
Lo stato dell’arte, oggi? “Grande è la confusione sotto il cielo. La situazione è eccellente”.
Scherzi a parte, non saprei proprio tracciare un quadro della poesia contemporanea. La produzione è esorbitante, ma viaggia perlopiù sottotraccia: piccoli editori che nemmeno raggiungono le librerie, diffusione tramite internet… Un pulviscolo in cui non riesco a individuare aggregazioni significative e in cui il buono viene sommerso dal mediocre e dal pessimo.
Da una parte c’è la possibilità per chiunque di autopubblicarsi, e questa in astratto potrebbe anche essere una cosa positiva; dall’altra parte, il filtro degli editori non funziona più: si pubblica troppo, anche da parte dei grandi, e l’offerta è di molto superiore alla domanda. Solo in Italia ci sono migliaia di editori, che pubblicano decine di migliaia di titoli all’anno; di questi, almeno un migliaio sono di poesia. Quanto ci vorrebbe per leggere mille libri di poesia? Sorbendosene uno al giorno, ogni santo giorno, più o meno tre anni (ammesso che alla fine ne sia valsa la pena). Ma soprattutto, quanti sono i lettori di poesia? Molti meno dei poeti. Continua a leggere
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La parola ai poeti. Sergio Pasquandrea
Partiamo da tre considerazioni.
Primo: non scrivo da mesi, forse anni. O meglio, non è vero: è vero invece che da mesi, forse anni, non scrivo qualcosa che mi soddisfi del tutto, che io consideri pubblicabile. Se devo essere preciso, tutto ciò che ho pubblicato sinora è stato scritto in un arco di tempo abbastanza limitato, più o meno fra il 2010 e il 2018: sette o otto anni di produzione intensa e bruciante. Prima, ciò che scrivevo era troppo ingenuo, immaturo, derivativo; poi, è subentrato questo blocco, questo filtro di cui non ho ancora compreso del tutto la ragione. Sta di fatto che, mentre prima mi veniva da mettere in versi più o meno qualunque cosa vivessi, ora riesco a farlo solo in rare occasioni; la maggior parte delle volte, dopo aver scritto, butto via tutto. Continua a leggere
I racconti dell’età del jazz 11 / Chet Baker
Di retorica su Chet Baker se n’è fatta e ancora se ne farà, a non finire. Il James Dean del jazz, il maudit, la sofferenza, la sublimazione, il romanticismo, amore e morte.
Tutto vero, per carità. Ma in tutto ciò si perde un’informazione fondamentale: che Chet era un grande musicista. Grande, intendo, anche dal punto di vista tecnico (almeno da giovane, prima che gli stravizi cominciassero a rovinargli voce e imboccatura).
I racconti dell’età del jazz 10 / le mani di Thelonious

Sono quasi vent’anni che mi interesso di jazz, e ne ho sentite tante.
Ho sentito dire che il jazz è musica per intellettuali, che è complicato, incomprensibile, o nel migliore dei casi che è fico, cool, “un sacco yeah”, come diceva un mio amico.
Però spesso sfugge un particolare: che il jazz è musica di origine africana, quindi è musica che parte dal corpo e deve arrivare al corpo, deve farti muovere, farti battere il piede. Altrimenti è tutto inutile.
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I racconti dell’età del jazz 9 / Conversations with Bill
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C’è stato un periodo in cui ero convinto di essere Bill Evans.
Nel senso che dire “mi piaceva Bill Evans” è troppo poco. Innanzi tutto, la scoperta della sua musica, per me, ha in pratica coinciso con la scoperta del jazz; in secondo luogo, l’ascolto della sua musica è stato un’esplorazione di territori psichici che non ero del tutto cosciente di possedere.
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I racconti dell’età del jazz 7 / quando Billie Holiday era felice

Oddio, proprio felice forse non lo è stata mai, e non sto nemmeno a spiegare il perché. Però mi sono un po’ scocciato di sentir parlare della vita di Billie, dei tormenti di Billie, degli amori infelici di Billie, della voce di Billie ridotta a cartavetrata.
I racconti dell’età del jazz 6 / Ho visto Nina

Lo confesso: Nina Simone mi era sempre sfuggita.
Neanch’io saprei spiegarmi il perché, anzi è piuttosto strano, dato che adoro le voci femminili scure, profonde, amo Sarah Vaughan e Cassandra Wilson, Carmen McRae e Abbey Lincoln. Forse sarà per l’imprendibilità di Nina, per il suo porsi a cavallo di tutti i generi (voi come la classifichereste? jazz? pop? soul? gospel? o, volendo, folk? o, perché no, musica classica, dato che da ragazza aveva studiato a lungo Bach, Mozart e Rachmaninov?), senza mai cavalcarne davvero nessuno.
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I racconti dell’età del jazz 4 / a casa di Louis
Come al solito: le cose più importanti si fanno sempre all’ultimo momento.
In due mesi a New York avevo visitato tutto il visitabile, dall’Empire State Building a Ground Zero, dal Metropolitan al Guggenheim (il MoMA no, perché era chiuso e in riallestimento), dalla Statua della Libertà a Central Park, per non parlare dei miei pellegrinaggi notturni nei templi del jazz e delle mie quotidiane flâneries in giro per Brooklyn o per il Greenwich Village o per i dintorni di Washington Square. Eppure mi mancava una delle cose che mi interessavano di più: la casa di Louis Armstrong.
Mi decisi proprio il giorno prima di partire.
La giornata non era delle migliori, anzi a dirla tutta era uno dei giorni più brutti da quando ero a New York. Era l’inizio di novembre e nei giorni precedenti aveva soffiato un vento gelido: di colpo l’autunno si era trasformato in un inizio di inverno, e ora al freddo si era aggiunta una pioggerella molesta, sottile, appiccicosa. Tutta Manhattan era immersa in un’umidità deprimente e il cielo era color fango.
I racconti dell’età del jazz 3 / Billy Tipton
Oggi vorrei parlarvi di un musicista che probabilmente non avete mai sentito nominare, che non aveva un particolare talento, non ha fatto dischi memorabili ed è diventato famoso, dopo morto, per motivi che c’entrano poco o niente con la musica.
Si chiamava Billy Tipton, era un pianista e sassofonista, era nato nel 1914 e morì nel 1989 per un’emorragia causata da un’ulcera non curata.
Quel che si scoprì dopo la morte, e che Billy era riuscito a tenere segreto per quasi cinquant’anni, è che non si trattava di un uomo, ma di una donna. Nata, per la precisione, Dorothy Lucille Tipton, e vissuta en travesti per buona parte della sua esistenza.
I racconti dell’età del jazz 2 / Sguardi

“No him, no me”
(Dizzy Gillespie, parlando di Louis Armstrong)
Il jazz vive di antitesi.
Colto, ma di origine popolare; improvvisato, ma anche scritto; nero, ma anche bianco; sofisticato fino allo stremo, ma viscerale quanto nessun’altra musica.
Ma forse l’antitesi fondamentale è quella fra tradizione e innovazione. Si dice spesso che il jazz ha fatto in cent’anni il cammino che la musica classica ha fatto in cinquecento: la frase è vera solo in parte, però di sicuro esprime bene la tumultuosa evoluzione di questa musica, che ha cambiato faccia almeno una volta per ogni decennio
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I racconti dell’età del jazz/trenta secondi di pura bellezza

di Sergio Pasquandrea
Il jazz, si sa, è una musica di attimi. È fatto di illuminazioni fulminee, di bellezza che lampeggia e poi svanisce nel volgere di secondi, di frazioni di secondo.
Anche quando un brano dura magari dieci o quindici minuti, l’importante non è mai il prima o il dopo, ma l’ora, “here and now”. To be in the moment è una delle espressioni più usate dai musicisti per descrivere il perfetto stato mentale, quello indispensabile per creare grande musica.
E ci sono momenti, nel jazz, che sembrano condensare la bellezza in dosi quasi insopportabili: la prima nota dell’assolo di Miles Davis su So What, l’inizio del riff in fa minore di A Love Supreme, l’introduzione di Louis Armstrong su West End Blues.
È di uno di questi momenti che voglio parlarvi.


