Lo stato dell’arte. Lucia Triolo

Ringrazio F. Centofanti per avermi chiesto di rispondere a questi interrogativi, fornendomi così l’occasione di chiarire, anzitutto a me stessa, cosa penso dello stato dell’arte poetica:

IL GIALLO DEL “ROVETO ARDENTE”
                                         

L’angelo del Signore gli apparve [a Mosè] in una fiamma di fuoco in mezzo a un roveto. Egli guardò ed ecco: il roveto ardeva nel fuoco, ma quel roveto non si consumava.  Mosè pensò: “Voglio avvicinarmi a vedere questo grande spettacolo: perché il roveto non brucia?”” (1)
Mi piace trarre dalle suggestioni di cui è carico questo brano lo spunto per proporre la mia riflessione sulle questioni che concernono lo stato dell’arte poetica. Apparentare quest’ultima al roveto ardente e il poeta a Mosè e alla sua domanda (“perché il roveto non brucia?”), pur se azzardato, può servire, a mio avviso, a disegnare in qualche modo i contorni di una risposta non scontata.
Muovo, a torto o a ragione, da questa provocazione: come il roveto, può la poesia rappresentare il “grande spettacolo” di qualcosa che arde senza incenerirsi per colui che gli sta dinnanzi e, ne viene assorbito?  Il qualcosa di sconcertante che già Celan denunciava nelle liriche di Osip Mandel’štam (2) può dirsi proprio della natura stessa della poesia?

 

1) Qual è lo stato dellarte? Qualcosa accade

La domanda sullo stato dell’arte poetica, che si frantuma in diverse altre non è solo di oggi, fa parte della storia della poesia. Si è posta però in modo particolarmente pressante e sofferto in un passato recente. Tra le diverse risposte, due le più note e provocatorie
La prima è quella, fin troppo celebre, di Adorno: Scrivere una poesia dopo Auschwitz è un atto barbarico  aveva detto il filosofo alla fine della seconda guerra mondiale. Lo scandalo dell’infamia nazista e dell’olocausto, in base a questo anatema, avrebbe trasformato  in “atto barbarico” il gesto di chi scrive poesie. Un fatto storico tragico ed efferato ne ostacola, anzi non può che impedirne il nascere: dopo di esso ma dinnanzi ad esso, come dinnanzi ad una sua propria ferita mortale, la poesia non ha altra possibilità che il silenzio e l’assenza.
Da quel periodo in poi, il “dopo Auschwitz”, per dir così, insegue il verso, ne insidia il senso e la legittimità ad esistere. Per la poesia si tratta di una conseguenza: qualcosa accade in termini talmente tragici e spaventosi da trasformare di conseguenza l’atto poetico in “atto barbarico”. Ad accadere è un fatto e quindi non può essere cancellato! Come indica Adorno, esso insidia chi scrive, insidia il poeta che ne muore. E penso a Primo Levi, allo stesso Celan, a Inge Mayer Muller e a tanti altri che come loro, dopo Auschwitz, non hanno mai superato Auschwitz. La poesia non ha altro da dire, non ha nulla da aggiungere all’evento: il roveto si consuma in cenere.
La seconda risposta condivide con la prima l’accadere di un evento tragico. Ma al contrario di essa non pone la poesia dopo il qualcosa che accade, ma dentro quell’accadere, mentre cioè l’evento si compie. Fa di essa un compagno di avventura nella sventura, un’occasione di profonda riflessione su se stessi e sul mondo che ci circonda. Basti qui ricordare a mo’ d’esempio l’interrogativo: “Chi sono?” che travaglia Bonheffer durante la prigionia in campo di concentramento (3). Ma anche i celeberrimi Fogli D’Ipnos di Char.
Lo spostamento dell’ottica di considerazione dal dopo al dentro il “qualcosa accade” è ancora più esplicito in Herta Muller: “…nel cammino verso il nascondiglio, al ritmo dei miei passi, mi recitavo poesie che altri avevano scritto. Mi portavo queste poesie ovunque. Esse mi accompagnavano. Me le cucivo, senza filo, talmente sulla mia misura, che dovevo loro qualcosa (4). La dittatura tragica e terribile di Ceaucescu è l’evento, il “qualcosa accade” cui l’autrice si riferisce; la Müller interviene nel racconto, non soltanto come interlocutrice delle liriche (non sue) cui fa riferimento, ma anche come persona che lo vive, lo racconta; che “usa” (sua è invece l’espressione) a tal fine la poesia, come strumento per resistere all’infamia. In questo contesto, la poesia arde come il roveto: quasi un’urgenza estrema è accostarsi ad essa. La poesia ha molto da dire: il roveto non si consuma.
Muovendo dalla condizione difficilmente confutabile che a fare da premessa allo sguardo poetico sia la constatazione che qualcosa accade, si possono allora tracciare le linee di due prospettive diverse ed antitetiche. Entrambe sono accomunate dalla consapevolezza del carattere irrimediabilmente tragico dell’evento e della ferita indelebile che scava nella condizione umana. A fronte di questa consapevolezza, però, la prima chiede con forza l’assentarsi della poesia. La seconda, con altrettanta forza, chiede la presenza di poesia.
Penso possa essere sintetizzato in questi termini ciò che determina lo stato dell’arte poetica. 

2) La poesia ha ancora qualcosa da dire? Il giallo del roveto ardente

La domanda trova alimento da un timore e da una speranza. Il timore è che, a causa di quel che accade, in poesia non ci sia più nulla da dire, la speranza è che invece non sia ancora così. Il giallo del roveto ardente prende corpo a questo punto: il roveto è, una buona volta, ridotto in cenere o continua a non consumarsi? E di Mosè, che ne è stato; dove è andato a finire?
Decidere, in realtà, che non è il caso di stare in pensiero per lui non è difficile. Basta osservare che “aver qualcosa da dire” chiama in causa la presenza di un interlocutore: un “chi” cui “dire”, un Mosè insomma cui rivolgersi. Dal cilindro del cappello Mosè spunta subito: il pensiero va a lui come all’interlocutore ideale del roveto: in fondo il roveto è lì proprio perché lui lo veda e si avvicini incuriosito.
Già, ma c’è ancora Mosè, chi ne impersona il ruolo?
Accostata al ”qualcosa accade” la risposta è scontata: dentro l’evento, la parola poetica ha un legame inscindibile con chi la pronuncia. C’è una singolare consonanza al riguardo tra P. Celan e H. Müller. Legato come appare all’hic et nunc  dell’accadere e non potendo prescindervi, per il primo nel linguaggio poetico é “all’opera”  “…soltanto un io che parla dal particolare angolo di incidenza della propria vita e che ricerca una delimitazione, un orientamento. La realtà non è, la realtà va cercata e conquistata”(5). Per la seconda, i “…testi sono palesemente inscindibili dalla vita dei loro autori. Indicano questa vita come unico presupposto di se stessi, ciò che è stato vissuto personalmente lo rendono testo letterario per mezzo dell’intensità. Il testo letterario non affianca la possibilità di comprovare la realtà storica. Da solo, per mezzo del dettaglio dei sensi, riesce a conquistare a forza l’immaginabilità dell’insieme. Stabilisce ciò che cattura l’attenzione personale, l’opinione del singolo sulla storiografia, che rimane inaccessibile alla condivisione della singola sventura. Il singolo come caso esemplare per migliaia di eventi é e rimane irrinunciabile” (6) .
Se ora proviamo a considerare la parola poetica dopo l’evento (qualunque esso sia) ma sempre dinnanzi ad esso, la paura di produrre barbarie che conduce al silenzio rischia di diventare una fenomeno di complicità: puoi eliminare la poesia, puoi far si che essa non dica nulla di ciò che accade ma non puoi eliminare l’evento. Il silenzio, la sua non-denuncia nel linguaggio poetico favorisce quella perdita di memoria, legata al vissuto personale ed emotivo di un soggetto e alla sua pelle viva, che il lavoro della storiografia non potrà mai per intero preservare. “le poesie sono progetti esistenziali: il poeta vi modella la sua vita” (7). Si pensi, per andare subito ai nostri giorni, come la poesia affronti di petto il problema della violenza sulle donne e anche il tragico riapparire  della guerra nell’ occidente europeo.
Ne viene che é abbastanza conseguente rispondere all’interrogativo da cui abbiamo preso le mosse: la poesia ha ancora qualcosa da dire.? Certo! La poesia ha sempre qualcosa da dire perché il suo modo di raccontare non assomiglia a nessuno degli altri modi possibili nella letteratura e nella storia. La lingua poetica trasmette un sentimento della realtà che non ha eguali e che è irrinunciabile. Il qualcosa accade deve, come il roveto ardente, trovare il suo Mosè. Qualcuno deve darne notizia, pena la complicità con l’accadere le cui conseguenze potrebbero essere di inimmaginabile portata.
Il racconto che ne scaturisce ha due interlocutori: la forza di ciò che è accaduto e gli occhi, la parola di chi lha visto accadere. La forza si impone allo sguardo della parola. E a queste condizioni acquista universalità, quell’universalità propria della vera poesia: quel che accade, di qualunque cosa si tratti, non accade solo per chi ne fa esperienza diretta, ma anche per tutti quelli che non lhanno vissuta in prima persona e la vedono raccontata dentro l’emozione poetica. In questo senso, come sentimento della realtà, la poesia è testimonianza, in questo senso è dono. Pensare diversamente significherebbe rompere un sodalizio che riguarda lumanità: “Il singolo come caso esemplare per migliaia di eventi è e rimane irrinunciabile”, si è detto.

3) È uno strumento che aiuta a ritrovare la strada? C’è ancora una strada? I sentieri sospesi

Il nodo più urgente e conclusivo della questione é sintetizzato in questi due interrogativi ulteriori. Ci si imbatte in una sorta di sfida: quella di doversi arrendere dinnanzi ad una risposta negativa, di dover ammettere una situazione di sbandamento senza rimedio, un collasso totale del senso dinnanzi a quelli che appaiono essere i consumi culturali del momento.
Ed in effetti, è inutile tergiversare. Una strada non c’è! Ci troviamo indubbiamente come davanti ad un binario: in una delle due rotaie si ripresenta lo spettro di una guerra atroce e senza confini, una guerra ultima ormai alle porte; nell’altro il nulla di un individualismo consumista accanito, incapace di responsabilità e capace solo del proprio vuoto di senso.
Ma la partita è davvero persa dinnanzi allo sfacelo?

“Nel mezzo del cammin di nostra vita
Mi ritrovai per una selva oscura,
Che la diritta via era smarrita.”

Scomodare la Divina Commedia per rispondere non è esercizio di retorica, ma uso del discorso poetico secondo le coordinate delineate. La situazione così come la descrive Dante, infatti, sembra proprio anticipare le domande dell’ hic et nunc. Ieri qualcosa è accaduto a lui, come oggi accade a noi. Quella descritta è una situazione esistenziale. Poiché mi pare assai poco probabile che Dante pensasse ad un’autostrada quando parlava di “diritta via smarrita”, il problema di individuare dove mettere i piedi dentro la “selva oscura” resta. Nella profonda oscurità non ci si orienta, non si scorge che il buio, non c’è una traccia, nessuna segnaletica stradale.
Ma la via che non c’è, può essere tracciata. In fondo, chi di noi non è consapevole che la strada si fa iniziando a muoversi? Nessuna garanzia su dove porterà l’andare avanti. Solo inoltrarsi, con tutti i pericoli che questo comporta. Ognuno di noi ha il compito di fare un cammino e di appropriarsene perché il percorso non si fa per caso. C’è una responsabilità da prendere sulle spalle non solo e non tanto per se stessi, quanto anche nei confronti degli altri. Nella selva oscura ci si incammina per sentieri che a un certo punto si dileguano, svaniscono sotto le nostre scarpe: si va per sentieri sospesi camminando sulle proprie gambe. Per non perderli di vista, per ricostruire la strada, a venirci in aiuto, come nella favola, è il trucco di Pollicino che semina sassolini lungo le orme lasciate dalle sue scarpe, e così, a poco a poco, passo dopo passo, traccia la via. Quei sassolini sono le poesie. Non per nulla per farsi aiutare, Dante, che la sapeva lunga, chiama in causa Virgilio, un altro poeta.
Da poeta, Celan insegna
“Le poesie sono… in cammino: esse hanno una meta.
Quale? Qualcosa di accessibile, di acquisibile forse un tu, o una realtà, aperti al dialogo…
Sono i tentativi di chi, … s’ accosta con la propria esistenza alla lingua, ferito di realtà e realtà cercando”(8)

 

4) La poesia, larte, la letteratura, aspirano a risvegliare la speranza in un presente migliore? Il sarto di Ulm

Essermela cavata per il rotto della cuffia muovendo per sentieri sospesi tra Dante e Pollicino, tra la Commedia e la favola, mi consente ora di affrontare l’ultimo quesito semplicemente sfiorando una risposta. Certo, la poesia, l’arte, la letteratura aspirano a risvegliare quella speranza. Ma il presente è quel che è, non è migliore, non è peggiore. Che poi esse riescano ad additare ancora una speranza con un contenuto plausibile, esportabile oltre l’esperienza poetica, non è detto. E’ importante però che senza travestire, edulcorare, tradire i confini dell’hic et nunc riescano a legarne la durezza a un senso di speranza. E’ in questo che ne colgo. in una direzione un po’ diversa da quella di Celan, l’essenza sconcertante. 

<<"Vescovo, so volare”, il sarto disse al vescovo. "Guarda come si fa!" E salì, con arnesi che parevano ali, sopra la grande, grande cattedrale. Il vescovo andò innanzi. "Non sono che bugie, non è un uccello, l'uomo: mai l'uomo volerà", disse del sarto il vescovo. "Il sarto è morto", disse al vescovo la gente. "Era proprio pazzia. Le ali si son rotte e lui sta là, schiantato sui duri, duri selci del sagrato”. "Che le campani suonino. Erano solo bugie. Non è un uccello, l'uomo: mai l'uomo volerà", disse alla gente il vescovo.>>(9)
Dove non vola l’uomo, però, vola la sua poesia.

Note

1)  Esodo, 3
2) Dichiara Celan a proposito delle poesie contenute nel volume La pietra di Osip Mandel’štam: “Queste poesie,…, hanno spessore, si vorrebbe esserne l’autore,…, eppure -queste poesie sconcertano”. P. Celan, "La poesia di Osip Mandel’štam", ora in P. Celan, La verità della poesia, 2008, p. 47.
3) Cfr. D. Bonhoeffer: “Chi sono?”. ora in D. Bonhoeffer: Un cristianesimo non religioso, 2005, p.183.
4) H. Müller, In trappola, 2010, p. 36
5) P. Celan, “Risposta a un questionario della libreria Clinker”, in op. cit. p. 38
6) H. Müller, op, cit. pp.19/20.
7) P. Celan,  “La poesia di Osip Mandel’štam”, in op. cit. p. 56.
8) P. Celan, “Allocuzione al premio letterario Brema”, in op. cit., p.36
9) B. Brecht, “Il sarto di Ulm”

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