Archivi tag: Saverio Bafaro

Versi inediti di Saverio Bafaro

di Saverio Bafaro

Rosa bianca

Educheremo la tua piccola orchidea
a diventare nel mistero pertugio
feritoia di rispetto e gentilezza:
nostalgia floreale mai davvero arresa.
E un giorno scoprirai la sensazione
di restare d’un tratto gravida e innescata
come scintilla tra pietre ha fatto nascere
il Grande Fuoco da domare e tenere vivo.
È uno spettacolo…
Sano come un pesce, figlio di una dinastia
tornata in vita per amor di completezza e
desiderio di disegno del suo arco variopinto
nei nostri plurimi destini, innesto, sarò per te
come di nuovo del tutto illibato, rosa bianca

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Il suono delle stelle. Sulla videopoesia “Prego sotto le stelle” di Saverio Bafaro

di Giovanna Miceli

 

Come in una notte piena di silenzio e meditazione, mi trovo a scrivere del canale YouTube da pochissimo aperto da Saverio Bafaro, dal titolo ‘Metaphorica Videopoetry’, chiaramente una estensione della rivista cartacea giunta all’ottavo numero e ora pubblicata da Terre Sommerse.

La prima videopoesia pubblicata realizza la fusione tra un’opera del maestro incisore Patrizio Di
Sciullo (creata ad hoc, non a caso assume come nome uno dei versi e si chiama Templi di luce) e
quattro folgoranti versi dello stesso Bafaro (anticipazione di una raccolta inedita dal titolo Altre
stelle).  
Per fruire la poesia in questa forma mutevole e trasformativa, e a tratti sfuggente, le immagini in movimento, la base “musicale”, il recitato, le parole sovraimpresse meritano uno “svelamento” che mi arriva proprio da un dialogo privato con l’autore e ideatore della videopoetry:
– il tappeto sonoro è creato da un crepitio di fuoco di molto rallentato per renderlo quasi
trasfigurato e irriconoscibile (come se le stelle ardessero nel grande silenzio di fondo
dell’universo);
– le immagini dell’incisione giungono frammentate, come in cerca di un completamento nella
mente di un osservatore attento e paziente;
– la voce recitante è dello stesso poeta, e i tempi di lettura tra un verso e l’altro sono stati
allungati abbastanza da destrutturare in maniera isolata i versi stessi, scomporli come
particelle disperse nella nostra galassia. Continua a leggere

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Lo Specchio dell’Essere: una lettura di “Osicran o dell’Antinarciso” di Saverio Bafaro

Articolo di Laura Di Gigli

Introduzione: Osicran e l’incontro tra mito, poesia e psiche

L’opera Osicran o dell’Antinarciso di Saverio Bafaro si configura come un audace ed intenso itinerario poetico che intreccia mito, psicologia e filosofia contemporanea. Bafaro, poeta e psicoterapeuta, compie un’operazione ermeneutica straordinaria: trasforma il verso in un laboratorio di riflessione sull’identità, il desiderio e la frattura ontologica che attraversa l’essere umano. Il testo si nutre di una cultura raffinata e poliedrica, spaziando dal simbolismo mitologico alla psicologia gestaltica e lacaniana, passando attraverso suggestioni che richiamano il pensiero freudiano, junghiano, fenomenologico ed esistenzialista. In questa analisi si cercherà non solo di delineare i tratti distintivi della raccolta poetica, ma anche di esplorare i molteplici strati culturali che ne sostanziano la densità intellettuale e artistica.

Narciso e il doppio: viaggio attraverso lo specchio, tra l’Io e l’inconscio

Al cuore di quest’opera si dipana una rilettura psicologica e filosofica del mito di Narciso, che si emancipa dalla mera allegoria di vanità e perdizione per divenire una profonda metafora dell’identità frammentata e del desiderio che si alimenta dell’assenza, in una ricerca incessante di sé.

L’immagine dello specchio ricorre nelle liriche come simbolo pregnante di un dialogo profondo con l’inconscio, un territorio oscuro e ribollente di desideri indomiti, spesso inascoltati:

Troppo fondo quel fondo / troppo nero quel nero / nell’assenza verticale / degli amori mai avuti. (Osicran, p. 10).

Il viaggio nell’abisso dell’inconscio si rivela impervio e insidioso ma aperta alla possibilità di ritorno, purché si mantenga saldo lo scopo della conoscenza. Tale scopo, evocato come un “filo d’Arianna”, si rivela salvifico e guida attraverso le tenebre, consente la risalita:

Nel pozzo dei desideri / trovi molto se perdi / mentre resti sospeso / […] Solo oscillando tornerò / piegando forte la schiena / aggrappato coi pugni / alla corda d’oro: / caduta e risalita sono / la stessa luce emersa. (ivi).

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Saverio Bafaro, “Osicran o dell’Antinarciso”

Recensione introduttiva di Antonio Fiori

Saverio Bafaro, Osicran o dell’Antinarciso (Il Convivio Editore, 2024)

Saverio Bafaro, in questa ‘eroica’ raccolta poetica, si dimostra psicoterapeuta di sé. La parola, all’inizio, fatica a restituire le memorie più lontane, a raccontare l’enigma dell’identità e le lusinghe indecifrabili del mondo. L’archetipo fondamentale è lo Specchio, davanti al quale la nostra identità prende forma per essere ogni volta riscoperta, smentita e ritrovata. Poi, seguendo i tracciati lungo i quali conduce il testo, la parola si fa più consapevole e il discorso più filosofico: «Di questa epoca divisa / tra massa e persona / migrazioni e scomparse / possediamo il disumano / limite dello sguardo / l’impossibilità del volto» (dalla poesia Cuori svuotati, a pagina 42).

La poesia tenta interpretazioni del volto e interpretazioni dei sentimenti, indaga le trasformazioni secondo l’età e secondo il cuore, tenta di esorcizzare lo sguardo auto-seduttivo di Narciso, il peso enorme del Nome proprio, ma alla fine si arrende al mistero, nonostante gli strumenti della mitologia e della psicoanalisi.  D’altra parte, anche tre grandi scrittori del Novecento – Fernando Pessoa, Luigi Pirandello e Jorge Luis Borges – hanno affrontato il tema dell’identità, e anche per loro, nonostante i lasciti monumentali, è rimasta indecifrabile.

Antonio Fiori

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Intervista a Saverio Bafaro: l’ “ermeneutica del terrore”

Testo introduttivo e intervista di Pietro Romano

Saverio Bafaro (foto di Dino Ignani)

Una lingua criptica e oscura, che con meticolosa esattezza si inabissa nelle zone più remote dell’essere, introducendo il lettore «a un’ermeneutica del terrore». Un poeta, Saverio Bafaro, che fa del canto un nesso con tutte quelle forme archetipiche evase dal nostro immaginario per dare luogo a una rete di connessioni eterogenee.

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FELLINI, REGISTA DEL SOGNO, E LA VISIONE DELLO SPETTATORE

di Saverio Bafaro

da Postpopuli.it

Durante le riprese de La città delle donne, a un certo punto Fellini ricreò dal nulla il mare. Fece distendere a terra – per una superficie sufficientemente larga – semplici fogli di plastica azzurra e vi nascose sotto dei rulli meccanici, fatti ruotare avanti e indietro, dando così l’illusione del movimento delle onde. Il mare ricavato artigianalmente era divenuto, così, più reale di quello disponibile sin da subito all’occhio.
«Per me sono più vere le cose che mi sono inventate», dichiarava il regista, interrogato nel documentario di Damian Pettigrew: Sono un gran bugiardo.

Federico Fellini (da Wikipedia)

Il cinema felliniano è, da un punto di vista dei contenuti, un’auto-rappresentazione inconscia, fatta esplodere in auto-celebrazioni epiche (come in 8 e ½) o riparata in riflessioni nostalgiche, volte a riaprire il dialogo con i vivi (come in Ginger e Fred).

Federico Fellini è, senz’altro, il Picasso dell’immagine in movimento, un macchinista di illusioni create e demolite tutte in una volta, un demiurgo che, nella sospensione del sogno, dà giustificazione di sé, conducendo il cinema verso soluzioni ultimative. Le sue pellicole si nutrono spesso della dinamica onirica e del rimaneggiamento del ricordo. Il sogno è l’universo circolare, il magnifico tendone, il contenitore del mistero e della bizzarria della creatività semi-controllata dall’Io, la piazza nella quale si allena il contatto voluto a tutti i costi con i ricordi e le fantasie personali. Nel sogno è, per definizione, abolito l’arbitrio. Nel sogno l’azione avviene e basta, senza mediazioni. Questo giustifica, da un lato, la diversità felliniana rispetto a film dalla struttura palesemente narrativa, la cui base letteraria fa prevalere la parola sul vedere e, dall’altro, il rapporto del regista con i suoi attori: un patto dichiarato e condiviso tra un burattinaio e le sue marionette, preparate a mostrarsi nei messaggi dei corpi, annullando introspezionismi e sovrastrutture: non può pensare chi è già frutto di un pensiero. Continua a leggere

AMELIA ROSSELLI E IL “RUMORE” PRIMORDIALE

di Saverio Bafaro

(da Postpopuli.it)

Amelia Rosselli (da correnteimprovvisa.blogspot.com)

C’ è stato un periodo in cui Amelia Rosselli non aveva ancora eletto una lingua per il suo pensiero. Una fase in cui forse brancolava nel buio, e di sicuro sentiva forte in lei confliggere più sistemi tra loro. Ma prima della fisiologica elezione della nostra cultura e, di conseguenza, dell’italiano, con la messa da parte (mai definitiva) del francese e dell’inglese, deve esser successo qualcosa: forse vivendo il limbo, forse in maniera panoramica, ha avuto modo di estrarre quello che Ferdinand de Saussure chiamò ‘significante’, slacciandolo virtualmente dalla sua parte mentale per poter accedere sempre più alla sua natura di atto acustico puro, e per considerarlo infine “rumore” primordiale.

Questo rumore costituisce la materia, il substrato di ogni lingua. Solo secondariamente, infatti, è stato sottoposto a spezzettamenti, cadenze, diversificazioni. Solo secondariamente sono state considerate le sue frequenze e attribuite a questo delle coloriture. In un passo ancora successivo, e solo alla fine di quel viaggio pre-razionale, si è potuto ricongiungere con il regno delle immagini, delle idee, delle compiutezze di significato, delle rappresentazioni condivise. Continua a leggere

Marco Bini e l’inconscio collettivo della Generazione Ottanta

di Saverio Bafaro

da Postpopuli.it

Marco Bini, classe 1984, è autore di Conoscenza del vento, edito da Ladolfi Editore. La silloge poetica ha vinto, nello scorso febbraio, la sezione ‘opera prima’ alla XXI edizione del Premio Letterario “Giuseppe Giusti”.

Il testo è autobiografico. Parte da un ritratto d’infanzia, quando giunge in regalo un atlante geografico, esperienza dalla quale Bini trae presto il senso “provvisorio” delle cose; procede con dei fotogrammi rubati alla sua giovinezza; si proietta infine, equipaggiato di incertezze, anche verso l’avvenire.
Troviamo delle buone riflessioni sul movimento e sul relativismo dello spazio e del tempo, il dinamismo di un veicolo su un’autostrada, ad esempio. Gli effetti della velocità hanno, tuttavia, anche un esito morale: a volte un macchinoso offuscamento, di sicuro un “pendolarismo esistenziale”: «caso mai compresso/ fiutassimo distinto l’odore di un altrove/ tra testa e destinazione, perché più nulla qui/ è rimasto che sia un qui./ Poi è lo stupore/ di scoprirsi inoffensivi.»

A pronunciare questi pensieri della post-modernità (e della sua non indolore consapevolezza) è un ‘Io’ che, come si può intravedere, cede il passo ad un ‘Noi’ collettivo. È, infatti, una sorta di inconscio collettivo – quello di coloro che sono nati negli anni Ottanta – ad affiorare dai versi di Marco Bini. Continua a leggere

Tomas Tranströmer, Nobel del silenzio

di Saverio Bafaro

da Postpopuli.it

Tomas Tranströmer (da Wikipedia)

Poeta, psicologo e pianista, Tomas Tranströmer è l’ultimo Premio Nobel per la letteratura. L’Accademia di Svezia ha riconosciuto il merito al proprio compatriota perché «attraverso le sue immagini dense, limpide, offre un nuovo accesso alla realtà».

Tema centrale di tutta la sua poetica è senza dubbio il Silenzio. Dimensione fondativa e generativa, profonda meditazione agglutinatasi a partire da echi biblici (non è secondario ricordare la sua traduzione del Salterio) e passata attraverso molteplici influssi di cui solo i principali sono: i classici, i mistici medievali, i romantici, i simbolisti, i surrealisti, fino ad approdare alla lirica giapponese.

Il Silenzio è immagine ripetuta e sviscerata, ossessione pervasiva e creatrice, fuoco che ha la facoltà di mettere in relazione l’esteriore con l’interiore, motore che regola ogni movimento di partenza e di approdo della sua magnifica parabola artistica e umana. Da ormai 21 anni affronta un ictus che ne ha compromesso la motricità e la parola orale, consegnandolo ad uno strano caso in cui il pensiero espresso nelle sue pagine è consustanziale a quello che concretamente vive. Continua a leggere

Saverio Bafaro

Dieci testi da Eros corale

***

Avvenne la potenza
superlativa paura d’estasi
che spinse oltremodo
il prepuzio dell’Essere
insorto, dilatato nelle pareti
a varcare la soglia
conoscendo ogni voglia
disegno, volontà, foga

***

Eros corale

Non attimi più gloriosi
non misteri più semplici
hanno fuso
intere moltitudini
nella meta
pienamente raggiunta

*** Continua a leggere