Versi, amicizie, labirinti
La poesia è per Augusto Pivanti un’estensione dell’empatia umana e della possibilità di relazionarsi agli altri, agli eventi e alle forme del mondo. Per questo sono importanti gli incontri. Per questo è importante il “fare”, per Pivanti, che è dialogare con altre opere e altri poeti mentre scrivono i loro libri, mentre stanno ancora vangando o compattando l’aiuola del loro raccolto di parole. E per questo è importante il tempo. E sono decisivi i mutamenti nel tempo che portano da un esordio di quasi ingenua scoperta della poesia e del suo elementare incanto (incantevolmente ingenuo quell’apostrofo in Nostalgia d’alberi, 2005) fino alla necessità più complessa e ossessa del disincanto. Un disincanto che – va detto – mantiene saldi i confini di un’etica del bene, a tutti i costi contro il male, anche quando il male annichila con la sua potenza. Ma pur sempre matura una distanza, formatasi con la vita e l’esperienza, da quelle prime poesie, dove l’espressione è aperta, segue una cadenza quasi naturale nella grammatica del verso, cerca di dare forma a un sentimento: “Oltre la soglia / ti vedrò ancora. / Nulla sarà perduto / nell’appartenerci, ora / senza nome”. Si noti come la sequenza di vocali equilibrante “oltre… ancora… ora… nome” quasi nasconda la rima in “ora” e la renda meno ovvia, segnando un andamento quasi atteso delle sonorità del testo. Cinque anni dopo in Orchestra, poeti all’opera 3, 2010), in antologia, leggiamo: “Vive nel gioco liberato alle sintassi l’essere / stratificato dei vocabolari aperti insieme, / la coclea indirizzante d’un linguaggio / masticato nell’omaso di virgole a rovescio”.
E’ evidente che le scelte lessicali, così come la conversione tematica che vuole gli strumenti della poesia oggetto di riflessione poetica, con la durezza ricercata del verso, propongono un orizzonte più incentrato sul venire in luce del linguaggio che sul dato esistenziale immediato. Tra questi due poli, vale a dire esigenza di celebrazione dell’istante e necessità di una distanza che ragiona sui propri strumenti, si svolge il successivo itinerario poetico di Pivanti, bilanciato di volta in volta sull’ago del proprio sentire e del taglio impresso ai temi affrontati. Una polarità che a volte è una lacerazione: anche troppo desidera l’istante presente, questo poeta, fino al punto di adorare la quotidianità più routinaria (è la vita, la maggior parte della vita); ma il presente è inafferrabile, nella dimensione del tempo che pesa l’esperienza e le chiede un senso, e non è facile, in un tempo come il nostro, dare corpo ai valori che pure sentiamo irrinunciabili e eterni (all’eternità non siamo più abituati a pensare, e chissà se siamo ancora capaci di dare un senso a questa parola). Seguiamo, titolo dopo titolo, il dipanarsi della poesia di Augusto Pivanti, percorrendo questa polarità a rischio di lacerazione, e constatiamo che la lacerazione non si compie mai fino in ultimo, poiché prevale un senso profondo di accettazione, anzi, direi di amicizia, nei confronti della vita, della lingua, di tutto. E non è un caso che proprio l’amicizia sia il filo che ha legato la pubblicazione di questo lavoro poetico all’alternarsi di due nomi, quello di Michelangelo Camelliti e di Alberto Casiraghy (con y d’artista in fine di cognome), con i quali Pivanti ha a sua volta collaborato per le edizioni LietoColle e Pulcinoelefante. Né vorrei qui dimenticare, attraverso Camelliti e LietoColle, la lunga co-operazione delle “Gialle” di pordenonelegge che lega anche chi scrive queste righe al poeta e all’uomo Pivanti, sempre generoso come il poeta. Infine, un suggerimento: le varie “tappe” di questo viaggio non sono particolarmente corpose, e quindi si chiede al lettore di non correre, ma di stare sui titoli, sulle date, sui passaggi. Proprio perché gli anni non sono pochi ma i testi presentati sì, sono molte le variazioni di tema e di tono, che si incontrano e che spesso sorprendono. E però in tutto questo andare incontro alle voci che lo chiamano, alle persone che gli parlano e alle diverse occasioni poetiche della vita Pivanti mantiene una sua riconoscibile linea di ricerca, nella quale emerge a volte il gusto per gli accostamenti di parole inattesi, “antipoetici”, che lasciano scorrere uno humor indecifrabile e, pure su uno sfondo cupo, ha sempre qualcosa di divertito, nel senso etimologico della parola, cioè che volge altrove. E lo stesso vale per l’irrequietezza che lo porta a progettare libri-idee, che lui stesso poi internamente mina, inesausto nello scavare intorno a ciò che attraversa come lettore, sentendosi quasi in dovere di corrispondere. Un libro, questo, che è anche un po’ un labirinto, e forse un test per il lettore: da dove ti riconosci, leggendo questa poesia, sapresti tornare indietro? E ti ricordi dove sei entrato?
NOSTALGIA D’ALBERI
Abbiamo
viali a memoria
teorie di platani carpini lecci
visti e non visti, in corsa
da auto di padri
in vacanza.
Ci appartengono
capanne e scale di corda
e cime raggiunte a fatica
per primi, tra rami
taglienti come suore d’asilo
nel tumulto infantile.
Oggi, scoiattoli distratti
abbiamo unghie perdute
e giorni morti come un vecchio noce
all’angolo dei sogni.
MADRE DEL PRIMO E DELL’ULTIMO VIVENTE –
sono io, la mia generazione di generazione
in altra generazione, la mia alternanza tra terra
e sottoterra – la carne a vibrare oppure a consumarsi
e dirsi altro dalla carne, altro dal conosciuto, altro
dall’immolarsi sacrificale di una mancata eternità
come la madre del primo uomo, diversa e uguale per somma
e differenza dei particolari, io sono diverso dalla madre mia,
dalla madre di mia madre, ma so – sento – che una
è la sostanza che ci lega, una è la verità che va oltre
il minimale atto del resistere: appartenere al mistero
consapevole che il non restare è solo una supposizione,
un dirsi addio senza paura di voltarsi ad osservare
l’accoglienza larga delle molte madri, dell’unica Madre
QUESTO ATTENDERE
La pronuncia di un nome sconosciuto
reca in sé il bisogno d’altri alfabeti,
di vocabolari popolati da future bocche
odoranti di sorrisi senza premeditazione.
Questo attendere gioca sul filo del languore
che genera l’avvicinarsi inconosciuto
a un io diverso dal sé. Ed è qui che si compie
il sortilegio, è qui che trova generazione
la scoperta di una pelle che non sapevamo,
è qui che prende consistenza un verso
senza necessità di metrica, perché inventato
occhi negli occhi di occhi solo immaginati,
eppure veri e pieni dei riflessi d’una laguna
finalmente amica, di un animo aperto lucido,
combaciante e senza il dubbio di non sapere
da quale parte lasciar sorgere la propria luce.

