Lo stato dell’arte. Ezio Settembri

Caro Fabrizio, ti ringrazio per le domande così importanti giunte il 30 aprile, a cavallo tra la Festa della Liberazione e la Festa dei Lavoratori. Una bella sorpresa, in quelle che sono le feste per me più gioiose, luminose, le feste primaverili, in cui tentare di riassaporare un senso di comunità di cui abbiamo un estremo bisogno.

Parto volentieri da questo elemento occasionale, non per restringere il campo e concentrarmi sulla poesia “civile”, impegnata, tanto più che tutta la poesia, quando è autentica, è civile. Mi sembra più che altro significativo perchè nella mia esperienza la poesia o è riscoperta di una relazione profonda con una parte di sè e con gli altri, oppure non si manifesta, perde di senso. Le questioni che tu poni, urgenti, quasi accorate, può provarle oggi sulla propria pelle ogni persona dotata di un briciolo di sensibilità (non solo chi scrive o chi fa arte, ma qualsiasi insegnante faccia con passione il proprio mestiere). Viviamo in un’epoca della comunicazione e non della relazione, un mondo che ci vorrebbe solo materiali, una prospettiva disumanizzante dal momento in cui le facoltà immaginative vengono atrofizzate, svilite, umiliate. La grande perdita di senso dell’uomo contemporaneo risiede nell’apatia e nella depressione che si celano dietro questo cinismo obbligato, violento perchè indotto, che non permette l’incontro con la meraviglia infantile, inedita, spiazzante della poesia, che resta una possibilità, un’opportunità preziosa. Lungi da me sostenere che la poesia salvi la vita, non l’ho mai detto, non lo dirò mai. Credo sia sbagliato riporre nella parola, che è strumento fragile, anche infido, a volte, tanta responsabilità, coltivare l’illusione di una parola che salvi; da dono, la poesia potrebbe facilmente trasformarsi in dannazione, se ha la presunzione di voler contenere la vita, che eccede sempre rispetto alla rappresentazione, ciò a cui tende, a cui si approssima l’artista. La vita la salvano le persone, ci si salva come persone. Ma la vita comunica con l’arte e con la poesia, e queste ultime servono spesso a comprendere meglio la vita, a viverla meglio. La poesia non rende l’uomo migliore, lo rende più umano, ne è uno straordinario strumento esplorativo, conoscitivo. Dunque credo che più che domandarsi se la poesia abbia ancora qualcosa da dire, la domanda da porsi sia sempre quanto siamo ancora capaci di metterci in ascolto, della poesia, di noi stessi, degli altri. Più che chiedere cosa possa fare la parola per noi (anche nell’umana ambizione di realizzare una poesia eccelsa), quanto siamo disposti ad assumerci la responsabilità su di essa, a proteggerla da una società materiale (non materialistica), che vorrebbe condannarla a una inesorabile reificazione. E’ un problema che affronto quotidianamente anche nel mio mestiere di insegnante: il punto non è obbligatoriamente quanto alunni e alunne leggano, quali lacune debbano colmare; il pericolo maggiore oggi si chiama depressione, apatìa scaturita da un conformismo che appiattisce tutto, un vuoto educativo generalizzato vòlto a demonizzare la fatica, elemento ineludibile dell’attenzione, dell’ascolto, anche della semplice lettura. Franco Loi diceva che in fondo ogni uomo che fa il proprio mestiere con passione è un poeta. La crisi insorge quando è il mestiere stesso, con tutto il suo bagaglio di esperienze concrete, a venire sempre più polverizzato oggi dietro astrazioni, ricette, formule, e il lavoro privato della sua dignità, persino degli aspetti piacevoli insiti in ogni mestiere. Nessuna arte è astratta: l’arte è sempre corpo, respiro, sangue. Eppure la poesia continua ad essere l’arte più verticale per eccellenza: con la massima economicità di mezzi (un foglio e una penna o una matita) si può dare vita a un’opera dai caratteri lirici, narrativi, musicali, ecc. Da questa consapevolezza, da un punto di vista pedagogico indissolubilmente legata a una gratuità del sapere che si oppone a chi “crede che la realtà sia quella che si vede”, per dirla con Montale, può ancora scaturire una parola-azione, gesto, comportamento, responsabilità. E la poesia ha nella sottrazione all’oeconomicus una delle sue carte migliori (non deve sottostare a contratti, condizioni, ecc.): nella sua paradossale inutilità preserva la qualità di una parola necessaria, come la pietruzza del poeta minatore (Caproni), risalito dalle viscere della terra, per la quale è valsa la discesa negli abissi. A partire da questo è possibile, credo, rendere un servizio degno alla poesia e insieme interrogarne, dischiuderne le riserve di senso.  

 

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