Fabio Pusterla, Sinsigalli, Collana Ancilia, Nota di Giancarlo Pontiggia, pp. 60, puntoacapo Editrice 2024.
Una vena favolistica, che è il modo più libero e immaginativo di guardare al reale, è da sempre presente nella poesia di Fabio Pusterla, o meglio nel suo sguardo sul mondo: uno sguardo disincantato, non di rado civilmente engagé, conscio di una tragedia sempre aleggiante ma anche risoluto a resistere e a mostrare exempla liminosi con le armi dell’intelligenza, dell’equilibrio e della pietà; sempre alla ricerca dell’anello che non tiene, dello squarcio di bellezza, giustizia e verità in un mondo (in una cronaca, in una Storia) che ontologicamente tende ad annullarle, ma senza poterle del tutto sopprimere.
Doti, in fondo, che da sempre caratterizzano la poesia.
Il gioco fantasioso e immaginativo di Sinsigalli parte dal titolo, che come spiega l’Autore è originato da una casuale e fortunata metatesi del nome del poeta Sinisgalli: e qui subito si entra, in punta di piedi, nel territorio del meta poetico; perché l’objet trouvé, l’occasione, il verso dato dagli dèi, sono da sempre il punto di avvio di una fantasia che è sì libera, ma – come accade con la rima – necessita di quella spinta iniziale che, per non sprofondare in vacue elucubrazioni su “caso e necessità”, per comodità chiamiamo ispirazione.
I sinsigalli, dunque, compaiono all’improvviso nella mente del poeta; e per enti così misteriosi occorre dare un contorno, costruire un’ipotesi di vita, uno sfondo su cui farli muovere; dare Aiutanti e Antagonisti. Insomma, occorre inventare una fenomenologia.
Pusterla crea così un mondo di fiaba che allegorizza la realtà in cui ci muoviamo; nel dettaglio, restringendo l’obbiettivo per metonimia, la datità in cui agisce il poeta, come essere privilegiato dotato della leggerezza e luminosità del canto, cioè confrontandosi con un mondo dantesco di tenebre, ottusità, malvagità e dolore. La dicotomia è basilare proprio dal punto di vista fenomenologico: l’alato sinsigallo è creatura inafferrabile, che nelle prose di Pusterla cammina nel mondo (p. 14: senza “nessuna direzione prestabilita”, aggettivo non casuale) ma sa volare, canta la vita, è attorniato da “cose leggere e vaganti”, citando Umberto Saba. Proviene da “paesi lontani” (p. 11) che ne hanno eliotianamente nutrito e mescolato “memoria e desiderio”; non ha “definizione, ma un progetto continuo”: il canto è l’esternazione del suo desiderio di vita, anche se sa bene, con Sereni, che “il canto non basta” per cambiare il mondo (p. 34).
Vita come continua resistenza, missione contro la negatività, allora, ben sapendo che il canto è dimostrazione di gioia ma anche anche prova di resistenza stoica: “Le cose come sono mutate dalla chitarra blu”, dice Wallace Stevens, ma Pusterla sa anche che questa è l’immutabile datità di fondo.
La resistenza della materia è impersonata appunto da creature ctonie, i carrubi (e i loro Aiutanti: i mestizzi e i gronchi): sono “gli stolti e gli infami” (14), asserviti alla terra, o meglio al sottosuolo, servi della bruttezza, della più bassa e insensata violenza, dell’ignoranza), che continuamente, come proprio progetto di vita (eh, il DNA) continuamente tentano di osteggiarlo, catturarlo, sopprimerlo. “I carrubi vivono in un universo di materia ruvida” (p. 23). E nel tratteggiare la lotta, e soprattutto le grottesche sconfitte dei carrubi e l’imperturbabilità del sinsigallo, Pusterla ha bene in mente creazioni comiche come Willy il Coyote e Beep Beep…
Ma anche qui il poeta ticinese mostra la sua usuale capacità di comprensione (di pietas, come anticipato): pur in un contesto fondamentalmente tragico nella sua sostanziale ineluttabilità, Pusterla sa bene che anche le creature del sottosuolo sono, a loro volta, vittime. Può venire in mente Metropolis di Fritz Lang, o persino The Time Machine di Wells, perché gli spazi semantici che Pusterla tratteggia sono proprio quelli del Basso e dell’Alto o, detto in termini più danteschi, della Terra (sottosuolo) e del Cielo, del Buio e della Luce. Quella delle creature del buio è, in fondo, una condanna come quella di alcune creature dantesche, che reiterano il proprio male senza possibilità di riscatto: il bello è insopportabile (p. 17) e neppure loro (con una eccezione, p. 32) sanno perché il sinsigallo debba essere il nemico.
Si insinua così, al cospetto degli splendidi e inediti Canti del sinsigallo (frammenti), una sorta di comprensione verso chi non sa cantare perché, per sua natura, non può farlo. E il male, che pure i carrubi rappresentano, almeno all’interno di questo alone di fiaba, appare più comprensibile. E persino più vicino a noi.

