Gabriele Amadori, Il giro più corto (con una nota di Salvatore Ritrovato, Raffaelli, 2021)
L’obolo non sulla bocca gelida
per il transito di Acheronte
né al barcaiolo del Bou Regreg
nel tragitto tra derelitti sull’esile barca.
Basta il confine in fiore delle ginestre
nell’acceso meriggio
a pagare il battito d’ali
degli angeli traghettatori.
I versi di Gabriele Amadori sono legati all’idea del poeta-viator che, come scrive Salvatore Ritrovato nell’interessante prefazione al testo, «raccoglie e interpreta ogni segnale che l’angolo di mondo che lo ospita». Una lirica cognitiva, dunque, levigata e granitica, capace di annotare e osservare l’angelo necessario della realtà.
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Riccardo Benzina, Midollo (Taut Editori, 2025)
Oh primavera
conficcata come una pietra in testa, feto
che nasce nero, e grida muto: ricordi
le ossa? Ricordi
la tua gravidanza?
Continuamente
concepisci, gemelle partorendo.
Queste figlie a volte tu non curi.
Ti si rivoltano contro è vero.
La poesia di Riccardo Benzina tende alla distensione, al ragionamento, all’analisi, ma secondo misure e andamenti ritmici paradossali. L’ironia degli enunciati controbilancia il tema perforante della solitudine, come ricordato da Alberto Pellegatta, mentre si affaccia anche la luce con le sue disforie cromatiche ad abbracciare una possibile speranza.
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Silvia Rosa, L’ombra dell’infanzia (postfazione di Franca Alaimo, peQuod, 2025)
Un’ape allucinata che sbatte contro i vetri,
febbre che arrossa le guance, notte che
batte sui denti cariati. Sono questi i mali
rappresi in segni violacei sul rosa
delle albe d’infanzia, i guasti delle
lucciole che muoiono discrete sotto una
brina spessa. Io vorrei dire invece
lo strappo delle ali che buca la schiena,
la perdita del corpo un pezzo dopo l’altro
sotto il peso di un nome di fango e resina,
che lascia addosso un’onta indelebile
e in gola un fiore di spavento: vorrei
raccontare di come cresce nelle sere
di luna piena, cambiando colore e di come
diventano le mani di una bambina quando
scavano in bocca una fossa di silenzio.
La scrittura coraggiosa di Silvia Rosa riporta la poesia odierna a una dimensione civile di denuncia: contro i dispositivi occulti della violenza. Lo stile grave e teso, che ragiona sull’envers du décor dell’infanzia, dissolve ogni latenza fiabesca, decostruendo, donando una risignificazione priva di illusioni, configurandosi come heaniana redress, riparazione.
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Arianna Galli, La paranoica geometria del sogno (prefazione di Gian Paolo Serino, Giuliano Ladolfi Editore, 2025)
Miriadi
Siamo appena sulla soglia del labirinto,
tu sorridi a malapena mentre tremi.
Vedi, il mio mondo inconscio gira su miriadi di occhi
di porte e di stanze in continua metamorfosi
quanto i volti che odorano di cloroformio,
vecchie fotografie sbiadite.
Come nota Gian Paolo Serino, la silloge di Arianna Galli comporta un «varcare la soglia», un attraversare la vita di prima per sciogliersi nel quadro metafisico dell’adesso, di una conversione conseguita. Non è un caso che la dedica della raccolta sia mirabilmente rivolta «a Dio», alla luce di grazia e speranza che circonfonde questi versi liturgici, fiduciosi.
