Giampaolo De Pietro, Aurelia

di Alberto Fraccacreta

Aurelia del catanese Giampaolo De Pietro è un poème en prose ricco di straniamenti sintattici, depistaggi, bisticci linguistici, improvvise sortite in qualche modo ‘nervaliane’ (Aurelia è anche un personaggio di Gérard de Nerval). Ritorna l’onirismo, ritorna soprattutto la quête del femminino, sgusciante com’è ovvio che sia, in fuga perenne. Non a caso Pina Napolitano scrive molto opportunamente nella prefazione: «Tutto Aurelia pare sia scritto in viaggio – un viaggio in treno, costeggiando il mare, e forse viaggio è la parola chiave per accompagnarne la lettura. Viaggia Aurelia stessa, innanzitutto nel tempo: un presente mobile, l’“ora” della narrazione un tassello che si sposta dall’infanzia all’adolescenza, alla maturità e maternità di Aurelia – quanti anni abbia Aurelia adesso, mentre il viaggio si svolge, non è detto. Viaggia Aurelia, creatura leggera, tra sogno e realtà, dove i sogni sono anche più della realtà sostanza vera del suo essere». Aurelia è una donna, ma anche derridianamente uno “stile”: quello della verità.

Giampaolo De Pietro, Aurelia, Il Ponte del Sale, 2024

Aurelia stava pensando ad altro.
Non occorreva pensare niente, pensando a ogni cosa.

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Il quaderno dei disappunti lo aveva lasciato quella volta, a valle dopo la salita e il ritorno sul vulcano. Vita aperta. E tempo che registra suoni, suono che va avanti e verso, e sa incontrarsi anche con ieri e ancora più indietro, ravvicinandoli. È il cerchio che comunica in noi, kit per ripescarli i tratti di se stessi quando ad esempio avevamo tredici anni, o sedici.

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C’è sempre una frase che riserva un fondo di riprese, come per il cinema di ciascun occhio; c’è sempre qualcuno che siede in panchina solitaria lungo la via binaria della stazione sul mare, a dormire di solitudine, poco sonno beato per quella passeggera momentanea casa all’aperto senza freddo, un mattino di gennaio quasi finito.

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Le ombre di quei due sul campo, finiranno mai?

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La linea che vedo dal finestrino del treno è l’orizzonte, il mare ha riflesso il blu sul vetro non sporchissimo, lucido da sembrare una superficie costante di un materiale rigato denso, non rigido. Ma è come potersi rappresentare l’insieme dei respiri in un respiro a colore che vuole il sole e pure il buio, dichiarazione semplice, fino all’ultimo che poi è il primo luogo che Aurelia si domanda di fermare sul foglio, quando disegna – alberi, balene, case cantoniere e planimetrie di sogni che intuisce d’aver fatto la notte prima.

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Sul mezzo di trasporto, tra i passeggeri c’è chi dice fuori e chi fiori. Si sovrappongono voci cadenze lingue diverse – stati d’animo – animi da treno bus aereo. Ogni volta, la fermata o il viaggio, il tempo di Aurelia in disavanzi – il racconto all’imperfetto – anzitempo il suo spazio diventa, anzispazio il presente in durante – con una disposizione verso.

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S’è appena sciolto, il tempo in casa. Una casa non grande, ma raccolta e fitta come un libro d’amore con tutta la sua educazione. Lì stampavano lettere, missive al futuro; si conservava uno spazio come il passato. Dopotutto, come comportarsi veniva insieme al praticarlo.

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Ancora due, gli alberi agli angoli della strada di campagna – si salutano ogni giorno, fissi al loro appuntamento.

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Come la mia e la tua mano, fa suo figlio il filosofo. Ci comprendiamo, siamo linee. Sediamo lungo confini, di trasporti – siamo noi confini e insieme movimento senza ritorno – rimboschimento, rimbalzo – Aurelia da ragazzina amava annotare tutte le parole in ri-, che poi le sarebbero servite, sia pure per la prima volta, quando sarebbe stata vecchia e le parole senza l’età avanzata che potrebbe far credere il loro riutilizzo, la ricorsività.

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Non rimpiango il verbo fare. Forse più quello che stanca senza farsi neanche. Aurelia aspetta che arrivi, intanto arriva lei. Sembra una linea. Effettiva luminosità del suo passaggio di filo. Dal diario di Paul Klee, Aurelia scopre che l’artista in quel dato momento non riusciva più a “far valere” le linee e così si rivolge agli “aspetti della natura”. Ma poi ammette: “Le prospettive fanno sbadigliare. Devo disperderle?”. E poi: “Se devo esprimere l’azione con tinte chiare, ciò che è attuale deve avere un fondo scuro”. Aurelia sottolinea: “Non abbandonare mai l’estensione principale della condizione attuale!”.

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È bello il gesto della donna qui affianco – scrive su un quaderno, poi legge. Viaggia bene. Come una donna vestita leggera. Entra una faccia chiusa, lista aperta che comprende il suo nome. Ci sono tanti alberi e c’è la storia degli occhi e le loro storie. C’era la magnolia che sembrava il drago della piazza. Ultima uscita del tempo.

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