di Fabrizio Centofanti
Bisogna lasciare, nella vita: il grembo materno, l’asilo – io dopo quattro anni, in pratica una laurea – la scuola elementare, le medie, il liceo, la facoltà universitaria. Per me, inoltre, il seminario, la parrocchia, le amicizie, le frequentazioni, i libri letti, il ristorante dopo il caffè e l’amaro, il bagno dopo la doccia o altre operazioni.
È un addestramento quotidiano a non fare di nessuna cosa o persona o situazione un idolo con cui identificarsi.
Il Signore, spesso, incrementa il processo a modo suo: con una prova, un fallimento, una perdita improvvisa. S’impegna a togliere, a privare di ciò che sembra necessario, indispensabile.
Lascia di qua, lascia di là, pare d’essere, a volte, appesi a un filo, sull’orlo di un abisso. Non si sa più che fare, a che santo votarsi, se rivolgersi all’ufficio reclami o allo sportello degli oggetti smarriti.
In realtà, la vita “deve” arrivare a questo punto, altrimenti siamo sempre soggetti a illusioni, ad appigli inaffidabili, come quando, sulla cima di un monte, ci si appoggia a una roccia staccata dal resto, che rotola di sotto insieme a noi.
“Deve” arrivare un giorno in cui non hai più nulla di quello che volevi. È il momento in cui la “filautia” cessa di vivere, non respira più. In quel preciso istante, in te comincia a respirare il Ruach, il Pneuma, lo Spirito di Dio, la roccia affidabile, la colomba alle cui ali ci si aggrappa con fede, per essere salvati.


Come canta De Gregori “chi vince è perduto”, perché solo liberandosi di tutti i pesi inutili si può cominciare a volare.
Riflessione importante, grazie!
i migranti cui si rovescia la barca perché sono in troppi, i piccoli palestinesi che vengono sistematicamente ammazzati, i “disgraziati” che muoiono senza essersela cercata minimamente, tutti questi non respirano più, ma senza colpa, senza colpa, senza colpa! Il mondo si sta riempiendo di angoscia, no?
“Resta con noi…e avremo la pace”.