
Don Mario mi ha insegnato che vivere equivale a credere, sperare e amare. Il resto è morte. Forse per questo il mondo sembra un cimitero. Ma dalla tomba si può uscire: ecco un altro segreto, spesso ignorato, di questa nostra storia.
Archivio mensile:Maggio 2024
Fabio Pusterla, Sinsigalli
Fabio Pusterla, Sinsigalli, Collana Ancilia, Nota di Giancarlo Pontiggia, pp. 60, puntoacapo Editrice 2024.
Una vena favolistica, che è il modo più libero e immaginativo di guardare al reale, è da sempre presente nella poesia di Fabio Pusterla, o meglio nel suo sguardo sul mondo: uno sguardo disincantato, non di rado civilmente engagé, conscio di una tragedia sempre aleggiante ma anche risoluto a resistere e a mostrare exempla liminosi con le armi dell’intelligenza, dell’equilibrio e della pietà; sempre alla ricerca dell’anello che non tiene, dello squarcio di bellezza, giustizia e verità in un mondo (in una cronaca, in una Storia) che ontologicamente tende ad annullarle, ma senza poterle del tutto sopprimere.
Doti, in fondo, che da sempre caratterizzano la poesia. Continua a leggere
Luigi Maria Corsanico legge Pier Paolo Pasolini. 12
L’esatto contrario
Marino Magliani, “Materiali onirici di un somarello marino”
Recensione di Giovanni Agnoloni
Marino Magliani, Materiali onirici di un somarello marino, Hopefulmonster Editore, 2024
Il nuovo romanzo di Marino Magliani – che chiamo consapevolmente così, e non romanzo breve o racconto lungo, come potrebbe sembrare – è stata una grande sorpresa. Materiali onirici di un somarello marino, appena uscito per Hopefulmonster nella collana “Pennisole”, diretta da Dario Voltolini, è un’opera che ribalta lo schema a cui ero abituato pensando alle opere di Magliani, ovvero l’osservazione del mare da parte di un uomo che vive a terra e si sposta lungo le coste, o al limite lo attraversa navigando. Tutta la produzione dello scrittore ligure residente in Olanda è infatti sospesa tra questi poli, oscillando tra il Ponente della sua regione, le dune delle spiagge nei pressi di IJmuiden, nei Paesi Bassi, e a volte l’Argentina o la Spagna, con l’orizzonte convesso del mare o dell’oceano a fare da costante interlocutore – tanto che a volte chiama confidenzialmente l’Atlantico “la pozzanghera”.
Qui no. Qui ci immergiamo direttamente nelle profondità del mare, fin nel cuore dei suoi fondali, per andare ad appuntarci nel punto di vista di una delle sue creature, una sorta di cavalluccio marino (in curiosa assonanza col nome dell’autore) che, stufo della solita vita e soprattutto desideroso di vedere “la pelle del mare”, ossia la superficie, con le prospettive di mondo che se ne spalancano, dopo essersi consultato con un altro membro della sua specie che racconta di aver fatto quel viaggio, parte anche lui per un’avventura che lo porterà dove non pensava. Continua a leggere
Edoardo Sant’Elia. Filosofia delle narrazioni contemporanee. Il Silenzio. 1

Duemila. La tribù delle storie
Il Silenzio 1. Smarrire cosa?
Il titolo è l’unica dichiarazione scritta, espressa in parole: Ho dimenticato l’ombrello. Il resto accade per immagini.
Immagini che si susseguono secondo una logica, forse. Ma che possono anche essere isolate ed osservate una alla volta, di là dalla sequenza con cui sono state impaginate. Si tratta di immagini evidenti e sfuggenti in egual misura. Riconosciamo luoghi e situazioni, oggetti e atteggiamenti familiari; eppure questa familiarità, questa evidenza, contiene e prevede l’assurdo, lo incorpora con naturalezza, come fosse una cosa scontata che non priva di senso la realtà ma, dislocando lo sguardo, la approfondisce con matura malizia, rendendola ancor più nostra. Continua a leggere
La svolta
Lo stato dell’arte. Lucia Triolo
Ringrazio F. Centofanti per avermi chiesto di rispondere a questi interrogativi, fornendomi così l’occasione di chiarire, anzitutto a me stessa, cosa penso dello stato dell’arte poetica:
IL GIALLO DEL “ROVETO ARDENTE”
“L’angelo del Signore gli apparve [a Mosè] in una fiamma di fuoco in mezzo a un roveto. Egli guardò ed ecco: il roveto ardeva nel fuoco, ma quel roveto non si consumava. Mosè pensò: “Voglio avvicinarmi a vedere questo grande spettacolo: perché il roveto non brucia?”” (1)
Mi piace trarre dalle suggestioni di cui è carico questo brano lo spunto per proporre la mia riflessione sulle questioni che concernono lo stato dell’arte poetica. Apparentare quest’ultima al roveto ardente e il poeta a Mosè e alla sua domanda (“perché il roveto non brucia?”), pur se azzardato, può servire, a mio avviso, a disegnare in qualche modo i contorni di una risposta non scontata.
Muovo, a torto o a ragione, da questa provocazione: come il roveto, può la poesia rappresentare il “grande spettacolo” di qualcosa che arde senza incenerirsi per colui che gli sta dinnanzi e, ne viene assorbito? Il qualcosa di sconcertante che già Celan denunciava nelle liriche di Osip Mandel’štam (2) può dirsi proprio della natura stessa della poesia? Continua a leggere
“sul petto dell’amore” il canto per il padre: nell’ora dell’aurora di Daìta Martinez
a cura di Pietro Romano
La memoria poetica come presidio del pensiero d’amore: la poesia trascorre in questo sostare e si restituisce al lettore in un vigore di dolcezza e grazia che risana ogni ferita. Il sospiro, la lontananza, il sogno, la preghiera, sono tutti elementi che mettono in scena il carattere atemporale della casa familiare, il cui tempo è quello del dire poetico, dell’interiorità.
nell’ora dell’aurora di Daìta Martinez (peQuod, 2024, collana Portosepolto, curata da Luca Pizzolitto) ha i caratteri dell’elegia amorosa, in un dialogo con il padre che non è figura dell’assenza, ma presenza che abita e ricostruisce volta per volta il respiro poetico. È la costruzione del verso il culmine dell’invocazione e della contemplazione, l’esercizio attraverso il quale mantenere intatte le “fondamenta della casa temporale”. E infatti, a tal proposito Elio Grasso scrive in prefazione: Continua a leggere
Cambiare
Sergio Daniele Donati, Amèn
IL VUOTO TRA LE PAROLE, NEL SILENZIO DELLA CREAZIONE
Per una lettura ermeneutica di AMÉN, di Sergio Daniele Donati, Il leggio libreria Editrice 2023 – Collana Radici.
Recensione di Daniela Stasi
Vorrei definire Sergio Daniele Donati come “L’Abitante dello spazio vuoto tra le lettere”: mutuandolo anche dal titolo di una preziosa rubrica mensile, curata dall’Autore, sul blog de le Parole di Fedro: tutto intessuto con i fili d’oro dei dialoghi poetici coi suoi Maestri. Continua a leggere
Lucerne nella luce, di Lucio Brandodoro
« venne all’improvviso come un respiro di violenza» [At 2,2]
« il frutto dello Spirito…è amore, gioia, pace…» [Gal 5,22]
« quando verrà lo Spirito di verità, egli vi guiderà alla verità tutta intera» [Gv 16,13]
Ho visto il grano quasi maturo. Quasi maturo per essere mietuto. Le spighe sono quasi formate e il loro colore è quasi giallo. Quasi.
Tutto in quel “quasi” è il tempo della Storia. In quel “quasi” il luogo dello Spirito. Continua a leggere
Lo stato dell’arte. Giancarlo Stoccoro
Uno psichiatra che da bambino sognava di diventare poeta
Sogno, poesia e follia sono accadimenti a cui abbiamo dato un nome, ma di cui sappiamo poco.
La follia, per alcuni, è ancora la sorella sfortunata della poesia, si perde nel bosco e vi rimane intrappolata, preda dei suoi fantasmi e di voci inesistenti.
Il sogno è un enigma spodestato del suo regno, senza inconscio è diventato il prodotto dell’attivazione irregolare di infaticabili neuroni, che anche di notte non smettono di lavorare.
Alla poesia resta l’abbaglio di pochi versi che nell’abisso scoprono la luce.
Sognatori, poeti e folli sono inadatti a vivere nel mondo, scomodi ospiti in casa propria, parlano una lingua che neppure loro riescono a decifrare. Continua a leggere
“Carte nel buio”, Michele Nigro
Perché questo titolo? Non si tratta di una raccolta sul Buio e sulla Luce, sulla lotta tra il Male e il Bene; non è una raccolta manichea. Carte nel buio perché ho tentato, seguendo un certo istinto di sopravvivenza, di portare luce innanzitutto nella mia oscurità che è poi l’oscurità nel mondo (del mondo), in questo nostro vagare che è “vita”. È un poetare contemporaneo che non fornisce sicurezze – seguendo il dettame fortiniano del “nulla è sicuro, ma scrivi!” -, non vuole e non può consolare, non è un facile balsamo confortante da distribuire durante le pubbliche letture come spesso accade in questi tristi tempi dominati dai guitti più che dai poeti. Si brancola nel buio accompagnati dalla sola certezza che grazie a qualche verso forse ci ricorderemo di noi stessi (o ci ricorderanno), di alcuni attimi senza cronaca lasciati indietro nel passato e destinati all’oblio; tutt’intorno a quelle carte, il nulla, la dimenticanza, l’irrilevanza. Continua a leggere
Vicinanza
Lo stato dell’arte. Daniela Pericone

Si sa che la poesia è una forma espressiva priva di un fine o di un utile economico, e pertanto non stupisce che nel sistema sociale e culturale occupi uno spazio del tutto marginale. Tuttavia la marginalità può rivelarsi un vantaggio, se consente di percorrere strade di libertà. «Poesia significa in primo luogo libertà. Libertà e disobbedienza di fronte a ogni forma di sopraffazione o di annullamento della persona; di fronte a ogni forma di irreggimentazione o, peggio, di massificazione»: è il pensiero di Giorgio Caproni.
La parola poetica oltrepassa il senso della comunicazione quotidiana. In tale prospettiva può essere rivoluzionaria, perché è affrancata dai luoghi comuni del pensiero di massa. Eppure oggi assistiamo al progressivo adeguamento di una parte crescente della comunità poetica a uno standard di linguaggio piatto e incolore. Bisognerebbe ricordare che la poesia è il luogo elettivo dell’invenzione: chi scrive dovrebbe muoversi in direzione contraria a quelle forze che spingono ad abbassare e uniformare il linguaggio al livello minimo della comunicazione di servizio. «La resistenza ai cliché è ciò che distingue l’arte dalla vita», scrive Iosif Brodskij.
La funzione del poeta è strettamente connessa al lavoro sul linguaggio, che è alla base di ogni relazione umana. La poesia è la più alta espressione della creatività in campo linguistico, tanto da rispecchiare il livello evolutivo di una determinata cultura. L’etica del poeta perciò consiste nell’operare con rigore e accuratezza sullo strumento linguistico. Il suo lavoro contribuisce a modificare la realtà nella misura in cui stimola la riflessione, amplia le conoscenze, moltiplica le prospettive e i punti di vista. Sono questi sommovimenti che agiscono sulle coscienze, e che nel lungo periodo possono influire sul sentire collettivo.
Occorrono disciplina, pazienza, dedizione. Ma occorre soprattutto andare oltre il contingente quotidiano, sollevare lo sguardo verso l’alto e al contempo spingerlo in profondità, per restituire valore al sentimento di appartenenza alla comunità umana.
Augusto Pivanti, Confluenze
Versi, amicizie, labirinti
La poesia è per Augusto Pivanti un’estensione dell’empatia umana e della possibilità di relazionarsi agli altri, agli eventi e alle forme del mondo. Per questo sono importanti gli incontri. Per questo è importante il “fare”, per Pivanti, che è dialogare con altre opere e altri poeti mentre scrivono i loro libri, mentre stanno ancora vangando o compattando l’aiuola del loro raccolto di parole. E per questo è importante il tempo. E sono decisivi i mutamenti nel tempo che portano da un esordio di quasi ingenua scoperta della poesia e del suo elementare incanto (incantevolmente ingenuo quell’apostrofo in Nostalgia d’alberi, 2005) fino alla necessità più complessa e ossessa del disincanto. Un disincanto che – va detto – mantiene saldi i confini di un’etica del bene, a tutti i costi contro il male, anche quando il male annichila con la sua potenza. Ma pur sempre matura una distanza, formatasi con la vita e l’esperienza, da quelle prime poesie, dove l’espressione è aperta, segue una cadenza quasi naturale nella grammatica del verso, cerca di dare forma a un sentimento: “Oltre la soglia / ti vedrò ancora. / Nulla sarà perduto / nell’appartenerci, ora / senza nome”. Si noti come la sequenza di vocali equilibrante “oltre… ancora… ora… nome” quasi nasconda la rima in “ora” e la renda meno ovvia, segnando un andamento quasi atteso delle sonorità del testo. Cinque anni dopo in Orchestra, poeti all’opera 3, 2010), in antologia, leggiamo: “Vive nel gioco liberato alle sintassi l’essere / stratificato dei vocabolari aperti insieme, / la coclea indirizzante d’un linguaggio / masticato nell’omaso di virgole a rovescio”. Continua a leggere
C’è una poesia più adatta a questo tempo?
Frammenti di Cinema # 76

Chi è Frankenstein? La creatura o lo scienziato? È facile fare confusione. Ci avete mai fatto caso? Il rimando di Poor Things (2023) di Yorgos Lanthimos è chiaro. Tuttavia, questa singolare sineddoche non si ripete. Lo spettatore non fa confusione tra l’artefice (Willem Da Foe) e la creatura (Emma Stones). In questo caso accade una novità. La creatura si trasmuta in creatore di un’altra. Anzi, sarebbe meglio dire che la vittima prende il posto del carnefice. Con questa lettura il tema del percorso di autocoscienza di genere acquista, a dire il vero, un tono pessimista e cinico. Infatti, più che al processo sessuale, è a quello creativo che bisognerebbe fare attenzione. Non mi sembra, infatti, casuale un altro richiamo, quello agli autoritratti interiori di Frida Kahlo.
Lo stato dell’arte. Giovanni Nuscis

Ritengo che la poesia possa dire ancora molto, perché molte sono le voci, le sensibilità, i temi e i registri che essa può esprimere; per ragioni diverse, motivando così a leggerla. Poesie acute e ironiche come quelle di Patrizia Cavalli, o lievi, giocose, di pura grazia come quelle di Vivian Lamarque, o quelle calate nel mistero della vita (Emily Dickinson), o nell’immane tragedia della Shoah e nell’oscurità del dolore (Paul Celan); oppure quelle etiche, che alludono a una società disumana e ingiusta (David Maria Turoldo, Pier Paolo Pasolini). Per fare qualche esempio. Poesie, le anzidette e molte altre, classiche o recenti, che continuano ad attirare lettori anche se con numeri non paragonabili a quelli della narrativa, e, ancor meno, a quelli dei fruitori di altre arti. Continua a leggere








