“sul petto dell’amore” il canto per il padre: nell’ora dell’aurora di Daìta Martinez

[foto di Luca Pizzolitto]

a cura di Pietro Romano

La memoria poetica come presidio del pensiero d’amore: la poesia trascorre in questo sostare e si restituisce al lettore in un vigore di dolcezza e grazia che risana ogni ferita. Il sospiro, la lontananza, il sogno, la preghiera, sono tutti elementi che mettono in scena il carattere atemporale della casa familiare, il cui tempo è quello del dire poetico, dell’interiorità. 

nell’ora dell’aurora di Daìta Martinez (peQuod, 2024, collana Portosepolto, curata da Luca Pizzolitto) ha i caratteri dell’elegia amorosa, in un dialogo con il padre che non è figura dell’assenza, ma presenza che abita e ricostruisce volta per volta il respiro poetico. È la costruzione del verso il culmine dell’invocazione e della contemplazione, l’esercizio attraverso il quale mantenere intatte le “fondamenta della casa temporale”. E infatti, a tal proposito Elio Grasso scrive in prefazione: 

La poesia rincorre complessità e contiguità, sperimenta le multiformi versioni della vita, idealmente è capace di sottrarsi al bagliore eterno della morte. Di contro l’umano fallisce dubitando di ogni cosa, teme di non trovare stili sufficienti a capire il mondo, ma gli stili concernono imitazione e dunque spinta a ricominciare da capo. Dentro questi dilemmi e queste equazioni irrisolvibili Daìta Martinez scrive da sempre partiture che posa a terra, stagione dopo stagione, mischiandole alle pietre laviche fonda una lingua che evita di capire il mondo ma ne inventa uno molto simile alla casa temporale: dimora paterna, dove si concentrano tutte le ore del giorno, e del giorno nelle stagioni, e delle stagioni negli anni.

Il rapporto fra lingua e memoria fonda le ragioni di una poesia d’amore che si dissemina tra immagini saldate le une alle altre da associazioni improvvise, fulminee. Il ritmo cui la poesia di Martinez ubbidisce è dunque strettamente legato alla memoria: le parole sono come assemblate in una partitura, che volta per volta cambia motivo ma che vede come proprio fulcro memoriale Palermo e la casa paterna: 

la casa del silenzio ha un cigno azzurro
un tremito di tempo il nudo odore sulla
bocca così l’ora nel giardino è il minuto
vuoto tenuto dopotutto vuoto e sotto il
vuoto i miei occhi fanno amore sui tuoi
occhi fermi alla prim’aurora del mattino

Per quanto poi non sia formalmente divisa in sezioni, l’opera è da intendersi come scandita in tre movimenti, ciascuno dei quali irradiato dall’aurora. Il flusso temporale in cui le memorie si inscrivono appare talvolta rarefatto, privo di precise coordinate: questo perché il ricordo della casa della casa dell’infanzia è come idealizzato, protetto in un passato mitico del quale Martinez esalta volta per volta la sacralità: 

rosato è ora l’ovale dell’aurora
un nodo di fuga e d’incontrarsi
alzato il fiume corpo irregolare
dove imprevista la casa e dove
lei senza testacuoretesta cade e

di nuovo cade cuoretestacuore
la luce delle sette nella settima
settimana di grazia e sia bocca
a voce bassa la radica del cielo
il caldo pascolo sui fianchi che

la donna senza testacuoretesta
infiora e s’infiora lui la infiora
mani dalle mani dentro il petto
sottotetto del vento ha silenzio
nudo la cicala il valzer la gioia

La figura paterna è rappresentata in modo tale da metterne in rilievo i tratti fisici: è una figura Cristica, di cui l’aurora illumina i segni della passione e dell’eternità: 

è cresciuta l’alba dentro i fianchi immacolati di una
piccola casa prima tra le dita piccola casa del
rosario e una mela cotogna in mezzo al cuore che
di un minuscolo bagliore spera il silenzio appena
schiuso tra labbra ripetute e custodite per ogni
volta avvolta senz’aria e senza tempo indefinito
tempo l’obliquo urto di una foglia fiorita dopo
nessuna giornata nata dal sonno irregolare dei suoi
occhi d’erba fine la finissima finestra e qualche
briciola di nient’altro se è amore l’incertezza per
una visita improvvisa dell’angelo sulla ferita aperta
dietro l’angolo addormentato della stanza con la
voce che si direbbe farsi arco e firmamento nel
mattino eterno sul viso di mio padre

Lo spazio entro il quale confluiscono le memorie si inscrive nel segno dell’indefinito e della preghiera. Molteplici sono le immagini archetipiche che, afferenti al mistero e al sacro, accompagnano la narrazione. L’indefinito è espressione del desiderio e della mancanza, punto di approdo per uno sguardo che si interroga sullo scorrere delle cose e sul loro destino ultimo: 

per un dopo che
s’addormenta e canta di
tutti gli inni il silenzio della
sete planato nell’inciso d’un
grembo bambino s’incatena
l’alba del frutteto

e una calendula si
ritorna ripiana al comodino la
vicenda ai campi sparpagliati
tra i capelli le nude ciabatte di
marzapane i grammi del vaso
di santo stefano dentro pesati
lo spacco del mare e tu a dire
vestiti nel canto di una madre

una lucciola striata
d’inverno non sa il pianto
truciolato nella sporta
dell’altare spezzato
l’attimo prima
a tutte quelle volte
beatificate nella trappola
del giardino il cenno rinfuso

L’uso sapiente di rime interne, figure etimologiche e d’ordine è implicato poi nel recupero della lingua madre: il pensiero poetico di Martinez ha come orizzonte linguistico una Palermo edenica:

la corsa giù dalle ginocchia dimenticate in un
pagliericcio d’erba a significare più tardi il taglio
sulla guancia delle margherite piccole quando
piccola imbroglia la sete sul viale a poche panchine
ché a sedere si perde il passo della preda abbandonato
sul lato cieco della fronte in nome della chiesa e
i biscotti e le scarpe ammucciate sutta ‘a vistina
spizzuliata cu l’ali di l’anceli appuiate ‘a lu ciatu
del padre affacciata misericordia i limoni dell’alba
il rame del fermarsi gonfiato dentro al nudo canto
dei fianchi o nel fuori espressione che lascia l’onda
dopo un pizzico d’acqua mentre di sole sbattono
parentesi sulla linea degli anni raccontando la
storia vìolata di memoria che a mangiarla intera
precipitano nel pozzo i sapori di latta con l’orlo non
fatto sui vicoli puntuali dei cancelli cominciati di
papaveri e rosmarino nella piazza del rosario ancora
dentro a una storia addomesticata sulla colpa dei
giornali in quel segno che tutto al bianco spezza
cosicché ai piedi di una carezza l’aria ci appartiene?

Ogni immagine è avvento dell’altra, e così la figlia è in poesia avvento del padre e viceversa. Il rapporto padre-figlia si riconosce nella promessa della parola, è il verbo che riscatta ciò che ormai appare perduto e irrevocabile:

la minuta stanza dello sguardo
a parte a parte spinge il giorno
di lei tondo ventre della mente
assente cosicché l’aria all’alba
ferisce il tempo sulla croce del
suo tempo come una preghiera
elementare che di un fiore tace

l’amore per pudore del piccolo
cuore che penetra dal silenzio i
ricordi lasciati sulla piega poco
fonda della bocca sottile posata
sul viso che veglia di schiena la
scena ricomposta dove l’ombra
cade da me stessa a te che reggi

il firmamento e il vento offerto
venendo del perdono la collina
incontro al corpo addormentato
sul profilo dei nostri anni divisi
nell’ora dell’aurora e tutto cade
bianco dal bianco fianco che ha
la luna quando bambina si ritira

Ricorrente, l’immagine del pane conferma le connotazioni cristologiche conferite alla figura paterna. E l’indefinito, la preghiera, l’aurora che ne illumina il viso, costituiscono infine una promessa di continuità nel canto.

Daìta Martinez, palermitana, ha pubblicato con LietoColle (dietro l’una), 2011, segnalata alla V Edizione del Premio Nazionale di Poesia “Maria Marino”, e nel 2013 la bottega di via alloro.  Vincitrice – sezione dialetto – del 7° Concorso Nazionale di Poesia Città di Chiaramonte Gulfi, è stata finalista, per l’inedito in dialetto, della 44° edizione del Premio Internazionale di Poesia Città di Marineo. Inserita nell’Almanacco di poesia italiana al femminile “Secolo Donna 2018”, edizioni Macabor, nel 2019 ha pubblicato la finestra dei mirtilli, suite poetica scritta a quattro mani con il poeta comisano Fernando Lena, Edizioni Salarchi Immagini, il rumore del latte, Spazio Cultura Edizioni, e nutrica, LietoColle. È vincitrice del Premio Macabor 2019 – sezione raccolta inedita di poesia – con pubblicazione, ‘a varca di zagara in dialetto siciliano. È presente in Anni di Poesia di Elio Grasso, puntoacapo Editrice, 2020. È stata finalista – sezione raccolta inedita – della 34° edizione del Premio Lorenzo Montano. Nel 2021 ha pubblicato Liturgia dell’acqua, Anterem Edizioni, e Le madri, raccolta di haiku accompagnati dalle acqueforti di Vincenzo Piazza, Edizioni dell’Angelo. È tradotta in francese, spagnolo, inglese e tedesco. Suoi testi sono inseriti in Contemporary Sicilian Poetry: A Multilingual Anthology, Italica Press, 2023.

 

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