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Lo stato dell’arte. Daniela Pericone

Si sa che la poesia è una forma espressiva priva di un fine o di un utile economico, e pertanto non stupisce che nel sistema sociale e culturale occupi uno spazio del tutto marginale. Tuttavia la marginalità può rivelarsi un vantaggio, se consente di percorrere strade di libertà. «Poesia significa in primo luogo libertà. Libertà e disobbedienza di fronte a ogni forma di sopraffazione o di annullamento della persona; di fronte a ogni forma di irreggimentazione o, peggio, di massificazione»: è il pensiero di Giorgio Caproni. 

La parola poetica oltrepassa il senso della comunicazione quotidiana. In tale prospettiva può essere rivoluzionaria, perché è affrancata dai luoghi comuni del pensiero di massa. Eppure oggi assistiamo al progressivo adeguamento di una parte crescente della comunità poetica a uno standard di linguaggio piatto e incolore. Bisognerebbe ricordare che la poesia è il luogo elettivo dell’invenzione: chi scrive dovrebbe muoversi in direzione contraria a quelle forze che spingono ad abbassare e uniformare il linguaggio al livello minimo della comunicazione di servizio. «La resistenza ai cliché è ciò che distingue l’arte dalla vita», scrive Iosif Brodskij.

La funzione del poeta è strettamente connessa al lavoro sul linguaggio, che è alla base di ogni relazione umana. La poesia è la più alta espressione della creatività in campo linguistico, tanto da rispecchiare il livello evolutivo di una determinata cultura. L’etica del poeta perciò consiste nell’operare con rigore e accuratezza sullo strumento linguistico. Il suo lavoro contribuisce a modificare la realtà nella misura in cui stimola la riflessione, amplia le conoscenze, moltiplica le prospettive e i punti di vista. Sono questi sommovimenti che agiscono sulle coscienze, e che nel lungo periodo possono influire sul sentire collettivo. 

Occorrono disciplina, pazienza, dedizione. Ma occorre soprattutto andare oltre il contingente quotidiano, sollevare lo sguardo verso l’alto e al contempo spingerlo in profondità, per restituire valore al sentimento di appartenenza alla comunità umana.

La parola ai poeti. Daniela Pericone

Scrivere è sostare sulla soglia, vivere sull’orlo di qualcosa che si intravede, si intuisce e mai del tutto si coglie, se non a tratti e per frammenti. La poesia non è che un modo di percepire il mondo, di “sentire” la realtà, che è mutamento, movimento, relazione tra dentro e fuori, tra l’io e l’altro da sé. È un’attitudine con cui in qualche modo si nasce, tuttavia da coltivare e affinare, con pazienza e dedizione, in solitudine. 

La mia scrittura proviene da una consuetudine con la parola tramandata. Da lì ha preso forma ed è emersa la mia misura interiore, che è contigua al silenzio: la parola poetica, con la sua concisione e il suo ritmo, la sua capacità di racchiudere nello spazio circoscritto del verso un’amplissima varietà di suoni, idee, visioni, di intuizioni palesi e di sensi reconditi. È di Pound una delle definizioni più efficaci: «La poesia è linguaggio caricato di senso al più alto grado possibile».  Continua a leggere