La poesia non è affare per persone dabbene
La spinta all’esperienza poetica è, a mio avviso, frutto di un trauma, di una ferita. Parlo di trauma, di ferita, per indicare non tanto un evento doloroso quanto l’irruzione di “qualcosa di sorprendente” che sconvolge un ordine, un sistema di regole e certezze acquisite ed espone a una condizione di squilibrio e di precarietà. Un trauma fa avvertire il lato debole, rende sensibile ad esso; rende precari|. Ci si accosta alla poesia sempre feriti. Questo è, a mio avviso, il punto di partenza che essa offre. Così la poesia non può mai essere affare per persone dabbene. Rifugge ogni pensiero edulcorato dell’esistere sia intimo, personale che sociale e pubblico. Come un cavaliere medioevale, chi scrive va, lancia in resta, all’attacco ma nudo, senza corazza, facendosi scudo soltanto con la propria ferita. Ciò lo mette in una condizione scomoda. Non so se possa valere in generale, ma in campo poetico chi scrive non è depositario dell’identità del proprio “se”, né di una qualche verità ultima che lo riguardi. La poesia non cammina su tacchi a spillo o dentro morbidi stivali. Perché è essa stessa, a sua volta, un evento che capovolge, mettendo chi la pratica a testa sotto e a piedi in aria.
A voler sfruttare l’immagine molto evocativa e provocatoria dei “Libri Unici” della Casa Editrice Adelphi, si può dire che si scrive perché ci è “accaduto qualcosa e quel qualcosa ha finito per depositarsi in uno scritto”. Questo è certo. Meno chiaro, non di rado, è cosa sia accaduto né quando. L’irruzione del qualcosa di sorprendente da cui scaturisce lo sguardo poetico coglie come una lama di luce e folgora, taglia, abbaglia. In una parola fa balbettare. Forse il verso è solo il balbettio di risposta alla lama. E forse per questo è così difficile parlarne. Si può solo alludervi, senza riuscire mai ad afferrarne e misurarne in pieno portata e spessore; senza riuscire mai a racchiuderla in una definizione. Non c’è nulla di precostituito o scontato nella tensione allusiva alla parola che così si produce. C’è qualcosa di “sfuggente” in essa che deve rimanere tale.
La luce non la puoi fermare
Un’urgenza presiede la scrittura poetica: quella di guardare da un’angolazione diversa tutto ciò che chieda di essere “visto”, “sentito” ad un qualunque livello, per essere ”detto”. Tutto ciò che richieda uno sguardo idoneo a far nascere la parola, a far segno. Dispersi come siamo nei nostri giorni, nei nostri anni, tra la gente, tra le mille inutili cose da fare, irriducibilmente dispersi, soprattutto, entro noi stessi, ciò che si cerca nella parola poetica è, per così dire un punto fermo e tuttavia sempre spostabile. Una sorta di messa a fuoco sulla realtà. Come se l’occhio muovendo da una fessura, da una feritoia (forse, ancora la ferita), assottigliasse, facesse acuto lo sguardo, assoggettandolo maggiormente al potere di novità, di sorpresa delle cose che ci si fanno incontro. Per uno strano gioco ottico, la ferit(oi)a può anche diventare un cannocchiale che ingrandisce la scena e nello stesso tempo la approfondisce.
Ed è proprio questo tipo di sguardo a corteggiare il mistero. Almeno se è vero che mistero ha “la stessa radice di ‘miope’ – che serra gli occhi per guardare” ( Sivia Bre, “Mistero” Vallecchi 2022 p. 7),
Non collego lo spirito poetico ad alcun compito etico, non ritengo che esso si offra come una “lettura edificante” o uno “sfogo emotivo”. Non credo in realtà che abbia un compito. Meno che mai, poi, quello di trasformare la realtà o di darne conto. Non perché volga il suo sguardo fuori dall’orizzonte delle vicende umane. Ciò sarebbe impossibile. Il poeta non è un personaggio fuori della realtà di tutti. Ma perché abita questa realtà in un modo che gli è peculiare, perché attinge ad una sfera diversa da quella che si mostra in superficie. Quanto questa sfera sia profonda dipende dalla capacità dello sguardo di squarciare l’apparenza, dall’intensità quindi della lama di luce. Preferisco parlare in proposito di testimonianza: il poeta non scrive per “stare meglio”; è un testimone della realtà anche se la sua testimonianza si sottrae programmaticamente alla dicotomia vero/falso. Lo spirito di meraviglia che presiede e gestisce l’avventura poetica è destinato a nascere di volta in volta. La meraviglia si oppone all’assuefazione. Specie quella del poeta.
La testimonianza poetica è piuttosto un rischio, una provocazione per chi scrive e per chi legge: non c’è nulla infatti, per chi sa guardare, di cui non si possa “dire”; nulla dell’esperienza umana (anche la più atroce) che non sia degno di acquistare risonanza nella parola. Lo sguardo ferito che si proietta oltre, infatti, non sceglie ciò che vede né vede qualcosa che ha scelto ma si trova a darne conto, con tutta la responsabilità che questo comporta.
Ciò che si crea così, di volta in volta, nella poesia, è il gesto di dare (un certo tipo di) realtà a ciò che non ha accesso alla mia personale realtà di carne: dare un corpo di voce e di parola a ciò che non ha corpo di carne: attribuire quindi un corso di azione più o meno incisivo ad un insieme di segni linguistici, grafici. Ritornando al paradigma dei “libri unici”, ogni poesia è come un “residuo” nel senso che è sempre un’esperienza unica nel suo genere. Per questo sono molto felice se qualcuno mi dice che quando scrivo è come se scrivessi per la prima volta.
Pur non essendo un “uomo di mondo”, il poeta è però un uomo nel mondo e del mondo. Nella sua qualità di testimonianza la scrittura poetica ha senso solo se è destinata a incontrare qualcuno: nei miei testi cerco l’altro e mi cerco in lui; la poesia come “visione del mondo” non va tanto letta o scritta quanto abitata. L’efficacia della testimonianza poetica si sostanzia nell’abitare la poesia, nello starvi dentro insieme agli altri testimoni. Anche quando parlano di me, i miei testi, sono frecce dirette ad un interlocutore nell’incontro col quale il dire acquista senso. Sono consegne di qualcosa che ho ricevuto da un altro e del quale sono diventato erede. La poesia è questione di eredità, la sua scrittura non nasce da zero, ma si inserisce in un lascito, in una traditio: in poesia si scrive solo a ridosso della parola di qualcun altro. Inserendosi nel cono di luce che viene dalla sua ferita.
La luce non la puoi firmare.
***
non attesa
rivestita di cose friabili
verrò un giorno
nella mia città
nelle angosce che
danno assedio al cielo
verrò da fuorilegge
forse sarà lì che
mi incontrerò
o forse no
due storie che non
coincidono
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Non ho mai saputo dare nome
alle cose
di ogni identità ho imparato
a fare a meno
maschere nomi immagini corpi
ho lasciato divorarsi l’un l’altro
e il telefono che non suona
dentro la mano
nel punto in cui dritto e rovescio
si con-fondevano
(girandola che sprizza e mi resiste)
non ho mai saputo pensare
un al di là e un al di qua
e impugnare gli estremi
per riunire o separare
eppure ho conosciuto albe e tramonti
e il nulla che mi ridà una piccola porzione
del dormire
Ho da indossare il mondo.
Il balzo originario
ancora attende



che significa “essere dabbene” se non vizi privati e pubbliche virtù? Il vero poeta (e ce ne son pochi) tende a spaccare le teche in vetro della letteratura, che custodisce tante farfalle, alcune bellissime, immobili fissate con gli spilli
concordo pienamente, aggiungo alla tua nota che c’è un aspetto positivo del “non essere per persone dabbene” da parte della poesia: il fatto che la poesia è sempre interiormente (mai “privatamente “) sfrenata. Molto bella e molto azzeccata la tua immagine delle teche in vetro con farfalle