
La poesia fa parte della vita: è una sua manifestazione, una sua possibilità che si configura soprattutto come una tensione inesausta, una domanda incessante, un’attesa, un desiderio d’annuncio, un’oltranza. Ciò che nella poesia si compie, però, non è in realtà mai compiuto, mai definitivo. La parola poetica nasce dall’esistenza e di questa in fondo parla, ma sempre ai margini dell’indicibile: essa dice quello che può. C’è un’attesa infinita nella poesia, così come c’è nell’uomo, nel suo destino, nel suo esserci. Ed è proprio questa la ferita che la poesia porta con sé, questa lacerazione, questa mancanza che la fa vibrare, la fa essere, e ci interroga. Perché lo stato della poesia (e lo stato dell’arte in genere) è in fondo lo stato dell’uomo, delle sue contraddizioni, del suo male, dei suoi progetti, o dei suoi sogni. L’arte non può che rispecchiare la nostra esistenza, altrimenti risulta solo un arido esercizio, un’esibizione acrobatica fine a sé stessa. Quando questo avviene, cioè quando l’arte perde la sua anima e diventa semplice gioco, intrattenimento, o sperimentazione gratuita, o, all’opposto, concettosità intricata e ostentazione culturale e aristocratica, si opera una frattura con la nostra vita, con ciò che pulsa e grida dentro di noi. Non può essere innocua l’arte, nel senso che ci deve scalfire, ci deve scuotere, deve essere una provocazione dell’anima e del linguaggio, una parola-carne dilaniata o trepidante che chiede di noi: essa vuole essere catturata e ci vuole a sua volta catturare, non allontanare. Dalla poesia dobbiamo sentirci chiamati, non esclusi. In fondo c’è un’esigenza di preghiera, un’apertura, una richiesta di ascolto, un’offerta che ci interpella. E questo dipende dai poeti.
Quale strada percorrere oggi? Quella di sempre – verrebbe da rispondere, ma nei tempi così difficili in cui viviamo, credo che occorra una maggiore vigilanza, un accresciuto senso di responsabilità e di rigore che troppo spesso viene a mancare a causa del terribile gioco del mercato: da una parte editori che pensano solo al profitto e non alla qualità, dall’altra autori d’ogni tipo, con l’affanno di emergere, tra frustrazioni, ambizioni e invidie, in uno scenario caotico di iniziative, incontri, presentazioni che alla fine generano solo confusione. L’arte in genere, e la poesia in particolare, ci chiedono in realtà una sfida, che non è quella del riconoscimento o del successo e non è neppure quella della salvezza, bensì quella di accettare tale sfida con un’umiltà vera, cioè non passiva, priva di una facile accettazione dell’esistenza: l’umiltà del grido, dello spavento, ma anche della speranza, della bellezza e della preghiera. La sfida per tutti è quella del discernimento.
Per me la poesia – a partire dall’esistenza – aspira all’assoluto. In questo senso risulta evidente la vicinanza alla preghiera, tuttavia credo sia necessario operare alcune distinzioni.
Mentre nella poesia non manca mai, in modo più o meno scoperto, un’autoreferenzialità, in quanto essa nasce da un impulso interiore, un dissidio, una domanda, un desiderio di conoscenza, o una vera e propria sconfitta, nella preghiera – quand’è autentica – la dimensione autoreferenziale è assente, in quanto squarciata da qualcosa di superiore, di Altro. Il Tu della poesia è il Tu della parola (poetica, ma pur sempre nostra, nonostante il suo mistero e/o la sua alterità): si tratta di un Tu assai precario, un fantasma che viene evocato, ma che non sempre c’è (e dipende esclusivamente da noi, dai nostri limiti, dalla nostra memoria storica). L’assoluto ricercato in poesia sarà sempre un assoluto relativo. Credo sia bene tenerlo in mente, onde evitare di attribuire ai testi poetici un’eccessiva sacralità e ai poeti un’aura speciale, come fossero esenti da ogni umana imperfezione.
Il Tu della preghiera autentica garantisce invece un’intimità del cuore che di sovente non ha neppure bisogno della parola perché la preghiera può essere anche silenziosa. Quando la poesia vuole farsi preghiera in modo esplicito (e spesso lo è proprio inconsciamente, cioè al di là delle intenzioni dell’autore), rischia sempre un’autoreferenzialità (di stile, di scrittura, di registro, ecc,) che finisce per vanificare in tutto o in parte l’umiltà necessaria all’orante, a colui che prega, che chiede un ascolto e si presta ad accogliere una voce (inclusa quella del silenzio: un silenzio parlante). Senza contare che talvolta questa ineliminabile autoreferenzialità può celare un compiacimento letterario non poco fastidioso. Insomma, nella poesia, anche quando è composta come una preghiera, non ci può essere una forma di pienezza salvifica, cosa che al contrario si può verificare nella preghiera. In ultima analisi, mi sembra che nella poesia ci sia il rischio che la forma della preghiera si trasformi in una preghiera della forma: se di salvezza vogliamo parlare, allora dobbiamo riferirci alla preghiera.
Ritornando alla questione centrale, penso che la strada da seguire oggi sia quella del discernimento, cioè dello sguardo vigile, attento e al tempo stesso umile che dipende dalla nostra consapevolezza di esseri umani. Il segreto della poesia e dell’arte è anche il nostro stesso segreto: quello che ci parla di noi, di ciò che siamo e possiamo essere. Se non lo tradiamo e lo condividiamo con umiltà e rispetto; se riconosciamo il mistero della realtà e la realtà del mistero che è dentro e fuori di noi, per acquisire maggiore consapevolezza del nostro destino e rispondere alla sua chiamata, allora potrà esserci, nonostante tutto, ancora speranza.
