a cura di Alberto Fraccacreta
Questi popoli scomparsi si dispongono in un ordine più o meno cronologico. La loro storia ci è restituita talvolta inventata. Quando essi non anticipano il presente destino, sono almeno l’illustrazione di certi comportamenti che perdurano nella società occidentale, come un album archeologico, un repertorio incompleto d’umanità diverse, alla fine delle quali – benché si tratti di una fine sempre transitoria – arriva la nostra.
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Nazca
Le linee di Nazca, geoglifi nel deserto peruviano, formano distribuite su 80 chilometri circa 800 disegni che raffigurano animali, grandi fino a 180 metri. Furono tracciate tra il IV e il V secolo d.C.
Dal cielo si vedono le figure dei Nazca.
Ma loro non potevano vederle.
Le immaginavano come i mostri
ingigantiti dalle visioni
e dagli incubi.
Segni che abbiamo tracciato
guidati da un vicino spirito
continuano di là dal punto
oltre il quale si dibatte
una natura inintelligibile
e una mappa di misteri.
Ammaestrati in corpi goffi
e pacchiani, sono disegni
che si distanziano da noi,
come se ci fosse una realtà
da temere e rappresentare
solo per matite colossali.
I glossatori
I giuristi del Basso Medioevo sono noti per le loro glosse, i commentari che essi apponevano ai margini dei testi antichi e che si sarebbero tramandati, lungo i secoli, dai maestri agli allievi dell’Università di Bologna.
Sul retro delle chiese
le arche tombali custodiscono
i resti dei nostri primi maestri,
prima che le chiavi di quel sapere gesuita,
scolpite in alto sulla pietra,
fossero ritratte nella toga bianca e lucente,
eccelsa dei domenicani.
Sui rilievi non compaiono i loro profili emaciati
o gli sguardi tesi, occultivi cui volgiamo le spalle.
Capitolano dalle arcate dei portici
i nostri come i loro voti e giudizi,
dopo che allievi e mendicanti obliarono
la paura della chierica,
la barba sapienziale e sporgente;
davanti ai più severi volti gli studenti
finite le lezioni, svincolandosi dai plutei,
dalla catena dei codici
saccheggiavano le osterie
annacquandone il siero coi denari.
Una volta fuori erano mossi all’elemosina
dai magri sai dei francescani.
Dalla postfazione di Mimmo Cangiano
Una serie di popoli scomparsi, sul punto di svanire, o duramente provati dal contatto con una modernità – si notino le scelte lessicali che sottolineano tale estraneità al ‘moderno’: la zimarra, la tiara, ecc. – per la quale si sono mostrati assolutamente impreparati o, addirittura, disinteressati. Tale disinteresse ovviamente non li ha salvati dal confronto, ma ha a prima vista donato alla loro estinzione (avvenuta o prossima) un significato di resistenza etica a carattere tragico, destinato a rovesciarsi in progressione critica, diretta in primo luogo contro quella storia che, scritta dai vincitori, pone in un angolo di dimenticanza la cultura degli sconfitti. Questo è anche il motivo per cui, fra questi popoli, possono rientrare gli stessi pionieri del Nord America, vale a dire un popolo il quale, più che sconfitte, evoca nella mente conquiste e soprusi, ma che è poi a sua volta cancellato nell’avanzare storico che esso stesso ha in parte prodotto (come raccontato da tanti Western crepuscolari). Oppure i corsari, la cui rappresentazione (il cui stesso ricordo, quindi) viene infatti affidata a chi li ha cancellati. E la stessa dialettica può pure presentarsi in ambito preistorico, nella sovrapposizione che sappiamo però storica (“era solo il più giovane”) fra l’Uomo di Neanderthal – che col fuoco rifiuta il progresso – e noi suoi successori (e si noti, inoltre, come l’approdo finale di quell’ominide alla teca del museo non sia la sua definitiva morte, ma la sua azione per sopravvivere).
Guido Mattia Gallerani, I popoli scomparsi, postfazione di Mimmo Cangiano, peQuod 2020
Guido Mattia Gallerani insegna all’Università di Bologna. Collabora con il Poesia Festival della provincia di Modena, città in cui è nato. Ha co-diretto il trimestrale «Atelier: rivista di poesia, critica, letteratura». Nel 2014 ha pubblicato Falsa partenza (Ladolfi editore, finalista Ceppo Under 35), nel 2015 un’edizione commentata assieme ad Alberto Bertoni del Quaderno di quattro anni di Eugenio Montale (Mondadori). Ha tradotto Guy Goffette (Kolibris) e i sonetti di William Shakespeare (Giunti).


Il libro di Guido Mattia Gallerani ha una notevole e pensosa originalità.