
Come qualche tempo fa ho avuto modo di raccontare proprio ne La poesia e lo spirito, guardo alle cose come dal filtro di una cinepresa. È il mio modo, credo, di rispondere a una realtà frastornante, che non contempla, fra le sue necessità, il silenzio.
In questi ultimi mesi, nel silenzio in cui mi sono in parte ripiegato, a volte con difficoltà, ho molto riflettuto su come neanche l’arte riesca a garantire continuità alla memoria. Sono venuti a mancare amici poeti e artisti poco noti ai più e, mentre il mondo va avanti, ecco ammassarsi altri libri, altri versi, poco per volta anch’essi destinati a essere dimenticati. Poi, certo, la fortuna di un poeta è imprevedibile: non è detto che chi non abbia ricevuto degna attenzione in vita, non possa poi essere riscoperto in seguito. E tuttavia, questo non mi appaga, e la ragione risiede nel carattere provvisorio e mai definitivo della memoria. La memoria è come un grande contenitore che, una volta riempito fino all’orlo, vomita all’esterno ciò che ritiene superfluo o privo di valore. E i criteri in base ai quali ciò avviene sono dettati, oltre che dalla capacità di un oggetto artistico di perdurare nel tempo, anche dalle correnti e dalle tendenze storico-culturali del momento. Questo forse mi amareggia di più, constatare come in fondo noi esseri umani plasmiamo la memoria a nostra immagine e somiglianza senza spesso considerare quanto di umano possa esservi nelle memorie di un passato tornate in qualche modo a galla.
Oggi neanche più il processo creativo si sottrae alle logiche del profitto e del guadagno. Tutto è prodotto e consumato in serie per blandire i gusti di un pubblico sempre meno vigile rispetto al presente. Resistono però piccole realtà editoriali ammirevoli, scritture appartate e degne di nota, nelle quali si condensano il sogno, la meraviglia, le illusioni e il disincanto che caratterizzano l’essere umano di ogni tempo.
A prescindere dal contesto storico, l’arte ha, almeno per me, la funzione di testimoniare l’umano e ricordare la sacralità della luce e della polvere. Il sentiero che ritengo percorribile al fine di illuminare in qualche modo il presente, è persistere nella ricerca, e dunque avanzare anche laddove pare dominare l’insensatezza. Ekner, ricordando la figlioletta morta di tumore, scrive che “breve non è privo di senso”. Ecco, mi rifaccio alle sue parole: “breve non è privo di senso”, anche quando il presente ci frana addosso e nulla sembra resistere al crollo. La Poesia non è che questo, il mistero dell’effimero la cui consistenza non cessa mai di essere incandescente e quindi foriera di senso.
