di Saverio Bafaro
Durante le riprese de La città delle donne, a un certo punto Fellini ricreò dal nulla il mare. Fece distendere a terra – per una superficie sufficientemente larga – semplici fogli di plastica azzurra e vi nascose sotto dei rulli meccanici, fatti ruotare avanti e indietro, dando così l’illusione del movimento delle onde. Il mare ricavato artigianalmente era divenuto, così, più reale di quello disponibile sin da subito all’occhio.
«Per me sono più vere le cose che mi sono inventate», dichiarava il regista, interrogato nel documentario di Damian Pettigrew: Sono un gran bugiardo.
Il cinema felliniano è, da un punto di vista dei contenuti, un’auto-rappresentazione inconscia, fatta esplodere in auto-celebrazioni epiche (come in 8 e ½) o riparata in riflessioni nostalgiche, volte a riaprire il dialogo con i vivi (come in Ginger e Fred).
Federico Fellini è, senz’altro, il Picasso dell’immagine in movimento, un macchinista di illusioni create e demolite tutte in una volta, un demiurgo che, nella sospensione del sogno, dà giustificazione di sé, conducendo il cinema verso soluzioni ultimative. Le sue pellicole si nutrono spesso della dinamica onirica e del rimaneggiamento del ricordo. Il sogno è l’universo circolare, il magnifico tendone, il contenitore del mistero e della bizzarria della creatività semi-controllata dall’Io, la piazza nella quale si allena il contatto voluto a tutti i costi con i ricordi e le fantasie personali. Nel sogno è, per definizione, abolito l’arbitrio. Nel sogno l’azione avviene e basta, senza mediazioni. Questo giustifica, da un lato, la diversità felliniana rispetto a film dalla struttura palesemente narrativa, la cui base letteraria fa prevalere la parola sul vedere e, dall’altro, il rapporto del regista con i suoi attori: un patto dichiarato e condiviso tra un burattinaio e le sue marionette, preparate a mostrarsi nei messaggi dei corpi, annullando introspezionismi e sovrastrutture: non può pensare chi è già frutto di un pensiero. Continua a leggere


