La parola ai poeti. Pietro Romano



Oggi gli eventi sono prospettati in un flusso di continua imminenza. Tutto è
ora, in uno scorrere privo di scarti tra passato e futuro, poiché così deve essere: l’uomo contemporaneo, e mi riferisco a quello occidentale in particolare, deve essere posto dinanzi al disfacimento costante dell’attimo. L’istante non è colto nella sua significazione epifanica, ma scarnificato e ceduto a uno sguardo provvisorio. L’uomo di quest’epoca non crede nel futuro, perché ha smesso di ascoltare l’effimero.

L’effimero ha espressione nel canto, ma luogo nell’esperienza. È un rimosso di cui la poesia costituisce un segno parziale. E tuttavia, il poeta se ne fa custode, lo evoca a suggello della propria lingua, prova a rimarginare una perdita per sua natura irredimibile.

Non può esservi scissione tra il poeta e l’effimero: l’effimero è una scintilla di quel fuoco che è il mistero.

XX.

Acque di confine agli amen del vento,

in voi si dirada la lontananza, viso

di madre che spezza il nostro dormire.

 

L’ho vista tornare alla sua veglia,

riconoscermi figlio, poi andare.

Negata alla vita, dissetare il respiro.

 

Adesso che ogni altrove si è spento

e ogni volto è qui convocato,

addormentate questi occhi devoti

 

alle candele: destatevi nelle voci

di dentro.

(Da Feriti dall’acqua, P. Romano, peQuod, 2022, collana Portosepolto a cura di Luca Pizzolitto)

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