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Donatella Sasso, “Piazza della Vittoria”

Recensione di Giovanni Agnoloni

Donatella Sasso, Piazza della Vittoria, Golem Edizioni, 2023

Una delle cose più difficili in narrativa è rendere la quotidianità come qualcosa non di trito e grigio, ma capace di suscitare interesse anche nella regolarità degli eventi – comprese le parentesi di eccezionalità legate a fatti particolari. È un tratto distintivo della letteratura italiana del secondo dopoguerra, stagione che arriva fino a tutti gli anni ’60, e che ha per protagonisti autori come Cesare Pavese, Carlo Cassola e Luciano Bianciardi, testimoni della vita nel suo concreto svolgersi attraverso un’epoca di grandi possibilità e inequivocabili segnali di crisi.

Leggendo Piazza della Vittoria di Donatella Sasso, opera ambientata nella Torino del nostro tempo – un “nostro tempo” da intendersi in senso ampio, perché potrebbe trattarsi del presente come, più plausibilmente, di un periodo indefinito verso la fine del Novecento o l’inizio del Duemila –, ho ritrovato vibrazioni simili, che impregnano di sé la vicenda di una donna proveniente dall’ex “Oltrecortina” (ma è piuttosto chiaro che si tratta della Repubblica Ceca). Dopo aver conosciuto un uomo italiano, si sposa con lui e si trasferisce nel nostro paese, appunto a Torino, iniziando a veder orbitare la propria esistenza intorno a una piazza non importante ma caratteristica e piena di vita, Piazza della Vittoria, con i suoi giardinetti, i suoi negozi e le attività che vi fervono, con l’unico svago dei weekend in montagna. Dapprima tutto questo le appare come una girandola di entusiasmo e d’amore, presto arricchito dall’arrivo di due figli, ma col tempo finisce per convertirsi in abitudine, ripetitività e ricerca di un nuovo senso ai giorni che passano. Continua a leggere

Carlo Cassola, “Troppo tardi”. Il Realismo «nella luce della Resistenza»

Carlo Cassola, Troppo tardi. Il Realismo «nella luce della Resistenza»

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di Giovanni Inzerillo

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Pochi oggi leggono romanzi di Cassola, certamente assai meno rispetto al ventennio ’60-’80 in cui la sua fervida produzione narrativa è pure motivata da un successo di pubblico e di critica (basti ricordare l’assegnazione nel 1960 del Premio Strega a La ragazza di Bube; nel 1973 del Premio Selezione Campiello a Monte Mario e nel 1978 del Premio Bagutta a L’uomo e il cane). Un ventennio dunque di riconoscimenti e di successi editoriali che, nonostante il poco lusinghiero giudizio espresso da Pasolini il quale, criticando la “restaurazione dello stile” di alcuni scrittori, accusava Cassola di un maldestro recupero del Realismo negli anni in cui il “Fascismo era vinto”, ha permesso di inserire a pieno titolo lo scrittore romano tra i classici letterari italiani per poi escluderlo a posteriori dal canone del Novecento, canone che continua a suscitare discussioni, fastidi e malumori ma che, inutile negarlo, condiziona più o meno indirettamente le scelte didattiche, critiche ed editoriali italiane. Così, rispetto alla vasta produzione narrativa dell’autore ed escludendo La ragazza di Bube, sono poche le recenti ristampe ed è più facile trovare un suo romanzo tra le bancarelle dei mercatini di strada piuttosto che tra gli scaffali di una qualsiasi pur assortita libreria. Probabilmente a Cassola oggi questo interesserebbe poco se prendiamo per autentico, e non come una artificiosa captatio benevolentiae, quanto scrive nella Nota dell’autore che apre il romanzo Troppo tardi, ultimato nel 1971 e pubblicato nel 1975:

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