di Alberto Fraccacreta
Riccardo Bravi, Train de vie, con uno scritto di Daniele Piccini, peQuod, 72 pagine, 14 euro
Quando il flusso del tempo scorre inarrestabile e lascia le sue pieghe sul volto come ferite non rimarginate, la poesia può essere una cura, un lenitivo al dolore della perdita. Train de vie, seconda silloge del chiaravallese Riccardo Bravi dopo il virtuosistico Poesie di solitudine e di rivolta (Arcipelago Itaca, 2021), funziona come il Bildungsroman di un io lirico che sommuove e rimesta i momenti dell’esistenza alla ricerca di un accadimento, un incontro risolutore in grado di «risanare anni di strappi». Scrive Daniele Piccini nell’aletta di copertina: «Leggendo i testi di questo libro si ha la percezione di una sfocatura, come se l’autore stesse parlando in souplesse, per una sorta di distratta elencazione di stati d’animo, di cose viste e sentite, attraversate una volta e ritrovate in una specie di stato di semi-veglia. È come se l’autore stesse ripescando con noi fotogrammi perduti, attimi, durate brevi e definite (i mattini, i pomeriggi, le sere…: non giorni, ma frantumi)».
Frantumi à la Boine o sbarbariani trucioli, certo è che la raccolta – che consta di cinquanta poesie ripartite in tre sezioni, ironicamente in anticlimax, Mattine andanti, Pomeriggi allegri (ma non troppo), Serate funeste – aggiunge rivelatrici «epifanie» a molti tarli, molti avvallamenti di una «generazione mancata», percorsa da «sillogismi illeciti» e da una putrescente «routine». Lo spleen cresce là dove si fa più acuto il baudelairiano desiderio di un «anywhere out of the world». La rivendicazione, quasi la protesta, degli istanti puri, limpidi, di piena comprensione ha in Bravi l’effetto non di riscattare, ma di colpire con ancora maggiore livore la vita in prosa: «Sì, è forse entrando nel pensiero di Hillman / che avresti abbandonato le tue idee precedenti / costruite su misfatti leggende e credenze popolari; / avresti detto addio alle tue sofferenze / concentrandoti sulle tue capacità innate, / su quella “ghianda” / che racchiude la tua intera originalità» (Mattina n. 12).
Se «nominare spesso è doloroso; / meglio non accendere questo incendio doloso», è pur vero che la letteratura, acre contraltare di un’umanità «in disuso», riesce comunque a fare scudo, a rinnovare «sentieri già percorsi». Diviso simpateticamente tra l’Urbino universitaria, l’Ucraina visitata da volontario, la Francia del dottorato e altri luoghi dalle «identità plurime», Bravi riconosce che l’unico stile di vita capace montalianamente di una decenza quotidiana è proprio quello della poesia (ci sarebbe la santità, a cui la prima laicamente si approssima). E allora non resta che abbandonarsi al suo straziato potere di umile servizio. «Saremmo forse ciechi in quegli attimi / in cui il vento ci trafugava / dei momenti migliori, di quel train de vie / che non si dava sosta, / saturo di sensazioni farse e tremori; / è la malia di venti soppressi, / edulcorati dalle nostre tentazioni, / a spingerci sempre più in alto – / ma che una volta spenti / rifiatano irti nei nostri polmoni» (Serata n. 4).

