allegoria di vanità e perdizione per divenire una profonda metafora dell’identità frammentata e del desiderio che si alimenta dell’assenza, in una ricerca incessante di sé.

L’immagine dello specchio ricorre nelle liriche come simbolo pregnante di un dialogo profondo con l’inconscio, un territorio oscuro e ribollente di desideri indomiti, spesso inascoltati:

Troppo fondo quel fondo / troppo nero quel nero / nell’assenza verticale / degli amori mai avuti. (Osicran, p. 10).

Il viaggio nell’abisso dell’inconscio si rivela impervio e insidioso ma aperta alla possibilità di ritorno, purché si mantenga saldo lo scopo della conoscenza. Tale scopo, evocato come un “filo d’Arianna”, si rivela salvifico e guida attraverso le tenebre, consente la risalita:

Nel pozzo dei desideri / trovi molto se perdi / mentre resti sospeso / […] Solo oscillando tornerò / piegando forte la schiena / aggrappato coi pugni / alla corda d’oro: / caduta e risalita sono / la stessa luce emersa. (ivi).

Nella poetica di Bafaro, Narciso diviene emblema della tensione dialettica tra apparenza ed essenza, tra riconoscimento e alterità. Questo mito, riletto alla luce delle tre dimensioni lacaniane (“le Symbolique”, “l’Imaginaire” e “le Réel”), trasforma le immagini poetiche in epifanie simboliche, intrecciate con la tensione del reale che sfugge alla rappresentazione. La dimensione simbolica, densa e stratificata, è resa visibile dalla maestria poetica con cui l’Autore esplora le norme e le aspettative che strutturano la soggettività.

Il tema mitico di Narciso non viene soltanto approfondito nelle sue implicazioni tradizionali, secondo la nostra cultura filosofica e psicologica, ma è anche sottoposto ad un audace ribaltamento prospettico: il Narciso poetico è spinto a vivere entrambi i lati dello specchio, immergendosi nei misteri insondabili dell’inconscio. La figura riflessa, lungi dall’essere un duplicato rassicurante, si trasforma in un’esperienza vertiginosa che interroga i confini stessi dell’Io. È così che lo sguardo stesso di Narciso – del sé, sbilanciato ed errante in una perenne e infeconda ricerca di identità e significato – decide di arrischiarsi oltre la superficie riflessa dello specchio, abbandonandosi al brivido fatale dell’immersione nella soglia arcana e numinosa dell’inconscio. Questo trascendimento innesca un percorso “antinarcisistico”, un’eroica e tormentata esplorazione della propria natura. Il titolo stesso dell’opera, un anagramma di “Narciso”, evidenzia il gesto audace dell’Autore: condurre il Narciso poetico a vivere simultaneamente entrambi i lati dello specchio, immergendosi in un processo trasformativo e vitalistico, ma sempre in bilico sul rischio di smarrirsi nei dedali oscuri del nulla. Come scrive Bafaro:

Con quale prodigio / e sotto quale condizione / si uniranno il fuori col dentro / in un essere più completo / che non muoia nel nascere / e che non nasca nel morire? (Osicran, p. 61).

Nella sua incessante ricerca esistenziale, il Narciso di quest’opera si confronta continuamente con il rischio mortale di smarrirsi nel suo viaggio in sé stesso, rischiando di cristallizzarsi a mera immagine catturata dallo specchio, simulacro esanime sulla fredda superficie riflettente: visibile, ma non presente. Eppure, nonostante il pericolo, è mosso da un desiderio inestinguibile di ricongiungersi alla propria essenza.

Come spiegato da Lacan, il desiderio occupa il centro della condizione umana ed è, per definizione, impossibile da soddisfare pienamente. L’uomo è destinato a sperimentare eternamente l’assenza, la nostalgia, la mancanza. Ed a Narciso/Osicran manca costantemente sé stesso:

Desiderio infinito / verso ciò che si nasconde / nell’acqua e in ogni oltre / desiderio infinito / verso il me che sfugge. (Osicran, p. 17).

Questo riferimento allo specchio come dimensione inevitabile del rapporto con l’Io stabilisce un parallelo diretto con il pensiero di Jacques Lacan: lo stadio dello specchio rappresenta una fase fondativa dell’identità, ma segna anche il primo passo verso l’alienazione. L’immagine riflessa nello specchio, illusione di unità e coerenza, maschera una condizione reale di frammentazione. Questo “Io ideale”, irraggiungibile nella sua perfezione, alimenta una dinamica di identificazione alienante, in cui il soggetto tenta incessantemente di colmare la distanza tra sé e l’immagine riflessa, senza mai riuscirci pienamente.

Anche nella vita adulta, sostiene Lacan, perpetuiamo l’atteggiamento di Narciso, inseguendo l’illusione di un’immagine coerente, che in realtà si espande e sfugge all’aumentare delle dimensioni del nostro mondo e delle relazioni con l’Altro. Il soggetto, come insegna Lacan, è strutturalmente scisso: da un lato si aggrappa ad un’immagine idealizzata, coesa ed irraggiungibile, dall’altro è squassato da una realtà fatta di caleidoscopiche frammentazioni, magmatiche trasformazioni e conflitti interiori. In questo senso, la poesia di Bafaro si configura come una profonda meditazione sull’inevitabile frattura ontologica che attraversa l’essere umano, un inseguimento continuo di sé stessi, vitalistico e trasformativo, ma comunque destinato a rimanere inappagato.

L’Altro e l’Io: bisogni, desideri e assenze

In Osicran o dell’Antinarciso, l’Altro si configura come una presenza centrale e polisemica, che permea tanto l’interiorità del soggetto quanto le sue relazioni con il mondo circostante. Il dialogo con l’Altro si dispiega in una tensione perpetua tra il bisogno di riconoscimento e la paura del rifiuto, rivelando la vulnerabilità e la complessità intrinseche ai legami umani.

Come insegna la psicologia del profondo, la dimensione relazionale non è mai lineare o indolore; tuttavia, l’Altro assume un ruolo essenziale nella costruzione del soggetto, configurandosi sia come locus delle norme sociali sia come destinatario dei desideri. Questo dialogo non è solo un confronto, ma un processo trasformativo, dove il sé si ridefinisce costantemente nella sua apertura verso l’alterità.

Anche l’influenza della psicologia della Gestalt è evidente nel modo in cui il poeta esplora e sottolinea l’importanza delle interazioni ed interconnessioni: il sé, nell’opera, non è mai un’entità isolata, ma emerge e si definisce attraverso il confronto dinamico con l’altro. Questo approccio si traduce in una poetica che sottolinea l’interdipendenza tra gli individui, ponendo al centro dell’esperienza umana l’idea di una reciprocità imprescindibile.

Parallelamente, la presenza del pensiero junghiano si manifesta particolarmente nell’analisi del rapporto tra soggettività e collettività, tra personale e universale. Le immagini archetipiche che popolano le liriche di Bafaro evocano un dialogo profondo con l’inconscio collettivo, che trascende i confini individuali per abbracciare una prospettiva universale nella riflessione sul senso dell’esistenza.

Il concetto di “antinarcisismo”, centrale nella poetica di Bafaro, introduce una tensione etica e metafisica di straordinaria profondità. Questo ulteriore movimento antitetico rispetto all’egoismo del mito narcisistico implica una radicale apertura verso l’Altro, una rinuncia all’autocompiacimento per abbracciare la vulnerabilità dell’incontro. Tale prospettiva trova una significativa risonanza nel pensiero di Emmanuel Levinas, dove l’etica si radica nell’alterità e l’io si costituisce nel confronto con il volto dell’Altro.

Sempre in riferimento al tema dell’alterità, l’opera si presta a essere letta anche attraverso le lenti dell’esistenzialismo di Sartre e Camus. Come in Sartre, l’Altro si configura sia come condizione necessaria per il riconoscimento del soggetto, sia come minaccia alla sua autonomia. Questa dualità – tra bisogno e pericolo – è tratteggiata con straordinaria acutezza nei versi, che esplorano l’ambivalenza intrinseca delle relazioni umane. Al tempo stesso, il percorso poetico richiama la ribellione camusiana contro l’assurdo: la ricerca di relazioni autentiche si erge come atto di resistenza al vuoto e alla frammentazione della modernità.

Così, in un mondo dominato dalla dissoluzione e dall’alienazione, la poesia di Bafaro celebra l’incontro con l’Altro come luogo di trasformazione e di senso, un baluardo contro l’insensatezza del contemporaneo.

Il linguaggio simbolico: una finestra sull’inconscio

Come già evidenzialo, lo stile di Saverio Bafaro si distingue per un lessico simbolico e onirico, capace di evocare le profondità dell’inconscio personale e collettivo. Le sue poesie accompagnano il lettore in un viaggio interiore dominato da influenze freudiane e junghiane, che si alternano e si intrecciano in modi imprevedibili, riflettendo al contempo la disposizione emotiva di chi legge.

Le immagini poetiche, volutamente ambigue e aperte, si offrono a una pluralità di interpretazioni, mentre il ritmo dei versi sembra seguire il respiro, in un’oscillazione costante tra presenza e assenza. Tale oscillazione è espressa con particolare efficacia in versi come:

Questa foto di fantasma / […] / sdoppiarmi e perdermi / al limite della vicinanza / al limite della distanza. (Osicran, p. 16).

Un linguaggio volutamente non immediato invita il lettore a fermarsi, riflettere e diventare parte attiva nel processo interpretativo. Come affermava Lacan, “l’inconscio è strutturato come un linguaggio”, e questo principio risuona nella meticolosa cura con cui Bafaro utilizza ogni parola, ritmo e immagine. La poesia si arricchisce così di significati stratificati, andando oltre il livello esplicito per accedere all’ineffabile e all’indicibile.

L’inconscio si manifesta nei versi come un tessuto nascosto che attraversa ogni parola, dando voce a ricordi, desideri e sensazioni latenti. La scrittura diventa un viaggio attraverso diversi livelli di significato, spingendo il lettore a confrontarsi con la propria interiorità e i conflitti più reconditi. Le immagini poetiche dell’Autore attingono ad archetipi universali di grande potenza evocativa, trasformando ogni componimento in un ponte tra il singolo lettore e le profondità comuni della psiche. Ogni poesia si configura così come un dialogo tra l’Io e il passato, tra il sogno e la realtà, evocando spazi di intimità psichica con rara delicatezza.

Il simbolismo che permea l’opera richiama il mondo onirico caro a Jung, dove archetipi come l’acqua, lo specchio e l’ombra non sono semplici elementi visivi, ma metafore potenti di trasformazione e lotta interiore. Il linguaggio poetico agisce come uno specchio in cui il lettore riflette le proprie esperienze, scoprendo intuizioni profonde e inaspettate. Attraverso questa rete di simboli, Bafaro invita ciascun lettore a esplorare le proprie ombre, confrontarsi con il proprio inconscio e scoprire significati nascosti che risuonano nelle profondità dell’essere.

L’essere e il nulla: l’importanza del “qui ed ora” e dell’immersione nell’esserci

Il tema del tempo pervade molte liriche di Osicran o dell’Antinarciso, configurandosi non come una sequenza lineare, bensì come una circolarità, un eterno ritorno nietzschiano che intreccia caduta e risalita, morte e rinascita in un dinamismo incessante. Un fluire che si pone come una risposta al richiamo di Eraclito: “Non ci si può bagnare due volte nello stesso fiume”. Tale prospettiva richiama il pensiero di Martin Heidegger, per il quale la temporalità rappresenta la dimensione fondamentale dell’essere.

La poesia di Bafaro esplora con sensibilità e profondità la finitudine dell’essere, proponendo una riflessione sulla transitorietà del tempo e sulla necessità di abbracciare il presente come luogo privilegiato dell’esistenza. Difatti, anche in questo si rivela cruciale l’influenza della psicologia della Gestalt, che valorizza la totalità dell’esperienza vissuta e del principio dell’immersione nel “qui ed ora”, invitando a vivere il momento con intensità e pienezza, assaporando la pregnanza della prospettiva soggettiva: unica, irripetibile essenza della verità soggettiva sull’esistenza. Le teorie di Wertheimer, Koffka e Köhler trovano eco chiara in questa raccolta poetica, anche per quanto riguarda l’alta considerazione tributata al fenomeno cognitivo della percezione: i versi evocano immagini e sensazioni che costruiscono un’esperienza integrata e olistica, dove ogni elemento si interconnette. La poesia diventa così una sinestesia emotiva e percettiva, che invita il lettore a viverla non solo come un esercizio intellettuale, ma come un’esperienza profondamente corporea e sensoriale. Tra i tanti esempi possibili di quanto appena espresso, si considerino i seguenti versi:

Superficie e fondo /hai congiunto con l’indice /quando in pieno giorno /la luce ha tagliato l’acqua / per fare più nitida la fronte… (Osicran, p. 38).

Qui la percezione sensoriale è al centro della scena: l’atto di toccare con un dito, di vedere la luce che attraversa l’acqua, diviene un momento di rivelazione dell’esserci. La percezione non è frammentata, ma unita, esperita come un tutto organico che abbraccia sensi, mente e ambiente.

Questa attenzione al presente trova una risonanza naturale anche nella fenomenologia di Edmund Husserl, che considera la percezione soggettiva e immediata come chiave per comprendere l’essenza dell’essere. Ogni lirica di Bafaro diventa una finestra sull’esperienza umana, spingendo il lettore a vivere il “qui ed ora” con consapevolezza piena e profondità. Attraverso immagini dense e dettagli sensoriali, l’Autore non si limita a evocare ricordi o sogni, ma scandaglia anche la concretezza dell’esistenza percepita.

Attraverso la lente della fenomenologia e della Gestalt, la poesia di Bafaro si arricchisce di una dimensione esperienziale unica, che esplora il tempo come un flusso continuo, sempre aperto alla percezione e alla consapevolezza. I suoi versi, densi di richiami alla transitorietà e alla permanenza, celebrano il presente non come mera linearità temporale, ma come spazio in cui il lettore può riconnettersi con il mondo e con sé stesso. In questa prospettiva, il presente non è solo un punto di passaggio, ma un luogo di appartenenza, un ancoraggio all’essenza dell’essere.

Esistenzialismo e angoscia: tra il vuoto e la ricerca di senso

La poetica di Saverio Bafaro si inscrive con forza e profondità nel dibattito esistenzialista, affrontando temi universali quali la ricerca di senso, la vulnerabilità dell’essere umano e la complessità delle relazioni interpersonali. Riprendendo questioni centrali del pensiero dei sopracitati Jean-Paul Sartre e Albert Camus, le liriche di Bafaro esplorano il conflitto tra il desiderio di autenticità e il vuoto dell’assurdo. Come nell’esistenzialismo sartreano, l’individuo è chiamato a definire il proprio significato in un mondo privo di senso intrinseco, un compito tanto necessario quanto gravoso.

Questo viaggio verso l’autenticità è accompagnato da un senso profondo di angoscia e isolamento, espressioni poetiche della libertà e della responsabilità che costituiscono la condizione umana. In questa prospettiva, l’eco del pensiero di Søren Kierkegaard risuona potente: l’angoscia, definita dal filosofo danese come “il vertiginoso desiderio della libertà”, emerge come motore delle scelte esistenziali. Nei versi di Bafaro, il soggetto poetico si confronta con l’abisso di infinite possibilità, sperimentando la tensione tra il desiderio di autodeterminarsi e il timore dell’ignoto.

Anche il pensiero di Albert Camus traspare con intensità: le liriche dell’Autore riecheggiano la consapevolezza dell’assurdo e la necessità di resistere alla disperazione. Di fronte all’indifferenza del mondo e al vuoto esistenziale, i suoi versi suggeriscono una ribellione poetica che non abdica alla creazione e alla ricerca di senso. Questa “rivolta” camusiana si concretizza in un’esplorazione incessante delle contraddizioni umane, dove il desiderio di trovare valore nell’esistenza convive con la disillusione che accompagna ogni tentativo di definirla.

Attraverso questa poetica, Bafaro invita il lettore a confrontarsi con il paradosso dell’essere: la libertà di scegliere e creare significato si rivela al tempo stesso fonte di angoscia e di forza. I suoi versi, pervasi da tensioni e dualità, oscillano tra speranza e rassegnazione, tra lotta e accettazione, esortando a vivere l’esistenza come un atto di resistenza e consapevolezza:

Mille volte e mille volte ancora / voglio morire nel cuore della vita / e mille volte e mille volte ancora / sono morto per rinascere più grande. (Osicran, p. 26).

Questa tensione poetica diventa così il riflesso di un cammino esistenziale in cui la libertà, con tutte le sue vertigini e paure, si impone come condizione imprescindibile per affrontare l’ignoto e dare un senso al proprio essere. La poesia di Bafaro, in questa prospettiva, è uno specchio dell’umana fragilità e una celebrazione del coraggio necessario per affrontarla, trasformando ogni passo verso il senso in un atto di profonda resistenza.

Poesia e modernità: un’arte di resistenza e conoscenza

In quest’opera emerge spesso una critica penetrante alla modernità, che si concentra sulla massificazione della società, capace di esasperare individualismo ed egoismo. Esemplare in tal senso è questa lirica:

Cuori svuotati / come stanze /messe in vendita, / nelle grandi città / hanno un’eco poderosa / negli spazi rinforzati / indossano maschere / per inesorabili inganni: / ci si abita a lungo / o ci si trova a riflettere / contando i danni / [..] Di questa epoca divisa / tra massa e persona / migrazioni e scomparse / possediamo il disumano / limite dello sguardo / l’impossibilità del volto. (Osicran, p. 43).

La massificazione ipertrofica della società ultracapitalistica e consumistica. La massificazione ipertrofica dell’ultracapitalismo e del consumismo ostacola non solo l’instaurarsi di relazioni interpersonali autentiche, ma soffoca anche l’emergere dell’autenticità individuale. L’ “eudaimonia” junghiana diventa sempre più irraggiungibile; l’interiorità e la soggettività vengono oscurate, lasciate a morire come piante poste al buio. L’uomo moderno è ridotto a un vuoto indefinito e incolmabile, ricoperto grottescamente di maschere insignificanti, a beneficio della perpetuazione del sistema.

La scrittura poetica, in questo contesto, si configura come un antidoto a tale frammentazione: un luogo di resistenza in cui riscoprire l’importanza delle relazioni autentiche e del senso di comunità. La poesia non è soltanto un esercizio estetico, ma un atto di conoscenza e riflessione che invita il lettore a confrontarsi con sé stesso e con il mondo. In questo senso, l’arte poetica si avvicina alla concezione platonica, dove la poesia diviene veicolo di verità profonde, capace di oltrepassare l’apparenza per indagare le radici dell’essere.

Attraverso un linguaggio evocativo e stratificato, Bafaro non offre soltanto bellezza, ma strumenti per esplorare la condizione umana e le sue contraddizioni. La sua poesia è una finestra sull’essenziale, un atto di resistenza alla disumanizzazione della modernità, un richiamo alla capacità dell’individuo di trovare significato e umanità nel frammento.

Conclusione: la poesia come viaggio nell’essere

Osicran o dell’Antinarciso di Saverio Bafaro non è semplicemente un libro di poesia: è un’opera di straordinaria densità filosofica e psicologica, capace di intrecciare con maestria molteplici voci e tradizioni della cultura occidentale. Attraverso questo dialogo, l’Autore ci offre un ritratto intimo ed universale dell’essere umano, ponendolo al centro di un viaggio che attraversa i temi fondanti della condizione esistenziale.

Le poesie di Bafaro sono un invito al lettore a interrogarsi su cosa significhi essere frammentati e desideranti, sempre sospesi tra l’apparire e il dissolversi. La poesia, con il suo linguaggio denso ed evocativo, diventa qui un mezzo privilegiato per esplorare il significato dell’essere, un luogo dove emozioni, relazioni e identità si intrecciano in una danza complessa e inquieta.

Con le sue splendide liriche, l’Autore affronta con forza temi come l’identità, la tensione del desiderio, e la rilevanza gnoseologica della contingenza, restituendo un’immagine della vita come un atto di continua scoperta e trasformazione. Questa frenetica ricerca del senso è al tempo stesso il segno della nostra fragilità e il motore della nostra umanità: è il “rifiuto profondo di rispondere del selvaggio dolore di essere uomini”, evocato da Pasolini, che ci chiama ogni giorno a tracciare un percorso nel tumulto dell’esistenza.

Con Osicran o dell’Antinarciso, Bafaro porta in scena l’esperienza umana, esplorandone ombre e luci, e svela il potere del linguaggio poetico di sondare le profondità dell’anima. La poesia, in questa visione, non è soltanto scrittura, ma esperienza vissuta: un invito a rivolgere lo sguardo verso l’interno, a confrontarsi con le proprie ombre e a resistere alla disgregazione inesorabile dell’esistenza. Con maestria e grazia, l’Autore dimostra che la poesia può essere un atto di resistenza, un viaggio che, pur sfiorando il nulla, si dirige verso una luce che brilla oltre l’oscurità.

Saverio Bafaro nasce a Cosenza nel 1982. È psicologo, psicoterapeuta, poeta e critico letterario. Presso l’università «Sapienza» diventa dottore in Psicologia dello Sviluppo, dell’Educazione e del Benessere; si specializza, poi, in psicoterapia Gestalt-analitica individuale e di gruppo. Ha pubblicato: Poesie alla madre (Rubbettino, 2007); Eros corale (e-book sul sito www.larecherche.it, 2011); Poesie del terrore (La Vita Felice, 2014), Carte di Carne (Freemocco, 2023), Osicran o dell’Antinarciso (Il Convivio, 2024). Sue opere sono apparse all’interno di antologie come Quadernario. Calabria (LietoColle, 2017), di riviste letterarie come «Poeti e Poesia», «Testo a fronte», «L’Ulisse»; di blog di poesia quali La poesia e lo spirito, blac de ta nuque, bottegaportosepolto, Pioggia Obliqua, La Recherche, Le Parole di Fedro, Poetarum Silva, La Presenza di Èrato, Atelierpoesia, Carteggi Letterari, e sono state tradotte, ad esempio, nel «Journal of Italian Translation» (Bonaffini, 2021, vol. XVI, n. 2). Già redattore di «Capoverso. Rivista di scritture poetiche» ? per cui ha curato il numero monografico Omaggio a Pavese (Orizzonti Meridionali, 2019) ? fonda e dirige, dal 2022, «Metaphorica. Semestrale di Poesia» (Edizioni Efesto). Di recente ha curato la silloge postuma di Carlo Cipparrone Crocevia del futuro (L’arcolaio, 2021), la traduzione di Stickeen. Storia di un cane di John Muir (La Vita Felice, 2022), Segni e Coincidenze (Edizioni Efesto, 2023, con opere grafiche di Giulia Napoleone e Mauro Magni) e Traslochi (Edizioni Efesto, 2024, con opere grafiche di Primarosa Cesarini Sforza).

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Informazioni su giovanniag

Giovanni Agnoloni (Firenze, 1976), è scrittore, traduttore letterario e blogger. Autore del libro di viaggio "Berretti Erasmus. Peregrinazioni di un ex studente nel Nord Europa" (Fusta Editore, 2020) e del romanzo psicologico "Viale dei silenzi" (Arkadia, 2019), ha anche preso parte al romanzo collettivo "Il postino di Mozzi", a cura di Fernando Guglielmo Castanar (Arkadia, 2019). È inoltre autore di una quadrilogia di romanzi distopici sul tema del crollo di internet e della società del controllo ("Sentieri di notte", "Partita di anime", "La casa degli anonimi" e "L’ultimo angolo di mondo finito", editi da Galaad tra il 2012 e il 2017 e in prossima riedizione in volume unico), in parte pubblicata anche in spagnolo e in polacco e in prossima riedizione in volume unico. Ha scritto, curato e tradotto vari libri sulle opere di J.R.R. Tolkien (su tutti, "Tolkien. Light and Shadow", opera bilingue italiana-inglese, ed. Kipple, 2019), e tradotto o co-tradotto saggi su William Shakespeare e Roberto Bolaño ("Bolaño selvaggio" a cura di Edmundo Paz Soldán e Gustavo Faverón Patriau, ed. Miraggi, 2019, tradotto insieme a Marino Magliani), oltre a libri di Jorge Mario Bergoglio, Kamala Harris, Arsène Wenger, Amir Valle e Peter Straub. Ha partecipato a numerose residenze letterarie e reading in Europa e negli Stati Uniti, e traduce da inglese, spagnolo, francese e portoghese, oltre a parlare il polacco. I suoi contributi critici sono disponibili sui blog “La Poesia e lo Spirito”, “Lankenauta”, “Poesia, di Luigia Sorrentino” e “Postpopuli”. Insieme alla giornalista Valeria Bellagamba, ha creato e gestisce la pagina Facebook "Anticorpi letterari", con interviste in diretta video a protagonisti del panorama culturale italiani e internazionale. Il suo sito è www.giovanniagnoloni.com.

Un pensiero su “Lo Specchio dell’Essere: una lettura di “Osicran o dell’Antinarciso” di Saverio Bafaro

  1. antonio sagredo

    Non ho mai desiderato una forma perfetta
    che fosse soltanto poesia e prosa insieme
    per un non comprendersi rivolto a tutti
    con una misera sofferenza per il poeta e il suo lettore.

    La poesia è decente quando è estranea a se stessa:
    da noi si genera tutto ciò che già sapevamo,
    gli occhi sono fissi per accogliere perfino una tigre,
    senza requie lei nella luce con la sua coda immobile.

    È ingiusto pensare che la poesia è soggetta agli angeli,
    umilmente si crede che siano dei demoni.
    L’umiltà dei poeti si genera in luoghi conosciuti,
    la loro superbia è possanza della consapevolezza.

    Quale creatura irrazionale desidera il potere degli angeli
    che una sola lingua ciarlano in una casa non loro.
    E che felici e gioiosi donano labbra e dita
    per non mutare a loro vantaggio la sua destinazione?

    Perché ciò che ieri era sano è stato disprezzato,
    tutte le creature non hanno idea di come io sia triste
    poi che invano ho cercato una maniera
    per odiare l’Arte con estrema severità.

    Mai c’è stata un’epoca in cui si leggevano libri ottusi
    per avere gioia e felicità con Intolleranza e avversità.
    È la stessa cosa di quando non si è letta nessuna pagina
    di opere che ci giungono dalla Clinica delle Felicità.

    Antonio Sagredo
    marzo 2016

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