La linea d’ombra di Ezio Settembri

di Angelo Restaino

La prima raccolta poetica di Ezio Settembri (Macerata, 1981), D’altra luce, edita da peQuod, collana portosepolto di Luca Pizzolitto, nel 2023, è un libro che tutti i poeti almeno per tirocinio dovrebbero provare a scrivere. Chiunque faccia poesia dovrebbe provarci perché vi si pone in versi in modo esemplare un tema lirico di partenza, la ricognizione del manifestarsi dei segni familiari nella memoria e nel sangue, l’usarli come rampa di lancio per il volo futuro che ci si sceglie. Settembri ha saggiamente posto questo tentativo all’inizio del suo pubblicato, riuscendoci completamente e confezionando un esordio che si pone come un solido e visibile riferimento nel (fortunatamente, per chi scrive: a chi legge, poi, tocca il piacere di sceverare) tanto che si scrive e pubblica “andando a capo”.

Critico d’arte, per anni insegnante di sostegno, è stato, come ho avuto potuto apprendere da lui stesso, il passaggio all’insegnamento «della materia» (italiano, storia, geografia) che ha sbloccato la poesia di Settembri. È tra la memoria emotiva degli affetti familiari, da un lato, e la promessa di futuro e il carico di responsabilità dell’insegnamento dall’altro che è scoccato il corto circuito che ha acceso la scintilla della macchina poetica di Ezio Settembri. Sembra di leggervi la cronaca di un riaffiorare di segni (a volte elusivi, inafferrabili: «ma forse lui sa / per quali segni sei trascorso», da Il cagnolino che sento scalpicciare), numeri, voci, dejà-vu; e di luoghi: la terra marchigiana, evocata da lontano, dalla Mantova in cui Settembri vive e opera, con pochi tocchi ma così sicuri da diventare presto sfondo dolce e totale di queste scritture, lasciando poi al lettore il compito di costruirsi un più vasto scenario mentale, per quanto sfocato, servendosi delle misurate menzioni esplicite disseminate fra i testi – le zolle, richiamate in più di un caso, il «nostro dolce mare di colli» (dal pezzo iniziale della raccolta), «i miei colli» (da Il rigogolo). 

Un titolo, Il rigogolo, che attesta come in tanti punti la poesia di Settembri voglia essere dichiaratamente pascoliana, ricalcandone ovviamente il tema del dissolversi (in questo caso più lento e naturale) del nucleo familiare e ancora i modi di lettura e utilizzo poetico di eventi naturali, come ad esempio il lampeggiare del fulmine in Stanotte sei passato, in cui il padre del poeta si fa impulso elettrico presente e sensibile, capace di cambiare stato, da ricordo a luce a suono, coprendo distanze:

Stanotte sei passato
a visitare la terra
fracassando l’aria
il rombo del tuono
e i lampi lunghi
sulla campagna.
Poi nel silenzio
solo una sirena
ha percorso il buio
allontanandosi.

Il percorso di D’altra luce è teso, si diceva, fra gli estremi della famiglia di sangue, che si riceve e da cui si proviene, e di quella degli allievi, che si costruisce e che si invia in promessa al futuro: la dedica al padre e alla madre trova conferma così nei titoli delle sei sezioni (Padre; Madre; Fratelli; Settembri; Il mestiere di professore; D’altra luce), che disegnano una progressione dall’affetto prossimo al gruppo parentale, entità affettiva memoriale emotiva collettiva con toni che potrebbero richiamare un’altra epopea familiare e collinare, quella di Antonio Riccardi. Settembri evoca un intero ambiente, un’intera storia con riferimenti ricorrenti: lo zio prete che compare in tre testi; la zia parrucchiera in due (e come sempre in pochi tratti si evoca un mondo); varie pure le scene domestiche, corali. In Quartier generale c’è la memoria di una consanguineità scontrosa, fatta di poche parole, un silenzio affettivo ma affettuoso su cui l’autore ritorna in più punti; il ricordo dei Natali come altare al proprio riunirsi: «È l’immagine di noi radunati / il dolce ricordo che mi tiene / nell’omelia di questa notte», le tavolate, il momento del pasto («mi sovvengono le luci / dell’immensa famiglia / riunita nel pranzo di festa / avvolta tra i fumi del camino / e quelli dei cappelletti in brodo»). 

Quella di Settembri è dunque senza schermi una poesia degli affetti e del ricordo, che non nasconde il tremare della sua penna e della sua voce, ne fa mezzo e ragione di creazione poetica. È poesia dello scoprirsi, a quarant’anni, mappa dei propri cari, deposito dei loro segni. Questo, soprattutto: nella scrittura di Settembri la morte dei genitori sancisce il loro tramutarsi in segni; anche involontari (ricorrono d’altra parte nella raccolta le parole sangue, tic), come in questi due testi, uno sui segni del padre:

Assente come allora,
solo mi manca la tua voce
a riempire gli interni.
Posso percepirti in me,
un finto cipiglio
con gli alunni,
impugnare il bracciolo
della sedia alla cattedra,
dittatura improvvisata…
Sento il perpetuarsi
dello stesso affetto severo.

L’altro sui segni della madre:

Si fa strada in me la luce
dopo un errare assiduo,
stringendo i nervi nell’attesa,
attraversare uno spazio.
È caldo il fiato della vita
nel tic al volante,
quando ho paura di parlare.
È il sangue di mia madre.

Storia naturale anche dell’inevitabile dover attraversare la propria personale linea d’ombra, pagando il pedaggio della scomparsa di interi piani esistenziali, che sbiadiscono nel passato: case, persone, il bar di una zia («chissà dov’è finito… / sparito come il bianco / severo della neve»). È sulla coscienza di questo graduale e inarrestabile sparire che si innesta, nelle ultime due sezioni del libro, il futuro dato dall’impegno umano, civile, ancora una volta esistenziale, dell’insegnamento. Prima di tutto, auto-insegnamento e auto-disciplina, come attesta, verso la fine del libro, l’infittirsi di poesie auto-prescrittive, a mostrarsi la strada prima di salutarsi come entità capace di crearsi un mondo di memoria e di segni e di abitarlo, aprendosi finalmente agli altri: «Ci vuole» (da Corridori), «Serve» (da Guarigione), e ancora: 

Bisogna concedersi
di sbagliare, qualche volta,
concedersi di aver sbagliato.
Riesumare un rimpianto
spegnendo la tv.
Non cercare la parola
che salva, tentare
di salvarne almeno una.

Tema, questo, del costruire e affidare agli allievi il futuro – il loro, il proprio, il collettivo -, che potrebbe costituire un prossimo, fecondo terreno di ulteriore creazione poetica per Settembri (come d’altra parte la lettura di un inedito a cui chi scrive ha avuto l’occasione di assistere sembrerebbe felicemente indicare), e il pensiero corre soprattutto al bel percorso di ammaestramento (una singola lezione? un anno scolastico? ma probabilmente il tempo umano, più lungo e accidentato, dell’accompagnarsi reciproco di educatore ed educati, che può perdurare per modi e tempi inattesi) evocato ne La zattera, di cui riporto il momento iniziale, quello del mollo degli ormeggi: 

Non occorre legno pregiato,
pulito, per la zattera
che sto costruendo.
Bastano tronchi robusti,
grezzi, in numero sufficiente
a contenervi tutti.
Sarà breve il nostro soggiorno
sulla palude, ma rischioso.
Ne approfitterò per scordarmi
il cellulare e la prigione d’oro
evasa un giorno insieme a voi.

Apprendimento e auto-disciplina, si diceva; anche in senso poetico, nella direzione della consapevolezza che la poesia è una cosa che si fa, che si impara a fare («ogni settimana vado a bottega / da un poeta di Bologna»; «vorrei trascrivere la vita», esordisce un testo, «togli un verso», termina un altro: e quanto misurati, sintetici, sorvegliati, sono infatti sempre i suoi versi); rivendicazione del suo voler comunicare come atto politico, del suo saper comunicare come frutto di severo controllo e, di nuovo, auto-disciplina, senza astrazioni semantiche e linguistiche le cui permutazioni sono virtualmente infinite. La poesia di Settembri è, invece, una poesia che vuol spiegarsi, in ogni senso. E in ogni senso ci riesce. 

 

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