
Caro Fabrizio, ti ringrazio per le domande così importanti giunte il 30 aprile, a cavallo tra la Festa della Liberazione e la Festa dei Lavoratori. Una bella sorpresa, in quelle che sono le feste per me più gioiose, luminose, le feste primaverili, in cui tentare di riassaporare un senso di comunità di cui abbiamo un estremo bisogno. Continua a leggere
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La linea d’ombra di Ezio Settembri
di Angelo Restaino
La prima raccolta poetica di Ezio Settembri (Macerata, 1981), D’altra luce, edita da peQuod, collana portosepolto di Luca Pizzolitto, nel 2023, è un libro che tutti i poeti almeno per tirocinio dovrebbero provare a scrivere. Chiunque faccia poesia dovrebbe provarci perché vi si pone in versi in modo esemplare un tema lirico di partenza, la ricognizione del manifestarsi dei segni familiari nella memoria e nel sangue, l’usarli come rampa di lancio per il volo futuro che ci si sceglie. Settembri ha saggiamente posto questo tentativo all’inizio del suo pubblicato, riuscendoci completamente e confezionando un esordio che si pone come un solido e visibile riferimento nel (fortunatamente, per chi scrive: a chi legge, poi, tocca il piacere di sceverare) tanto che si scrive e pubblica “andando a capo”. Continua a leggere
Intervista a Ezio Settembri
di Luca Pizzolitto
1) La primissima domanda che ti faccio, prima di entrare, più nello specifico, nella tua raccolta è la cosa che, fin da subito, mi ha incuriosito: questo è il tuo esordio poetico, a 40 anni; ma ti sei, da sempre forse, occupato di poesia. Questa tua attività di studio verso la poesia è sempre stata accompagnata dalla scrittura, o la scrittura poetica è un qualcosa che è venuto dopo, negli ultimi anni? Continua a leggere
La parola ai poeti. Ezio Settembri


Credo a una parola poetica che assolva alla funzione archeologica che Remo Pagnanelli affidava alla poesia nel suo scritto Punti per un’improbabile etica poetica, vale a dire nella duplice funzione di discorso del Principio e conservazione del senso, di ciò che è andato perduto o si sta perdendo nella società del rumore e del caos internettiano. In un altro suo scritto fondamentale, Paesaggio invernale (o quasi), Pagnanelli parlava di una poesia capace di attraversare l’inverno-inferno della Storia, inteso come glaciazione provocata dall’atrofia immaginativa del Postmoderno e delle neoavanguardie. Questa la tensione di fondo dietro ai miei versi cadetti, maturati attraverso la frequentazione della bottega di Giancarlo Sissa, dopo alcuni anni di produzione di critica d’arte e sulla poesia. Credo a una poesia capace di risignificare le “trite parole che non uno/osava” di sabiana memoria, a una parola evocativa, in dialogo con il passato e con la tradizione, con il Grande Stile del 900. Da qui le ragioni della grande economicità di mezzi espressivi che ho messo in campo, in linea con la lezione di un grande maestro che ho avuto la fortuna di conoscere, Francesco Scarabicchi, la verticalità di una parola necessaria. Continua a leggere



