Ringrazio F. Centofanti per avermi chiesto di rispondere a questi interrogativi, fornendomi così l’occasione di chiarire, anzitutto a me stessa, cosa penso dello stato dell’arte poetica:
IL GIALLO DEL “ROVETO ARDENTE”
“L’angelo del Signore gli apparve [a Mosè] in una fiamma di fuoco in mezzo a un roveto. Egli guardò ed ecco: il roveto ardeva nel fuoco, ma quel roveto non si consumava. Mosè pensò: “Voglio avvicinarmi a vedere questo grande spettacolo: perché il roveto non brucia?”” (1)
Mi piace trarre dalle suggestioni di cui è carico questo brano lo spunto per proporre la mia riflessione sulle questioni che concernono lo stato dell’arte poetica. Apparentare quest’ultima al roveto ardente e il poeta a Mosè e alla sua domanda (“perché il roveto non brucia?”), pur se azzardato, può servire, a mio avviso, a disegnare in qualche modo i contorni di una risposta non scontata.
Muovo, a torto o a ragione, da questa provocazione: come il roveto, può la poesia rappresentare il “grande spettacolo” di qualcosa che arde senza incenerirsi per colui che gli sta dinnanzi e, ne viene assorbito? Il qualcosa di sconcertante che già Celan denunciava nelle liriche di Osip Mandel’štam (2) può dirsi proprio della natura stessa della poesia? Continua a leggere



