
La poesia ha oggi un singolare destino: è diventata a tutti gli effetti una merce di consumo, peraltro prodotta da centinaia di milioni di persone nel mondo (solo in Italia si contano due milioni di poeti), ma la sua reale incidenza nella società è minima, marginalissima, direi nulla. In alcuni paesi essa ha ancora una forza politica (comunque in senso lato), ma in Italia e in alcune parti dell’Occidente rischia di essere un momento di puro otium letterario, sganciato dalla realtà, non esente da tentazioni narcisistiche. In generale, la letteratura non gode più del prestigio e della considerazione di cui godeva nel Novecento e nei secoli passati. Il titolo di un libro di Todorov del 2007 è, non a caso, La letteratura in pericolo. Sarebbe sbagliato, tuttavia, cadere nell’insignificanza. Per massimizzare il potenziale della poesia bisogna lavorare umilmente dal basso, nella quotidianità: valorizzarla nei corsi universitari, costituire movimenti letterari, leggere libri ad alta voce in gruppo (come fanno a New York, notizia di pochi giorni fa), favorire il contatto con la musica. Ma soprattutto è necessario cambiare prospettiva: considerare la poesia e la letteratura come un patrimonio comune che si radica nel nostro partecipare al genere umano, che è di tutti, gratuitamente, e deve essere ‘vissuta’ nell’autenticità. In un’epoca in cui è in crisi la figura dell’autore, è certamente un’opportunità ricordare e riaffermare la centralità della poesia come postura esistenziale e non come possibilità di affermazione personale né come estetizzante solitudine del testo. Questa è la speranza, questa forse è la vera vita, secondo Adam Zagajewski.