Archivi tag: Pietro Romano

Rendez vous. Luca Pizzolitto e Pietro Romano

Con Luca Pizzolitto abbiamo immaginato uno scenario confidenziale, uno spazio e un tempo per parlare di poesia al di là delle forme più consuete. Ripartire da una condivisione che esplori le note nascenti della comunicazione artistica, un salto senza rete sulle corde della fiducia: è ciò che proponiamo per provare a far convergere, una volta di più, la poesia e lo spirito.

Lo stato dell’arte. Pietro Romano

Come qualche tempo fa ho avuto modo di raccontare proprio ne La poesia e lo spirito, guardo alle cose come dal filtro di una cinepresa. È il mio modo, credo, di rispondere a una realtà frastornante, che non contempla, fra le sue necessità, il silenzio.

In questi ultimi mesi, nel silenzio in cui mi sono in parte ripiegato, a volte con difficoltà, ho molto riflettuto su come neanche l’arte riesca a garantire continuità alla memoria. Sono venuti a mancare amici poeti e artisti poco noti ai più e, mentre il mondo va avanti, ecco ammassarsi altri libri, altri versi, poco per volta anch’essi destinati a essere dimenticati. Poi, certo, la fortuna di un poeta è imprevedibile: non è detto che chi non abbia ricevuto degna attenzione in vita, non possa poi essere riscoperto in seguito. E tuttavia, questo non mi appaga, e la ragione risiede nel carattere provvisorio e mai definitivo della memoria. La memoria è come un grande contenitore che, una volta riempito fino all’orlo, vomita all’esterno ciò che ritiene superfluo o privo di valore. E i criteri in base ai quali ciò avviene sono dettati, oltre che dalla capacità di un oggetto artistico di perdurare nel tempo, anche dalle correnti e dalle tendenze storico-culturali del momento. Questo forse mi amareggia di più, constatare come in fondo noi esseri umani plasmiamo la memoria a nostra immagine e somiglianza senza spesso considerare quanto di umano possa esservi nelle memorie di un passato tornate in qualche modo a galla. Continua a leggere

11

La parola ai poeti. Pietro Romano



Oggi gli eventi sono prospettati in un flusso di continua imminenza. Tutto è
ora, in uno scorrere privo di scarti tra passato e futuro, poiché così deve essere: l’uomo contemporaneo, e mi riferisco a quello occidentale in particolare, deve essere posto dinanzi al disfacimento costante dell’attimo. L’istante non è colto nella sua significazione epifanica, ma scarnificato e ceduto a uno sguardo provvisorio. L’uomo di quest’epoca non crede nel futuro, perché ha smesso di ascoltare l’effimero.

L’effimero ha espressione nel canto, ma luogo nell’esperienza. È un rimosso di cui la poesia costituisce un segno parziale. E tuttavia, il poeta se ne fa custode, lo evoca a suggello della propria lingua, prova a rimarginare una perdita per sua natura irredimibile.

Continua a leggere

Intervista a Pietro Romano

di Luca Pizzolitto

  1. Quando e come (o da dove) nasce l’idea (e poi la stesura) di Feriti dall’acqua? Quanto tempo hai impiegato a scrivere questa silloge?

 

Ho iniziato a lavorare a questo libro durante le fasi di stesura di Case sepolte (I Quaderni del Bardo, 2020). Il titolo mi è sovvenuto dopo un periodo di riflessione attorno a L’eau et les rêves, di cui mi sono servito anche nel corso del mio lavoro di tesi su Nino De Vita. Alcuni componimenti inseriti nella raccolta risalgono a poco prima di Case sepolte e corrispondono a quelli che, secondo un progetto che poi ho accantonato, sarebbero dovuti confluire in un libro che avrebbe dovuto alternare prosa e versi. Altri sono stati o interamente riscritti o concepiti ex novo. Il fulcro tematico intorno a cui orbita Feriti dall’acqua è la ferita come motivo archetipico che accomuna ogni esistenza. L’uomo che parla la lingua della ferita è colui che ha fatto della necessità di ritornare all’altro la base su cui edificare una propria lingua del ricordo. È una distanza irredimibile quella che separa ognuno di noi da un’origine. L’acqua è un remoto che non sappiamo pronunciare. C’è stato un lungo periodo nel quale ho vissuto una forma di derealizzazione: mi sono percepito distante, oltre che da me, anche dal tempo che vivevo, come se guardassi alle cose da un treno in corsa o, peggio, attraverso il filtro di una cinepresa cui mi ero assuefatto. Solo dopo qualche tempo ho realizzato che in verità mi ero come addentrato nell’impermanenza di cose e persone. Ero nel pieno di una distanza nella quale ogni cosa riecheggiava nel suo flusso: anch’io scorrevo, senza mai appartenermi. Case sepolte e Feriti dall’acqua evocano, seppure in modo diverso, l’impossibilità di un luogo che faccia “casa”. Di una soglia nella quale la parola si inveri fissando ogni cosa in permanenza.  Continua a leggere

Intervista a Saverio Bafaro: l’ “ermeneutica del terrore”

Testo introduttivo e intervista di Pietro Romano

Saverio Bafaro (foto di Dino Ignani)

Una lingua criptica e oscura, che con meticolosa esattezza si inabissa nelle zone più remote dell’essere, introducendo il lettore «a un’ermeneutica del terrore». Un poeta, Saverio Bafaro, che fa del canto un nesso con tutte quelle forme archetipiche evase dal nostro immaginario per dare luogo a una rete di connessioni eterogenee.

Continua a leggere