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Cristiano Poletti, Un altro che ti scrive

a cura di Luca Pizzolitto

Se i piani temporali intersecano e sovrappongono nella narrazione diacronia e sincronia, può avvenire che una raccolta di poesie, composte in momenti diversi, si possa anche presentare come (e, di fatto, propriamente sia) un libro, coerente dal prologo all’epilogo, di un unico racconto poetico. E proprio con questa ambivalenza compositiva, si presenta l’ultima prova di Cristiano Poletti, bergamasco di Treviglio, proposta da Marcos y Marcos col titolo Un altro che ti scrive, che è quasi una dichiarazione di poetica. (…)
Quest’«altro che ti scrive» è pure una figura ambivalente, formata dall’intreccio di diverse possibilità: è il padre perduto, è l’interlocutore interiore del poeta, è un autore amato con cui egli si confronta, è un amico di avventura poetico-esistenziale, è il lettore… è, insomma, chiunque, reale o immaginario che sia, concorra a cercare le domande (non le risposte) che Cristiano formula e riformula, nella chiarezza adamantina (cioè luminosa e preziosa) del suo verso e nel nitore delle sue scelte metrico-musicali, per interrogare i tempi della vita e della storia, del viaggio e della sosta, del pensare e del sentire, del capire e dell’amare: per scoprire che «Ciò che è nascosto parla di noi. / Ciò che è sepolto parla con noi» e per «portarlo tutto nel corpo del testo». (…)

(“In un taglio strepitoso di luce”, di Gabrio Vitali, comparso su Ytali.com in data 27 giugno 2024)

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Lo stato dell’arte. Cristiano Poletti

Serve, servirà ancora la poesia? Continua a servire e a cosa l’arte?

Provo a riflettere apertamente, con qualche appunto, così, a ruota libera:

 

  • La poesia serve, nel più vasto senso del verbo “servire”.
  • La poesia serve come il pane: il grano buono, una volta passato al setaccio, si separa da quello cattivo, ed è quanto necessario dire.
  • Scrivere non aiuta a migliorare il presente, lo forma.
  • Scrivere ci fa arretrare dalla morte, come il ricordare.
  • Ciò che nasce, nasce dal silenzio. Anche in poesia.
  • Se proprio non si può fare a meno del pensiero, poesia è solo pensare a sentire.
  • L’arte, tutta l’arte, è il sentiero più impervio ma giusto per ritrovare lo stupore e la meraviglia che abbiamo provato da bambini.
  • L’attenzione che l’arte chiede è sempre alta tensione.
  • Componimento è compimento; composizione è compostezza.
  • Ogni testo che si possa dire degno è il frutto di una deposizione, con valore dunque sia di testimonianza sia di corpo linguistico deposto, morto per rivivere sulla pagina.

In silentio et in spe erit fortitudo vestra (Isaia, 30, 15): in spe, in particolare, è tradotto nei termini di un “abbandono confidente”. Ecco, se la poesia può puntellare la vita è perché chiede alla vita abbandono e confidenza, e in quest’abbandono la sostiene. Tutto questo si racchiude in una sola parola: umiltà.

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La parola ai poeti. Cristiano Poletti

Alcune parole

La mano e l’attesa: la mano tocca, sente, indica, stringe. Attendiamo con la mano ogni volta, infatti, di verificare vita e morte. San Tommaso insegna che la mano pretenderebbe addirittura di verificare la resurrezione della carne. Sarei orientato a considerarla, la mano, un’estensione dello sguardo essenzialmente, vero tramite percettivo del mondo: vorrei dire quasi uno strumento di religione, intesa nella sua accezione più terrena possibile, strumento cioè di verifica di quanto a lungo si è guardato con grande, acutissima attenzione, con lo scopo infine di unificarlo per sempre a sé.
Mano, attesa, sguardo: lo sguardo cerca sempre un punto, un punto di fuga, un punto di attenzione, un punto in un luogo. Cerca d’inquadrarlo e per farlo ha bisogno di darsi dei confini, di avere una cornice. Come dire, un quadro. Così come di confini e limitazioni molto chiare vive l’io. L’io è un episodio, un episodio che ha preso nome nell’arco della storia, ed è un luogo preciso, forse una casa; sì, una casa, o meglio un punto della casa, lì dove abbiamo una e una sola finestra per guardare. Riprendo volentieri un passaggio, mirabile, di una lettera che Hölderlin invia a Böhlendorff nel novembre del 1802: «Il temporale, non puramente nella sua massima manifestazione, quanto proprio in questo sguardo, come potenza e come figura (…) formante un modo del destino, il fatto che per noi è qualcosa di sacro, il suo impeto nel venire e andare, l’elemento caratteristico delle selve e il trovarsi insieme in una regione di differenti caratteri della natura, il fatto che ogni luogo sacro e la luce filosofica alla mia finestra è ora la mia gioia; che io possa serbare, come sono arrivato fin qui!». Continua a leggere

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