La parola ai poeti. Sergio Pasquandrea

Partiamo da tre considerazioni.

Primo: non scrivo da mesi, forse anni. O meglio, non è vero: è vero invece che da mesi, forse anni, non scrivo qualcosa che mi soddisfi del tutto, che io consideri pubblicabile. Se devo essere preciso, tutto ciò che ho pubblicato sinora è stato scritto in un arco di tempo abbastanza limitato, più o meno fra il 2010 e il 2018: sette o otto anni di produzione intensa e bruciante. Prima, ciò che scrivevo era troppo ingenuo, immaturo, derivativo; poi, è subentrato questo blocco, questo filtro di cui non ho ancora compreso del tutto la ragione. Sta di fatto che, mentre prima mi veniva da mettere in versi più o meno qualunque cosa vivessi, ora riesco a farlo solo in rare occasioni; la maggior parte delle volte, dopo aver scritto, butto via tutto.

Secondo: ho una forte reticenza a presentarmi come “poeta”. A scuola, per esempio, qualche collega sa che scrivo, ma agli alunni in genere non lo dico. Se dovessi spiegare il perché, mi troverei in difficoltà: forse mi “vergogno d’essere un poeta”, come scriveva Gozzano? Direi di no, piuttosto mi sembra di usurpare una qualifica che altri dovrebbero assegnarmi, non io stesso.

Terzo: quando parlo di poesia, ho difficoltà ad usare il verbo “dovere”. La poesia “deve” essere questo o quest’altro, “deve” essere così o cosà, “deve” essere lirica o non-lirica, soggettiva o oggettiva, in versi o in prosa, libera o non libera, impegnata o disimpegnata, eccetera eccetera. (Soprattutto dopo che, negli ultimi cento o centocinquant’anni, la poesia è stata davvero tutto e il contrario di tutto).

Allora, vorrei dividere questo pezzo in due parti: come io vivo e ho vissuto la poesia, da autore, e che cosa cerco nelle poesie, da lettore.

 

Per chi, come me, non possiede una dimensione strettamente religiosa e non pratica una fede, la poesia è forse quanto di più vicino a tale esperienza si possa sperimentare. È l’accesso a una dimensione psichica che, presumo, potrebbe avvicinarsi a quella della mistica: il contatto pre-razionale con l’inesplicabile. Si scrive quando, per ragioni difficili da definire, la mente viene a trovarsi in uno stato mentale particolare, nel quale tutto è più chiaro e più veloce: occorre solo non ostacolarlo e farsi guidare dalla percezione intuitiva. È qualcosa di simile a ciò che i jazzisti chiamano “being in the moment”: abbandonarsi al flusso creativo, invece che dirigerlo.

Così scrivevo le mie prime poesie: lasciandomi trascinare dalla corrente delle associazioni foniche e verbali, con poca o nulla attenzione al significato o alla costruzione complessiva.

Allo stesso tempo, però, c’è nella poesia una dimensione artigianale, come non tardai a rendermi conto: il labor limae, l’equilibrio, la tecnica, l’orecchio, la mano. E così ho cominciato a lavorare per trasformare quegli sfoghi informi in qualcosa che rispondesse a una necessità formale. Ho cercato di assimilare la tradizione (forse anche troppo, perché le cose che scrivevo finivano per essere corrette, ma poco personali); ho tradotto molto, esercizio che continuo a praticare e che trovo indispensabile per penetrare nell’officina poetica altrui; e infine sono riuscito – o almeno spero di esserci riuscito – a oltrepassare l’imitazione e a trovare una voce poetica mia, personale.

Se dovessi sintetizzare tutto questo percorso, direi che sono partito da una scrittura visionaria, accesa, tutta salti logici e torsioni improvvise, che si ritrova ancora nei miei primi libri, per approdare gradualmente a uno stile che lavora per sottrazione, per scarti minimi, muovendosi sul confine sottile fra lingua quotidiana e lingua letteraria.

(Forse, se mai pubblicherò un altro libro di poesie, vorrò tornare a quella scrittura visionaria, ma con una nuova consapevolezza e una nuova economia di mezzi).

 

E ora affrontiamo il secondo corno del problema: che cosa cerco nella poesia, da lettore.

Direi soprattutto due cose: una voce e un modo di guardare.

“I versi sono esperienze”, recita il celebre aforisma di Rilke. Quando leggo una poesia, vorrei che il poeta mi facesse vedere le cose in un modo che prima non immaginavo. Se l’ho letta e non ne ho tratto un modo nuovo di guardare il mondo, mi pare di aver perso tempo.

E poi la voce: un modo originale di pronunciare le parole, di costruire il verso, un je-ne-sais-quoi che mi fa riconoscere quel poeta fra tutti gli altri. Difficile dire dove risieda la “voce”: nel ritmo del verso? nella scelta delle parole? nel modo di far girare le frasi? in certi stilemi ricorrenti? La risposta può variare da un autore all’altro, ma in fin dei conti ogni grande poeta ha una sua voce peculiare, così come Johnny Hodges, Benny Carter, Charlie Parker, Lee Konitz, Art Pepper, Cannonball Adderley, Ornette Coleman, Eric Dolphy, pur suonando tutti il sax contralto, lo fanno ognuno con un suo timbro inconfondibile.

Non sto parlando per forza di innovazione stilistica: anzi, molta poesia “avanguardistica” o “sperimentale”, alle mie orecchie, finisce per suonare tutta uguale, mentre un poeta apparentemente lineare e comprensibile come Giorgio Caproni ha la sua voce, netta e definita. Non faccio nemmeno differenze tra soggettivo e non soggettivo, tra lirico e prosastico, metrico e non metrico, poesia in versi, poesia in prosa e prosa in prosa: sono convinto che ogni poeta possa trovare il proprio spazio di espressione personale in qualunque campo (e, viceversa, possa risultare imitativo e banale in qualunque stile).
Gli ultimi due libri che ho pubblicato, ad esempio, sono del tutto antitetici come clima espressivo: “Sono un deserto” (Lietocolle, 2019) è tragico, secco, senza speranza; “Lunario” (Arcipelago Itaca, 2023) è leggero, empatico, spesso pervaso di ironia. La cosa interessante, per me, è che i testi che li compongono sono grosso modo contemporanei, essendo stati scritti in maggioranza tra il 2016 e il 2018. Mi auguro, però, che chi li legge possa riconoscere, pur nella varietà, il mio timbro di voce.

Concludo presentandovi un testo da “Sono un deserto” e uno da “Lunario”.

Autoritratto con cranio di volpe
(da “Sono un deserto”)

Nel mio volto che dicono
più giovane della mia età
indovino la mia faccia di vecchio
e la cosa non mi dispiace
purché il processo avvenga
per asciugatura – aderendo il più
possibile all’osso. La meta
è la forma pura – il suono secco
che dava il cranio di volpe quando
ne saggiavo col dito la durezza

(l’avevo raccolto apposta
mi erano piaciuti i canini
la cartilagine delicata che riempiva
le narici e soprattutto gli archi
perfetti degli zigomi – l’avevo
ripulito dalla terra e ogni tanto
tornavo a spolverarlo).

Otto e trenta
(da “Lunario”)

Davanti alla scuola gli albicocchi
sono in fiore. La gente
muore – lontano lontano da qui.
La luce troppo forte mi ferisce.
Una ragazza dà l’ultimo tiro alla sigaretta.
Forse non capisce di essere viva
corre – ha fretta. È tardi
infatti – anche per me.
Che io sopravviva ancora chissà quanto
non è giusto – senz’altro.
Però davvero – non ho altro da fare
se non vivere. E in fondo non è poco.
Nel fusto su cui appoggio
la schiena sta ricominciando a scorrere
la linfa. L’aria è piena
di odori che mi rendono intrattabile.
La pressione è instabile ma per ora
il tempo pare regga.
In tutti i pori mi entra l’aria tiepida.

*

NOTA BIOGRAFICA

Sergio Pasquandrea è nato a San Severo (FG). Dai primi anni Novanta vive a Perugia, dove insegna Lettere in un liceo. Nel 2007 ha conseguito un dottorato in Linguistica presso l’Università di Pisa; dal 2007 al 2015 ha lavorato come ricercatore universitario nel campo della Sociolinguistica.

Ha pubblicato due plaquette e sei sillogi di poesia. Fra i titoli più recenti: Un posto per la buona stagione (Qudu, 2016), Approssimazioni e convergenze (Pietre Vive, 2017), Sono un deserto (Lietocolle, 2019), Lunario (Arcipelago Itaca, 2023). Nel 2022 è uscito, per Gattogrigio Editore, il quaderno di traduzioni poetiche L’officina metrica. La plaquette Topografia della solitudine. Diario newyorkese (Fara, 2010; Pietre Vive, 2018) è disponibile anche come audiolibro, con la voce di David Riondino e le musiche di Michele Marzulli.

Collabora come giornalista e critico musicale con il bimestrale “Jazzit” e con il blog letterario Carte Sensibili. Ha pubblicato nel 2014 il volume di racconti Volevo essere Bill Evans (Fara) e nel 2015 il saggio Breve storia del pianoforte jazz. Un racconto in bianco e in nero (Arcana). Di prossima uscita, per EDT, il saggio Brad Mehldau. Ritratto di un pianista eclettico, scritto in collaborazione con il pianista jazz Carlo Morena.

Per maggiori informazioni: https://guscidinoce.wordpress.com/mi-trovate-anche-qui/

10

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *