
di Pasquale Vitagliano
Malgrado la scelta di tre icone (i chiodi, la flagellazione e il cuore sacro) a scandire tempo e spazio di questa raccolta, La carne (2017 – 2023) di Carlo Ragliani è una cristologia disincarnata. Della via crucis resta il segno e la carne che si fa simbolo del destino di tutti noi poveri cristi. Non moriremo/ abbastanza/ da smettere/ di sperare/ infine. Alfa e omega alla fine si ricongiungono. Non c’è niente da fare. Funziona così. Per forza naturale più che filosofica. La fine è per ciò stesso un inizio. Il dolore finisce per insaporire ogni altro momento della nostra vita che si sia affrancato da esso. È un corpo a corpo permanente che racchiude il senso della dualità della nostra esistenza. Sarà per questo che i chiodi sembrano degli spermatozoi. Non baciamo/ la terra/ perché noi/ siamo la terra.

Ragliani ha azzardato a comporre un messale laico in tempi stregati dai biscotti della fortuna. Vaghiamo ciechi, meglio, accecati dall’alienazione del nostro corpo visualizzato e dei nostri sogni incubati dai social asociali e afasici. Come se vi fosse/ qualcosa di vero/ nella postura dei ciechi/ come se questi/ estendendo la mano/ oltrepassassero la cecità/e l’ultimo passo/ incompiuto. Dunque, è la poesia che guida noi ciechi. Ma la poesia è anche il nostro habeas corpus, l’estrema, residua, solitaria guarentigia dell’inviolabilità del nostro corpo integrale, materiale e immateriale. Quale altra funzione avrebbe la poesia se non quella di dichiarare l’unicità di un’umanità resistente ad ogni tentativo di formattazione? In questo sento vicinissima la scrittura di questo giovane poeta, che conferma che la poesia è sempre civile. Se esistesse una civiltà diversa da questa finale che stiamo vivendo, la poesia sarebbe la sua lingua.
Per effetto di questa interpolazione Carlo Ragliani riesce a trasformare lo stigma (guarda caso è il titolo della sua prima opera nel 2019) in un crisma che ci legittima in via definitiva quali lettori e scrittori di poesia, oltre l’ultimo/ impulso/ nella pagina/ mai scritta. Sperando che il nostro seme non sia più guasto.
