
“No him, no me”
(Dizzy Gillespie, parlando di Louis Armstrong)
Il jazz vive di antitesi.
Colto, ma di origine popolare; improvvisato, ma anche scritto; nero, ma anche bianco; sofisticato fino allo stremo, ma viscerale quanto nessun’altra musica.
Ma forse l’antitesi fondamentale è quella fra tradizione e innovazione. Si dice spesso che il jazz ha fatto in cent’anni il cammino che la musica classica ha fatto in cinquecento: la frase è vera solo in parte, però di sicuro esprime bene la tumultuosa evoluzione di questa musica, che ha cambiato faccia almeno una volta per ogni decennio
Eppure, nessun musicista, nemmeno i più sperimentali e avanguardisti, rinuncia mai a citare il passato come la propria fonte di ispirazione più importante (anzi, più il musicista è “d’avanguardia”, più sembra legato al passato: basta pensare a Ornette Coleman o all’Art Ensemble of Chicago). Lo diceva bene Max Roach: “Io vedo il jazz come un grande fiume sempre in movimento, dunque ogni generazione può apportare qualcosa di nuovo. Tuttavia ogni generazione è in un certo senso obbligata a guardarsi alle spalle: quel che conta è la continuità col passato piuttosto che la rottura. Il jazz è una musica democratica, che tiene conto degli apporti individuali per arrivare a una creazione collettiva”.
Pensavo a tutto ciò osservando una foto di Charlie Parker in concerto.
Si vede Parker che suona davanti a un’orchestra. Come al solito è ben eretto, tiene il sassofono dritto davanti a sé e ha lo sguardo fisso in avanti, perso nel vuoto. Guardando i pochi filmati che ci sono arrivati, si capisce che Parker suonava quasi immobile, preso da una sorta di trance. Il contrasto tra quell’immobilità e il flusso frenetico di note che scaturisce dal suo sassofono è impressionante.
Ma non è tanto questo a colpirmi, nella foto.
Se la si osserva bene, tra Parker e il direttore dell’orchestra (è Jimmy Heath, di spalle a destra in primo piano) si vede spuntare un musicista. In realtà si nota soprattutto il viso, e in particolare gli occhi, che sembrano brillare nell’ombra. Tiene in mano una sigaretta, ma pare sul punto di bruciarsi le dita, tanta è la concentrazione con la quale sta fissando Parker che suona.
È John Coltrane.
Non so di preciso quando fu scattata la foto, ma Coltrane collaborò con Jimmy Heath nei primissimi anni Cinquanta, quindi si può presumere che la foto sia di quel periodo. Ciò significa che Parker, nato nel 1920, aveva una trentina d’anni, mentre Coltrane, che era del ’26, poteva averne venticinque o giù di lì. In pratica, quasi coetanei.
E invece no. E non solo perché, come ho detto, il jazz cambia rapidissimamente, e cinque o sei anni di differenza possono già ammontare a un’intera generazione, mentre dieci o quindici sono una specie di abisso. Soprattutto, era ben diverso il peso che, all’epoca, i due avevano nella storia del jazz.
A metà degli anni Quaranta, Parker era piombato nel jazz come Minerva dalla testa di Zeus, con uno stile del tutto rivoluzionario che sembrava arrivare dal nulla. Non era vero, ovvio: anche Parker aveva fatto la sua brava gavetta , però è vero che il Parker ventunenne, registrato nel 1941-42 con l’orchestra di Jay McShann, era già un musicista dalla personalità ben individuata. Di lì a poco avrebbe inciso i suoi primi dischi con Dizzy Gillespie e avrebbe cambiato il jazz per i decenni a venire (non è affatto un’esagerazione affermare che il jazz si divide in pre-Charlie Parker e post-Charlie Parker):
Insomma, nei primi anni Cinquanta, quando fu scattata la foto, Parker era una leggenda vivente e aveva creato buona parte dei suoi capolavori. Morirà nel 1955, prima di compiere trentacinque anni, ed entrerà direttamente nel mito.
Coltrane, invece, era un semisconosciuto. Aveva avuto qualche ingaggio di una certa importanza, ma non era riuscito a sfondare, e del resto non aveva ancora un suo stile: era uno dei tanti sidemen di buon mestiere, come se ne trovavano a dozzine. Solo nel 1955, quando fu chiamato da Miles Davis a far parte del suo nuovo quintetto, Coltrane balzò all’improvviso dall’ombra alla notorietà, ma gli ci vollero altri quattro o cinque anni per trovare la sua vera voce. I suoi dischi più importanti furono incisi in un lasso di tempo brevissimo, fra il 1959, quando uscì “Giant Steps”, e il 1967, quando un cancro al fegato se lo portò via, a quarant’anni (anche se, a confrontare il Coltrane del 1959 con quello del 1967, sembra che di anni ne siano passati ottanta, non otto).
Quello che colpisce, nella foto, è la straordinaria congruenza tra significato letterale e metaforico: c’è un Coltrane ancora nell’ombra che guarda un Parker in piena luce.
I due si passeranno il testimone di lì a poco, e se fino a tutti gli anni Cinquanta Parker era stato il modello di tutti i sassofonisti jazz, dagli anni Sessanta in poi Coltrane diventerà il musicista di riferimento, quelli che tutti cercheranno (invano) di imitare.
Entrambi, in modi diversi, furono dei rivoluzionari. Eppure qui si guardano: o meglio, il più giovane guarda il più anziano, con una concentrazione spasmodica.
Sta imparando dal passato, per costruire il futuro.

Jazz, Parker, Coltrane ( uno dei miei preferiti), vecchie foto in bianco e nero: la combinazione di questi elementi mi rende piacevolissima la lettura di questi “sguardi” sul mondo del jazz che non si limitano ad un’analisi tecnica ma penetrano un’epoca . Mi piace che questi “racconti” nascano dai particolari minimi e da questi si giunga alla musica, ai suoi protagonisti.
bravo
grazie
lisa
Grazie, Lisa. In effetti l’idea era proprio quella: cercare di leggere dettagli, particolari apparentemente insignificanti, cercare di entrare nel jazz dalle porte laterali.
Questi post sull’età del jazz sono sensazionali. Hai tutti i miei complimenti -e una segnalazione sul mio blog, che è piccola cosa. 😉
Grazie mille, Ismaele.
Avere un apprezzamento per quello che si fa, specialmente se del tutto disinteressato, non è mai una piccola cosa.