Lucerne nella luce, di Lucio Brandodoro

Incarnazione
(a partire da Gv 1,1-18: «Il Logos si fece carne»)

«20 gennaio 1861

Carissimo, onoratissimo e amatissimo Padre,

Poiché la mia sentenza tarda ancora ad arrivare, desidero scrivervi un nuovo saluto, che sarà probabilmente l’ultimo. I giorni della mia prigionia scorrono pacificamente. Tutti coloro che mi circondano mi onorano, molti mi vogliono bene. Dal grande mandarino all’ultimo soldato, tutti deplorano che la legge del regno mi condanni a morte. Non ho dovuto subire torture, come molti miei fratelli. Un leggero colpo di sciabola separerà la mia testa, come un fiore primaverile che il Maestro del giardino coglie per suo piacere. Siamo tutti fiori piantati su questa terra che Dio coglie al momento giusto, un po’ prima, un po’ più tardi: uno è la rosa purpurea , un altro il  giglio candido, un altro l’umile  violetta. Cerchiamo tutti di piacere, secondo il profumo o lo splendore che ci sono stati donati, al Sovrano Signore e Maestro.

Vi auguro, caro Padre, una lunga, pacifica e virtuosa vecchiaia. Portate con dolcezza la croce di questa vita, seguendo Gesù fino al calvario di un felice trapasso. Padre e figlio si rivedranno in Paradiso. Io, piccola effimera creatura, me ne vado per primo. Addio.

Vostro devotissimo e rispettoso figlio,

J. Théophane Vénard

L’ultima lettera di un missionario in Vietnam al padre.

L’immagine riportata è la trascrizione dell’originale, realizzata, senza conoscere il francese, dal padre, calligrafo, di un artista concettuale vietnamita, Danh Vo, che ne ha fatto una creazione artistica.]

Natale è festa di mistero, è festa di Incarnazione, di cui il mistero fa parte e in cui il mistero si offre come incontro.

«E la Parola diventò carne». E  “carne”, qui, non è semplicemente luogo che accoglie la Parola, come un involucro che cela un contenuto. “Carne” è la Parola, perché “la Parola si fece carne”. Non c’è un altro modo di intendere. Il Logos è carne e da qui deve partire chi vuole avere a che fare con lui.

Il Logos è carne ed è la carne che deve essere amata e cercata e capita e liberata. La carne dell’altro, dell’altro che mi abita, dell’altro che abita ogni carne.

Incarnazione è assumere la “carne”. Il termine greco sarx è diverso  da quello usato per dire “corpo”, soma.

C’è una “carnalità” in cui la “corporeità” deve situarsi e questo vuol dire assumere anche le dimensioni proprie della carne: tempo e spazio; ma vuol dire anche assumere tutta la fragilità e la debolezza della carne.

Incarnazione vuol dire “qui ed ora”. Non si vuole ridurre lo spazio temporale all’attimo, si vuole dire che la dimensione della nostra crescita umana è la dimensione incarnata nella situazione concreta e precisa in cui ci troviamo. È qui che il Logos ha scelto di abitare ed è qui che svolge la sua opera di liberazione.  

Etty Hillesum (ebrea, morta ad Auschwitz) nei suoi diari, durante la persecuzione nazista, scriveva: «Fiorire e portare frutti nel terreno dove si è piantati». Questa è incarnazione. Come è incarnazione quella del missionario che sta per morire in Vietnam. Considerarsi semi piantati nel giardino è pensarsi come destinati a fioritura, comunque, in ogni modo. Non importa quando. Il fiore fiorirà. Il frutto maturerà, se restiamo fedeli al giardino in cui siamo piantati.

Non importa quale sia il terreno, ognuno, come un fiore, ha il proprio profumo e il proprio splendore. Così si può e si deve fiorire. Amare il proprio “qui ed ora”: il cristiano non può prescindere da questo.

E amare il proprio qui ed ora vuol dire anche assumere il compito di liberazione del tempo e dello spazio.

Ad ognuno è chiesto di essere quello che è, anzi, di diventare quello che si è. Perché, se l’incarnazione del Logos è un momento preciso della storia, l’incarnazione del cristiano dura tutta la vita. È un processo che porta alla dimensione adulta dell’umanità. Lungo, spesso faticoso, a volte doloroso, ma imprescindibile. Nel racconto della nascita di Gesù, il vangelo di Luca ci offre delle coordinate crono-geografiche ben identificabili, c’è un “qui” ed un “ora”. Da lì si parte per procedere lungo tutto il cammino di incarnazione che culminerà sulla croce. Ognuno nasce in un contesto e in un momento, ma la nostra incarnazione inizia quando gettiamo “uno sguardo consapevole su noi stessi” (M. Yourcenar).

Qui comincia il processo di concreta azione nella nostra storia, in cui, ognuno, responsabilmente, è chiamato a fiorire e a dare frutto, a compiere il cammino di liberazione.

Liberazione del tempo e dello spazio vuol dire anche non permettere che queste due dimensioni entrino in conflitto fra loro. Lo spazio non è spazio di conquista e di potere, non è spazio da occupare e mantenere, piuttosto, è spazio da amare e rispettare e poi, è spazio da condividere. Nessun confine che possa separare. Nessuna proprietà che possa escludere. Nessuno sfruttamento che sia sopraffazione.

Il tempo non è il nemico da combattere, e non è possesso da usare a proprio piacimento. Tempo liberato è tempo che diventa occasione di crescita, opportunità di liberazione. Liberati per liberare. Incarnazione è amare il tempo perché il tempo amato sarà sempre occasione e via all’amore. Amare il tempo è donarlo e accettarlo come dono, irripetibile e gioioso. È accoglienza e compito. Allegria e impegno.

Così, tutto ciò che nel tempo e nello spazio accade diventa fedeltà al proprio essere donne e uomini fino in fondo. Oltre ogni differenza, a partire dalla differenza, donne e uomini che sappiano accogliere l’alterità di una Parola che si fa carne, per libertà di amore, per permettere alla mia carne, la stessa sua, di essere luogo abitato dall’altro. L’altro che mi permette di chiamarlo per nome, ma che non mi consente di inglobarlo nella sua totalità.

“Fiorire e portare frutti nel terreno in cui si è piantati”

La bellezza e la concretezza dell’essere fecondi è anche croce. Non c’è comprensione dell’Incarnazione che non porti alla croce e non parta dalla croce. È l’alba di Pasqua che dà luce al “qui ed ora”. Ma c’è anche il buio del Calvario. Tempo e spazio hanno in sé l’idea di morte. Amare il tempo e lo spazio non è amare l’effimero e il mortale. È, piuttosto, accettare di fare di questo un’occasione di fecondità che, a sua volta, feconda tempo e spazio in cui essa accade. Non c’è rischio di fuga da un presente che non ci piace, non c’è prevalenza del sogno sulla realtà. C’è piuttosto una richiesta di humilitas che ci permette di affondare le radici in un fecondo humus, senza esserne imprigionati e intrappolati, ma, anzi, essendone slanciati verso l’alto. Come cipressi, non dimentichi del terreno in cui si è piantati, ma protesi verso un oltre.

Siamo tutti fiori piantati su questa terra uno è la rosa purpurea , un altro il  giglio candido, un altro l’umile  violetta. Cerchiamo tutti di piacere, secondo il profumo o lo splendore che ci sono stati donati.

Buon Natale!

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