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Lo stato dell’arte. Lucia Triolo

Ringrazio F. Centofanti per avermi chiesto di rispondere a questi interrogativi, fornendomi così l’occasione di chiarire, anzitutto a me stessa, cosa penso dello stato dell’arte poetica:

IL GIALLO DEL “ROVETO ARDENTE”
                                         

L’angelo del Signore gli apparve [a Mosè] in una fiamma di fuoco in mezzo a un roveto. Egli guardò ed ecco: il roveto ardeva nel fuoco, ma quel roveto non si consumava.  Mosè pensò: “Voglio avvicinarmi a vedere questo grande spettacolo: perché il roveto non brucia?”” (1)
Mi piace trarre dalle suggestioni di cui è carico questo brano lo spunto per proporre la mia riflessione sulle questioni che concernono lo stato dell’arte poetica. Apparentare quest’ultima al roveto ardente e il poeta a Mosè e alla sua domanda (“perché il roveto non brucia?”), pur se azzardato, può servire, a mio avviso, a disegnare in qualche modo i contorni di una risposta non scontata.
Muovo, a torto o a ragione, da questa provocazione: come il roveto, può la poesia rappresentare il “grande spettacolo” di qualcosa che arde senza incenerirsi per colui che gli sta dinnanzi e, ne viene assorbito?  Il qualcosa di sconcertante che già Celan denunciava nelle liriche di Osip Mandel’štam (2) può dirsi proprio della natura stessa della poesia? Continua a leggere

La parola ai poeti. Lucia Triolo

 

 

La poesia non è affare per persone dabbene

La spinta all’esperienza poetica è, a mio avviso, frutto di un trauma, di una ferita. Parlo di trauma, di ferita, per indicare non tanto un evento doloroso quanto l’irruzione di “qualcosa di sorprendente” che sconvolge un ordine, un sistema di regole e certezze acquisite ed espone a una condizione di squilibrio e di precarietà. Un trauma fa avvertire il lato debole, rende sensibile ad esso; rende precari|. Ci si accosta alla poesia sempre feriti. Questo è, a mio avviso, il punto di partenza che essa offre. Così la poesia non può mai essere affare per persone dabbene. Rifugge ogni pensiero edulcorato dell’esistere sia intimo, personale che sociale e pubblico. Come un cavaliere medioevale, chi scrive va, lancia in resta, all’attacco ma nudo, senza corazza, facendosi scudo soltanto con la propria ferita. Ciò lo mette in una condizione scomoda. Non so se possa valere in generale, ma in campo poetico chi scrive non è depositario dell’identità del proprio “se”, né di una qualche verità  ultima che lo riguardi. La poesia non cammina su tacchi a spillo o dentro morbidi stivali. Perché è essa stessa, a sua volta, un evento che capovolge, mettendo chi la pratica a testa sotto e a piedi in aria. Continua a leggere