La parola ai poeti. Daniela Pericone

Scrivere è sostare sulla soglia, vivere sull’orlo di qualcosa che si intravede, si intuisce e mai del tutto si coglie, se non a tratti e per frammenti. La poesia non è che un modo di percepire il mondo, di “sentire” la realtà, che è mutamento, movimento, relazione tra dentro e fuori, tra l’io e l’altro da sé. È un’attitudine con cui in qualche modo si nasce, tuttavia da coltivare e affinare, con pazienza e dedizione, in solitudine. 

La mia scrittura proviene da una consuetudine con la parola tramandata. Da lì ha preso forma ed è emersa la mia misura interiore, che è contigua al silenzio: la parola poetica, con la sua concisione e il suo ritmo, la sua capacità di racchiudere nello spazio circoscritto del verso un’amplissima varietà di suoni, idee, visioni, di intuizioni palesi e di sensi reconditi. È di Pound una delle definizioni più efficaci: «La poesia è linguaggio caricato di senso al più alto grado possibile». 

Quando si scrive non si pensa a un lettore, a un pubblico determinato, piuttosto a un interlocutore che è una sorta di riflesso, di doppio, l’immagine di qualcuno che si riconosce, una voce che chiama e una che risponde.

La poesia è potenza sonora. Il contenuto è guidato dal principio musicale, che determina il ritmo, la misura e il tono del verso. La scelta di alcuni vocaboli rispetto ad altri consente di comunicare attraverso il suono al di là del significato esplicito. Se le forze in gioco sono conflittuali, il verso risentirà di una tensione, l’espressione sarà scabra o acuminata, la sintassi irrequieta. Questa traccia, simile a un brivido, arriva al lettore/ascoltatore prima della comprensione cosciente di un testo. Nei miei versi non si trovano dati di eventi o luoghi precisi, riconoscibili, solo vocaboli-semi, o parole-magneti (così le ha definite Antonio Devicienti scrivendo della mia poesia), termini che appartengono a un contesto concreto, ma diventano paradigmi di una visione altra, di un sentimento universale.

Per me la poesia dovrebbe tendere a un equilibrio tra l’esplicito e l’oscuro, perciò tento di evitare entrambi gli estremi. L’espressione ellittica dovrebbe offrire dei varchi di senso, così come la dizione chiara non dovrebbe esaurire le potenzialità evocative e polisemiche del linguaggio. Non esito a utilizzare termini inusuali, più risonanti rispetto alla monotonia del parlato quotidiano. È una scelta istintiva e allo stesso tempo consapevole, come a voler resistere all’appiattimento del linguaggio, alla povertà lessicale della comunicazione ordinaria.

Il buio e le ombre sono elementi a me congeniali, sono una sorta di habitat mentale ma anche fisico. L’essere vissuta per lungo tempo in una terra dove la luce del sole ha qualcosa di aggressivo, di implacabile, mi ha portata a desiderare la mitezza della penombra, la morbidezza delle nuvole, la tregua della notte. Penso che il buio, l’elemento notturno, consenta di esplorare le forze più viscerali del nostro essere. È il momento in cui si aderisce più profondamente alla propria natura, lontano dalle sovrastrutture razionali del giorno. È anche il luogo in cui si incontrano i propri fantasmi.

Molte mie poesie sono composte intorno al motivo del tempo e della lotta che ingaggiamo contro la dispersione, contro l’inevitabile riduzione in cenere (o in polvere) di ogni cosa esistente. La poesia non sfugge a questa legge, viviamo nell’impermanenza. Allora faccio mie le parole di Peter Handke nel Canto alla durata: «Sulla durata non si può fare alcun affidamento / […] / essa diventa possibile solo / quando riesco / a restare fedele a ciò che riguarda me stesso, / quando riesco a essere cauto, / attento, lento, / sempre del tutto presente a me stesso sino nelle punte delle dita».

 La poesia non ha di per sé una funzione salvifica, non più di quanto possa averla una qualsiasi attività pratica o creativa che contribuisca all’equilibrio della persona. «Scrivere, ardere, perdersi» è un verso di una poesia del mio ultimo libro. Tre verbi all’infinito. Forse la sintesi del mio modo di stare al mondo. Non agiscono in successione ma in sincronia, quando accade l’uno accade l’altro e l’altro ancora. Il termine cruciale è ardere, perché la misura del nostro ardore è quello che ci determina e ci distingue.

***

da La dimora insonne (Moretti&Vitali, 2020)

La lingua è uno sciame di voci venute dall’infanzia e parole accumulate nelle letture solitarie. Eppure non basta il ricordo, né la folla dei libri, quel che conta è l’inclinazione dei sensi, il daimon di ognuno. 

Tra i suoni avuti in sorte il poeta soppesa, scarta, innesta, disdegna o accoglie, corrompe o acclama. Così edifica la sua dimora, dà forma al suo proprio idioma, inconfondibile nel timbro, nei colori, il calco esatto del suo ardore.

I silenzi
sfuggiti alle labbra
squillano infanzie
persuase a quietarsi in pietra.
Rumorio della cenere
nella durata di luce
scrivere ardere perdersi
– s’incurvano gli ossi, soli
brevi e dure radici
danno indugi, soglie
inconsuete. Pure s’adagia
il castagno all’inverno.

*
Non oltre indugiare
al commiato, radunare
pochi resti, rasura di carte,
sembianti – ritrarsi alle rive.
Un albero una stanza
la saldezza dei monti
che ammansisce lo sguardo
alla neve, ancora trascrivere
il buio, i suoi trasalimenti.
Disporre dell’orma
che non trattiene e fuga
l’agguato dell’ombra,
negare l’istinto
di orfeo.

*
I tuoi fogli, precisa
vaghezza, dimorano
assorti in radure.
Non si cura di loro
la sabbia, solerte ricopre
le rive – non c’è acqua
che basti ai deserti.

4 pensieri su “La parola ai poeti. Daniela Pericone

  1. annamaria ferramosca

    Intenso autoritratto, in cui molto mi riconosco. E davvero sembra di viaggiare sugli stessi binari, con le stesse ombre luci, le stesse attese e inquietudini. A volte mi chiedo se da qualche dimensione si diffonda una misteriosa energia che guida ogni poeta verso una stessa direzione , dove visionarietà bellezza ritmo memoria ancestrale e gratitudine si fondono. Qualcosa che ci fa riconoscere sorelle/fratelli, pure nella nostra unicità. Grazie Daniela

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  2. Sandro Scalercio

    La frase conclusiva della seconda poesia qui proprosta offre un immagine intensa che subito non si rivela ma poi germoglia nell’animo con perizia, e comprendi quelle ombre che oscurano il nostro mondo astrale dalle quali rifuggere seppur bisogna affrontarle per non cadere nella tentazione di rimanere ancorati al passato.

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  3. FLAVIO VACCHETTA

    ciao daniela si era stabilito con mauro ferrari ed.puntoacapo di fare una lettura poetica a benevagienna cn dove io abito con te mauro rienzi mariano ed il sottoscritto e forse altri
    purtroppo ho dovuto sospendere in quanto sono in attesa di intervento chirurgico
    evento si farà prox primavera
    credo che mauro ferrari ti abbia avvisato
    ciao cara a presto sentirci

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