[Mt, 19,30; 20,1-16]
Quando Gesù chiama, c’è sempre un atto di rottura: giratosi, uscì etc… C’è, in sostanza una interruzione di una continuità. Come dire: da questo momento in poi, nulla sarà più come prima.
Non è solo una rilevazione di fatto, un comportamento suo, personale; è piuttosto una proposta di stile e una richiesta a fare altrettanto.
“Che ci guadagniamo, noi che abbiamo lasciato tutto, per seguirti?” è la domanda di Pietro e dei discepoli.
La risposta è, come spesso accade nel vangelo, spiazzante: molti dei primi sono ultimi e molti degli ultimi, primi.
Non si tratta di stabilire graduatorie. Qualunque ordine, a partire dai primi o dagli ultimi, sarebbe contraddittorio. Non ci viene chiesta la banalità interpretativa che vede come prioritaria la scelta degli ultimi. Semplicemente, ci viene chiesto di sovvertire i criteri. L’importante non è né essere primo, né ultimo. L’importante è lavorare nella vigna. L’importante è aver lasciato tutto per seguirlo.
Pone una distanza, Gesù, fra il maestro e i discepoli: il mio modo di pensare non è il vostro e il vostro è diverso dal mio (“Perché i miei pensieri non sono i vostri pensieri” Is.55,8). Una distanza non colmabile con la logica del senso comune e neanche con la logica di una giustizia distributiva, fatta di diritti e di doveri, di meriti e di retribuzioni. C’è un solo modo per colmare la distanza: mettersi alla sequela di Gesù, sporcarsi le mani con la terra della sua vigna.
Non abbiamo meriti da far valere: cosa sarebbe un nostro atto d’amore di fronte all’abisso d’amore che è Dio? Il primo e l’ultimo hanno solo un’accezione temporale, cronologica, non di valore, non di merito. E questo vale sia per il primo, sia per l’ultimo. Come non è sufficiente essere primi per avere un qualche diritto, così non serve neanche essere ultimi.
“Vieni e seguimi” e “va’ a lavorare nella mia vigna”: sono questi i criteri del “Regno”.
Vale per tutti quelli che pensano di essere arrivati per primi in vista di questo Regno. Vale per gli Ebrei, vale per i cristiani. Vale per la Chiesa intera e vale per i singoli piccoli gruppi di cristiani. Nessuno ha più diritto degli altri. Lo si capisce solo se si guarda lontano, al di sopra delle contingenze, verso l’orizzonte dell’esistenza.
È dal nondum che questo iam prende consistenza.
È dalla fine che si comprende l’inizio.


Nel mio misero comprendere o interpretare,mi pare di scorgere quella “famosa livella” di Totò…ma applicata al vivere quotidiano!
Non classifiche o graduatorie per più o meno meritevoli azioni o comportamenti,ma un vivere nell’ottica Evangelica, che, lì dove vissuta, ci pone tutti sullo stesso piano…quello ALTO!..
Per meriti non per gerarchia!