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Donatella Sasso, “Piazza della Vittoria”

Recensione di Giovanni Agnoloni

Donatella Sasso, Piazza della Vittoria, Golem Edizioni, 2023

Una delle cose più difficili in narrativa è rendere la quotidianità come qualcosa non di trito e grigio, ma capace di suscitare interesse anche nella regolarità degli eventi – comprese le parentesi di eccezionalità legate a fatti particolari. È un tratto distintivo della letteratura italiana del secondo dopoguerra, stagione che arriva fino a tutti gli anni ’60, e che ha per protagonisti autori come Cesare Pavese, Carlo Cassola e Luciano Bianciardi, testimoni della vita nel suo concreto svolgersi attraverso un’epoca di grandi possibilità e inequivocabili segnali di crisi.

Leggendo Piazza della Vittoria di Donatella Sasso, opera ambientata nella Torino del nostro tempo – un “nostro tempo” da intendersi in senso ampio, perché potrebbe trattarsi del presente come, più plausibilmente, di un periodo indefinito verso la fine del Novecento o l’inizio del Duemila –, ho ritrovato vibrazioni simili, che impregnano di sé la vicenda di una donna proveniente dall’ex “Oltrecortina” (ma è piuttosto chiaro che si tratta della Repubblica Ceca). Dopo aver conosciuto un uomo italiano, si sposa con lui e si trasferisce nel nostro paese, appunto a Torino, iniziando a veder orbitare la propria esistenza intorno a una piazza non importante ma caratteristica e piena di vita, Piazza della Vittoria, con i suoi giardinetti, i suoi negozi e le attività che vi fervono, con l’unico svago dei weekend in montagna. Dapprima tutto questo le appare come una girandola di entusiasmo e d’amore, presto arricchito dall’arrivo di due figli, ma col tempo finisce per convertirsi in abitudine, ripetitività e ricerca di un nuovo senso ai giorni che passano. Continua a leggere

L’angoscia del moralista nell’esordio di Alfonso Brentani, di Andrea Sartori

In un passaggio del suo drammatico referto Senza trauma. Scrittura dell’estremo e narrativa del nuovo millennio (Quodlibet, Macerata 2011), Daniele Giglioli sintetizza così lo stato della vita pubblica del Paese a cavallo del nuovo millennio, il perdurante anno zero dello spirito sociale italiano, refrattario a essere simbolizzato nel linguaggio da un soggetto capace di verità: «Non c’è settore della vita pubblica, dalla politica alla finanza, dallo sport alla cultura, che non si presti a essere interpretato in chiave di bande – cordate, scalate, filiere, gruppi di pressione, patti di sindacato, lobby, cricche, conventicole, famiglie, mafie». Uno scenario sconsolato a cui quasi tutti siamo assuefatti, appiattiti per stanchezza, delusione e talvolta paura, sulle locuzioni più indeterminate che ci siano, che meno di altre richiedono una presa di posizione, una specifica postura critica, da parte dell’enunciante: si sa, così fan tutti, non c’è altrimenti. Nel furioso e al tempo stesso insensibile dileguare del vero e del senso di responsabilità, l’unico principio che le bande macinatrici di realtà e di potere adottano per imporsi e mantenersi sulla scena pubblica nazionale, è quello arcaico dell’auto-conservazione. All’apice – presunto – della società e dell’economia della conoscenza, laddove si disquisisce di preziosi capitali cognitivi da valorizzare e di evoluti strumenti di comunicazione da adottare, il campo politico e produttivo del Paese è per lo più attraversato dagli impulsi ferini di un rinnovato stato di natura hobbesiano, dalle leggi di un incravattato darwinismo sociale, ove contano null’altro che la sopravvivenza, la conservazione dell’utile e del proprio interesse materiale. Continua a leggere

Un amore che ti si appiccica addosso

all’abbandono e alla verità. Sempre.

[«the meaning of all that I believed before escapes me,
in this world of none.
I miss you more

Afterglow, Genesis]

escher.jpgParecchi mesi fa – ne sono già passati così tanti, e pensare che mi pare di essere nella redazione di LPELS da sempre – ho pubblicato su questo blog un articolo che suscitò una discussione ampia e stimolante. L’articolo parlava di Luciano Bianciardi e di Bruno Tasso. Bianciardi sosteneva che “tradurre è un mestiere micidiale”: io, nel mio pezzo, gli davo ragione.
Dai commenti – e da parecchi altri miei scritti – traspariva un’insofferenza verso l’artigianato traduttorio molto simile a un sentimento di odio-amore. Mi lamentavo dei ritmi serrati, della vita sociale ridotta a zero, della solitudine del mio lavoro, della sedentarietà, delle difficoltà, delle tariffe più basse d’Europa, dell’indifferenza degli addetti ai lavori nei confronti del nostro mestiere.

In questo frattempo molti dei miei punti fermi hanno mostrato delle crepe: mi sono guardata intorno e non ho visto più ciò che mi sarei aspettata di vedere. Ciò che avrei tanto desiderato vedere. Non so nemmeno io se mi sono sentita sola, o inutile, o respinta. O beffata dalla vita. O presa di mira dalle circostanze. Non lo so, e non me lo sono chiesto. «Non lo so» è diventato lo slogan della mia vita, da qualche tempo a questa parte.
Avevo finito da poco di scrivere il mio infinito (aggettivo che ricorre spesso nelle mie pubblicazioni) romanzo – di cui ho postato un estratto su LPELS -, e non sapevo a cosa aggrapparmi. Non avevo nemmeno un pensiero piacevole a soccorrermi, benché la certezza di aver portato a termine un’impresa – sì, lo è stata: è stato uno slalom tra i guai e gli impegni e i dolori – cui tenevo così tanto mi compensava della fatica. Continua a leggere