I racconti dell’età del jazz/trenta secondi di pura bellezza

billie-holiday

di Sergio Pasquandrea

Il jazz, si sa, è una musica di attimi. È fatto di illuminazioni fulminee, di bellezza che lampeggia e poi svanisce nel volgere di secondi, di frazioni di secondo.
Anche quando un brano dura magari dieci o quindici minuti, l’importante non è mai il prima o il dopo, ma l’ora, “here and now”. To be in the moment è una delle espressioni più usate dai musicisti per descrivere il perfetto stato mentale, quello indispensabile per creare grande musica.
E ci sono momenti, nel jazz, che sembrano condensare la bellezza in dosi quasi insopportabili: la prima nota dell’assolo di Miles Davis su So What, l’inizio del riff in fa minore di A Love Supreme, l’introduzione di Louis Armstrong su West End Blues.
È di uno di questi momenti che voglio parlarvi.

Era il 5 dicembre 1957 (la data “1944”, che si legge nel video di YouTube, è errata). Nel programma televisivo “The Sound of Jazz” si esibiva una band di giganti: Ben Webster, Lester Young, Gerry Mulligan, Roy Eldrige, Coleman Hawkins. Cantava Billie Holiday. Il pezzo era Fine and Mellow, uno dei rari blues del repertorio di Billie.
lesteryoungQuel giorno Lester Young stava male, non voleva nemmeno suonare. Billie, da parte sua, era ormai alla fine: non aveva più che un filo di voce, la sua arte si era consumata nell’alcool, nella droga, in una vita vissuta senza risparmiarsi niente. Pare anche che i due, una volta amici fraterni (qualcuno dice anche amanti), non si parlassero quasi più.
Eppure a un certo punto, dopo il tema e l’assolo di Ben Webster, Lester si alza, raggiunge il microfono e comincia a suonare ciondolando un po’. E fa uno degli assolo più belli della sua vita: sono poco più di trenta secondi, quattro o cinque frasette blues, semplicissime. Non credo siano più di una cinquantina di note, in tutto. Ma ognuna sembra spremuta dal midollo di un’intera esistenza passata tra il fumo dei locali e il fondo delle bottiglie, ognuna arriva leggermente in ritardo, come se non volesse lasciare lo strumento, cedere il passo alla successiva (il termine tecnico è “layback”, ma da solo dice poco o niente).
La cosa più bella, però, è la faccia di Billie. Appena Lester comincia a suonare, lei si volta e lo guarda, inclinando la testa, con una tenerezza da stringere il cuore: poi socchiude gli occhi e annuisce. Sì, sembra pensare, è sempre lui, è il vecchio Prez. Che cosa sarebbe il mondo, senza quel sax?
Poi ricomincia a cantare.
Giampiero Cane l’ha chiamato “il più bell’assolo muto della storia del jazz”.
A tutti e due restava poco da vivere, e forse lo sapevano. Lester Young avrebbe trascorso i suoi ultimi mesi chiuso in una stanza, sigillato in un mutismo autistico, senza più suonare, guardando il mondo che passava dietro i vetri, nutrendosi solo di whisky.
Morì il 15 marzo 1959. Billie lo seguì poco dopo: il 31 maggio fu ricoverata per una crisi epatica. Un poliziotto stazionava davanti alla sua camera, perché era sotto arresto per possesso di droga, per l’ennesima volta. Se ne andò il 17 luglio, sola. Aveva 70 centesimi sul conto in banca e addosso 750 dollari in contanti.
Due morti squallide. Eppure basterebbe solo quell’attimo, quei trenta secondi di bellezza abbagliante, a riscattarle di fronte all’eternità.
È tutta questione di attimi.

[youtube=http://www.youtube.com/watch?v=-I2a5AJUk7M&eurl=http%3A%2F%2F]

[NOTA: ho tratto lo spunto iniziale di questo pezzo dal bel libro di Giorgio Rimondi Il suono in figure. Pensare con la musica (Scuola di Cultura Contemporanea Mantova, 2008). Il capitolo “Musica da guardare” contiene molte stimolanti riflessioni sul rapporto tra il jazz e la sua immagine fotografica e cinematografica.]

Nelle foto: Billie Holiday e Lester Young.

6 pensieri su “I racconti dell’età del jazz/trenta secondi di pura bellezza

  1. Franco Seculin

    Mi fa piacere che ogni tanto si parli e si scriva di Jazz, il cui contenuto poetico, come in questo caso,a mio parere è indiscutibile.Billie e Prez…due mostri sacri di cui si dirà e si scriverà sempre.Complimenti a Sergio Pasquandrea per l’articolo.Franco

    Rispondi
  2. Jazz from Italy

    a volte non serve proprio parlare, e tantomeno soffiare miliardi di note, se quelle quattro che ti escono piano, leggere e delicate, nascono dal fondo del cuore.

    Allora il nostro breve tempo rallenta, e l’emozione ti fa comprendere tutto, ti fa annuire e sorridere pure davanti ad una vita di merda come quella che due grandi artisti come loro hanno più subìto, che scelto.

    E’ uno dei momenti più belli che porto nel cuore, e ti ringrazio piano, Sergio, per la tua sensibilità.

    In fondo, la bellezza è negli occhi di chi guarda.

    Rispondi
  3. enea

    Una volta si poteva parlare di improvvizazione jazz dalla soluzione fulminante in quanto, pochi erano i musicisti addetti al grande jazz e tanti quelli emarginati nei locali di periferia. Il mondo Bit (pop), quello Hippy poi (psichedellica) e tutti gli altri stili che si sono susseguiti, spazzarono via il jazz dei virtuosisti doppati, spazzati per molti e molti anni. I migliori si “bruciarono” nella competizione agonistica per uno straccio di successo posdadato, i tecno-jazz rimasti, fecero da supporto alle band di proprietà dei commercialisti della nuova musica emergente, quella dei grande magazzini e rock conceti. Con la capitalizzazione della Musica, anche il jazz d’Arte, tramontava definitivamente come tutto ciò che il capitale tocca. (vedi RE Mida)

    Oggi, a distanza di 100 anni dalla nascita del jazz, oggi che molti suonano uno strumento musicale, con tutti quei “copy” da rispettare, fare jazz innovativo è molto difficile e complicato. Nel jazz sono passati troppi campioni olimpici, al punto che, chi lo suona oggi, si sente mancare davanti alla frase retorica: “quello stile appartiene a?…” mmiiii

    Per i sassofonisti è un dramma perché non è rimasto più niente da inventare ma solo imitare, anche senza volerlo.
    I Giganti del jazz hanno lasciato poco o niente alle generazioni successive, ecco perché fu abbandonato per altri stili nuovi. Ultimamente il jazz è tornato un po in voga in quanto le condizioni politiche e sociali sono tornate come allora, tornando col passato anche il “proibizionismo” e la “depressione”.

    Oggi tutto è proibito, tutto è vietato.

    Si, più la società umana si fascistizza e più si gangsterizzia, e l’alcol, la coca, sono dopping importanti per supportarla e sopportarla. Il jazz è quella forma di espressione-reazione già collaudata, sottoponendo le nuove generazioni alla jazzterapia..

    Nel frattempo però sono nateanche formule jazz più leggere ed ascoltabili, musica da camera per piccoli borghesi inquilinizzati, contadini urbanizzati e top-teen siliconate, botolinizzate e lobotizzate dalle mode gay.

    I giovani musicisti di oggi, con davanti un firmamento di “stili musicali”, software automatici, strumenti perfetti ed economici, spartiti a iosa, watt in abbondanza, cd. ecc. aspettano invano che succeda qualcosa, qualcosa che porterà una nuova musica, un nuovo stile generazionale, ma nessuno nel frattempo riesce ad intuire come, dove, e quando, perché il pianeta nel frattempo si è omologato.

    enea
    che tromba con una YAMAHA d’argento

    (*@*) tada ta taaa!!

    Rispondi
  4. antonio lillo

    non so se è il più bello (non ho tutta questa esperienza) ma è davvero splendido… nessuno riesce a toccarti le corde del cuore come lester young… o perlomeno solo pochissimi ci riescono… però hai ragione, la cosa più bella è quello sguardo, tutto ciò che gira intorno e sopra e dentro la musica e il sentimento…

    Rispondi
  5. sergio pasquandrea

    Grazie a tutti per i commenti.
    Enea, il discorso che affronti è complicato e purtroppo ora non ho tempo di affrontarlo. Io spero sempre che qualcosa succeda nella musica, da qualche parte. Forse non si chiama più jazz (pazienza), e non somiglia a nient’altro, ma la creatività non si uccide.

    Rispondi
  6. Mario pandiani

    Certo che era il 1957, l’anno in cui sono nato.
    Credo che con la prima versione di loverman di bird, quell’assolo di Lester Young sia il raggiungimento del limite più puro del jazz, dove il musicista scompare insieme ad ogni criterio di valutazione, non c’è che smarrimento e suono interiore, null’altro, ogni sovrastruttura è stata dismessa, un cuore che pulsa, null’altro.
    E Billie Holiday non ascoltava altro, il suo sguardo è insieme laurea d’amore e complicità nel furto totale che lester compie al gotha dei saxofonisti presenti.
    Non smetterò mai di guardare quel video, mi toglie la parola e insieme ne potrei parlare all’infinito.
    Grazie di questi post.

    Rispondi

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *