Lo stato dell’arte. Sergio Pasquandrea

Lo stato dell’arte, oggi? “Grande è la confusione sotto il cielo. La situazione è eccellente”.
Scherzi a parte, non saprei proprio tracciare un quadro della poesia contemporanea. La produzione è esorbitante, ma viaggia perlopiù sottotraccia: piccoli editori che nemmeno raggiungono le librerie, diffusione tramite internet… Un pulviscolo in cui non riesco a individuare aggregazioni significative e in cui il buono viene sommerso dal mediocre e dal pessimo.
Da una parte c’è la possibilità per chiunque di autopubblicarsi, e questa in astratto potrebbe anche essere una cosa positiva; dall’altra parte, il filtro degli editori non funziona più: si pubblica troppo, anche da parte dei grandi, e l’offerta è di molto superiore alla domanda. Solo in Italia ci sono migliaia di editori, che pubblicano decine di migliaia di titoli all’anno; di questi, almeno un migliaio sono di poesia. Quanto ci vorrebbe per leggere mille libri di poesia? Sorbendosene uno al giorno, ogni santo giorno, più o meno tre anni (ammesso che alla fine ne sia valsa la pena). Ma soprattutto, quanti sono i lettori di poesia? Molti meno dei poeti.
Ma forse è sempre stato così: ogni epoca è apparsa, a chi la vive, sovraffollata, caotica, priva di senso. Solo il tempo dirà quanto, del marasma attuale, sopravvivrà. Poco, presumo (e sono sicuro che i libretti da me pubblicati non passeranno la prova dei decenni, lasciamo perdere quella dei secoli).
Poi, certo, la poesia ha sempre qualcosa da dire, ma non sono sicuro che ci sia qualcuno interessato ad ascoltarla. Forse perché la quantità di “rumore” – in senso semiotico – è ormai talmente alta da disturbare la ricezione. O forse perché la poesia, che richiede tempo e pazienza, è assediata da altre forme di comunicazione, più rapide, accattivanti, seducenti.
I poeti, comunque, continueranno a scrivere come hanno sempre fatto, di questo sono sicuro. Scrivere è sempre stato come lanciare una bottiglia nell’oceano, senza sapere se troverà chi la apra e legga il messaggio.
Quanto al compito della poesia, non penso sia quello di indicare la strada. O meglio, può farlo per singole persone, ma non è il suo obiettivo precipuo. Poi di strade, oggi, ce ne sono tantissime, persino troppe: è il problema della nostra epoca, in cui gli stimoli si sono moltiplicati a dismisura.
Nemmeno penso che la poesia, l’arte, la letteratura debbano “risvegliare la speranza”, o che mai l’abbiano fatto. Ci sono grandi opere che la speranza l’ammazzano e non per questo sono meno grandi. L’arte può tutt’al più rivelare i sintomi della malattia, ma non le si può chiedere di essere essa stessa la cura.
“Spiragli di senso”, però, può offrirli. Del resto, se proprio devo trovare una funzione all’arte, è proprio quello di dare senso al nostro assurdo stare qui, gettati nel bel mezzo del tempo. L’ha sempre fatto, sin dai primordi dell’umanità, e spero che continui a farlo fin quando ci saranno uomini a questo mondo.

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