a cura di Alberto Fraccacreta
Non guardo più gli annunci
tirati a lucido, arcigni nel gelo della sera. Da qui
(dal pensiero stesso) a una concreta
nonché provvidenziale soluzione ci corre,
niente a che vedere, si capisce
con gli insulsi affanni del mestiere
risate secche, riassunti di preghiere
ma un modo più basso, più leggero
quasi una tecnica della tenerezza
da pensarsi a sera o prima
del sonno, a uso e consumo
della tua bellezza.
Ti precedi
fai due passi in più dell’ombra
dove sarai già eri
(così nella mia mente, a casa
poco prima di cena)
cronista del tuo silenzio, più in là
della tua stessa pena.
Non sappia la sinistra
Non è ancora arrivato – mi
dicevi, immaginando un mio dolore
tenue o scoramento.
Quanta felicità mi davi, invece
di rivederti ancora, nuovamente.
Aspetto come un gatto
il giorno che verrò a cercarti
e poi non c’eri o peggio
tutto chiuso. Peccato
la caccia è vana e il gatto ne è deluso.
Hai per cognome una città
del sud – da lì veniva gente
che per anni e giorni di paura
lottando nell’ellisse della storia
ha scolpito il sogno che ti raffigura.
La cosa che di te m’incanta
è il sorriso – lo trovi
strano? Troppo poco originale?
Se lo potessi vedere diresti…
chiedilo al tuo specchio
se ha occhi per parlare.
Luigi Aliprandi, La sposa perfetta, Marietti 2023
Tenerezza: possiamo tornare a prenderla sul serio, questa parola consunta dall’uso smodato che ne fa da anni il chiacchiericcio della moda, incontrandola sin dal testo inaugurale in questo lievissimo, disperato, euforico canzoniere in vita e in morte d’un amore. Perché la tenerezza, qui, oltre ad essere l’unico filo cui aggrapparsi, è anche, anzi soprattutto, un modo specialmente fluido, tattile e febbrile di trattare la materia sonora, di svolgere il gomitolo della sintassi, di rispettare (mai supinamente) o eludere (mai a sproposito) gli obblighi della scansione metrica.


Nell’interessante libro di Luigi Aliprandi la chiarezza del linguaggio –– non disgiunta da un’opportuna eleganza
— risulta poi riservatissima e segretante,